La Bolla d'Innocenzio, che tolse alla Camera Appostolica gli Spogli delle nostre Chiese vacanti, fu con stiracchiate interpetrazioni renduta vana ed inutile; poichè fu interpetrata di doversi eseguire, quando il Vescovo Prelato muore dentro la sua Diocesi, non già quando fuori di quella venisse a mancare. E quando il Prelato moriva in Diocesi, deludevasi pure la legge, poichè per la condizione in quella apposta di doversi impiegare gli Spogli alle Chiese col condenso del futuro Vescovo o Prelato, si operava in maniera, che niun giovamento ne ricevevano le Chiese; imperocchè venendo li Vescovi e Prelati da Roma così impoveriti da' dispendj sofferti in quella Corte, per le spedizioni delle Bolle, e per altre recognizioni; ciò che trovava d'avanzo, non già si convertiva in reparazione o ornamento delle Chiese, o sovvenimento de' poveri, ma a lor proprio uso e beneficio e per soddisfare i debiti contratti per la lor lunga dimora fatta in Roma; e se mai il Capitolo di ciò si risentiva, il che rade volte accadeva, ciascun temendo di inimicarsi il suo Superiore, tali ricorsi ad altro in fine non servivano, che a consumarsi il rimanente in Roma in lunghi e dispendiosi litigj.

La Bolla di Gregorio intorno all'immunità delle Chiese, ancorchè non ricevuta nel Regno, si proccurava farla valere, anche ne' delitti più enormi, procedendosi a censure contro i ministri del Re, che volevano punire i delinquenti; come cosa nuova era inteso l'Exequatur Regium, e si prendeva con vigore la difesa dell'intraprese e trascorsi de' Vescovi del Regno che turbavano la regal giurisdizione.

Ma intanto essendosi questo Regno avventurosamente restituito sotto il dominio del Nostro Augustissimo Principe CARLO, che teneva allora collocata la sua Sede regia in Barcellona, furono sotto i suoi auspicj non pur ripresse con vigore l'intraprese degli Ecclesiastici, ma più fermamente stabiliti i regali diritti e le prerogative de' suoi sudditi, ed in termini così pressanti e risoluti, che in tutte le precedenti grazie concedute da' nostri Principi Aragonesi ed Austriaci a questa città e Regno, non si legge una cotanto e sì premurosa espressione. Egli con più regali cedole spedite da Barcellona, stabilì fermamente la necessità del Regio Exequatur[102], in tutte le Bolle, Brevi, o altre provvisioni, che vengono da Roma. Escluse gli stranieri da' benefici, e comandò sequestrarsi le rendite di quelli che fossero provvisti a' medesimi[103]. Abolì ogni vestigio d'Inquisizione, comandando, che nelle cause appartenenti alla nostra S. Sede procedessero gli Ordinarj de' luoghi, per via ordinaria, siccome è la pratica negli altri delitti e cause criminali Ecclesiastiche[104]. Ed assunto da poi al Trono Imperiale serbò con tenore costante i medesimi sensi; anzi, a' 6 d'agosto del 1713, alle preghiere della città e Regno non pure fermamente escluse i forastieri da tutte le prelature e beneficj del Regno, comandando che fossero conceduti a' suoi naturali, ma che con pari serietà e vigilanza avrebbe eziandio proccurato di far evitare le frodi degli stranieri, che si commettessero o con riserbe di pensioni, o d'altro contro queste sue regali disposizioni: tal che fra noi si è introdotto stile nel supremo Collateral Consiglio che nel concedersi l'Exequatur Regium alle provvisioni de' beneficj provveduti da Roma a' nazionali, affin d'evitarsi queste frodi, si appone la clausola: Exceptis pensionibus forsan impositis in beneficium exterorum.

Quanto da' nostri maggiori si fosse travagliato, non men presso i Re dell'illustre casa d'Aragona, che Austriaca per ottenere un sì rilevante beneficio, lo mostrano le tante preghiere, che si leggono per ciò date a que' Serenissimi Principi dalla nostra città e Regno, ed a questi tempi sotto il Regno di Carlo II pure nel 1692 dalla Deputazione de' Capitoli si leggono due appuntamenti, fatti nella lor assemblea, di darne nuova memoria al Re, e fu trascelto il dottissimo Avvocato Pietro di Fusco, che ne dettasse la preghiera, siccom'eseguì e fu presentata al Conte di S. Stefano allora Vicerè. Ma un tanto e sì segnalato favore era stato a noi dal Cielo riserbato in quest'ultimi tempi, per doverci esser conceduto da un più Augusto, magnanimo e clementissimo Principe.

Papa Clemente fecene di ciò gran romore, e condannava gli editti del Re, come offensivi dell'Ecclesiastica libertà. Ma per mezzo di tre dotte e nobili Scritture, dettate da Giureconsulti gravissimi, si fece conoscere, che quelli erano conformi, non meno alle leggi e costumanze dell'altre nazioni del Mondo Cattolico, che a' Canoni stabiliti in più Concilj, a più Costituzioni di Sommi Pontefici, alla dottrina de' Padri della Chiesa, ed al comun sentimento de' più gravi e rinomati Teologi e Canonisti.

Furono sotto il Regno del nostro Augustissimo Monarca ed Imperador CARLO VI spezialmente sotto il Governo del Conte Daun nostro Vicerè, ripressi con vigore gli attentati degli Ecclesiastici, le intraprese ed i trascorsi de' Vescovi: sostenute con fortezza le regali preminenze, corretti i Prelati con sequestri delle loro entrate e con chiamate e sovente i contumaci furono discacciati dal Regno usandosi contro d'essi que' rimedj, che non meno le leggi, che l'antico uso del Regno permettono a' nostri Principi. Fu serbata l'immunità delle Chiese secondo il prescritto dei Canoni, non già secondo la Bolla Gregoriana, che in tutte le occasioni non fu fatta valere, il Regio Exequatur fu indispensabilmente e con sommo rigore ed oculatezza ricercato in qualunque provvisione, che venisse da Roma. Furono i Vescovi contenuti ne' loro limiti e tolti molti abusi, che s'erano introdotti nelle loro Diocesi. Le franchigie e l'immunità degli Ecclesiastici furon mantenute secondo il prescritto de' Canoni e delle nostre leggi e riparato alle frodi: tal che fu ridotta la Giustizia e Giurisdizion Ecclesiastica al suo giusto punto, lasciandosi al Sacerdozio quel ch'è di Dio, ed all'Imperio, quel ch'è di Cesare. Nella qual opera non men gloriosa, che a Dio molto grata ed accetta, v'ebbe la maggior parte il zelantissimo nostro Presidente del Sagro Consiglio Gaetano Argento, al quale avendo l'Augustissimo nostro Monarca confidata la difesa della sua Regal Giurisdizione, la sostenne con non disugual dottrina che vigore. Egli che per lo suo profondo sapere ben sapeva distinguere i confini tra 'l Sacerdozio e l'Imperio, impiegò tutta la sua vigilanza, perchè queste due Potenze si contenessero ne' loro limiti e che l'una non intraprendesse sopra l'altra. Egli fu il primo tra noi, che secondo i veri principi tratti da' sagri Canoni, da' Concilj, dalle sentenze de' Padri e da' più profondi e gravi Teologi e Canonisti, maneggiasse con decoro e con somma non men dottrina ch'erudizione, queste contese giurisdizionali, nelle quali in breve tempo divenne consumatissimo, lasciandosi indietro tutti gli altri, che prima di lui aveano sostenuta questa carica. I cotanto presso noi famosi Reggenti Villano, Revertera, de Ponte e tanti altri che si segnalarono nella difesa della Giurisdizion Regale appo lui si dileguano: comparate le loro consulte, con le sue dottissime, ripiene della più scelta erudizione, arricchite di autorità e delle più pellegrine notizie, tratte non men dall'Istoria Ecclesiastica, da' Concilj, da' Padri e da' più eccellenti Canonisti, che dalle nostre memorie ed illustri esempj del nostro Regno istesso, tanto queste sopra quelle s'innalzano, quanto gli alti cipressi sopra gli umili e bassi corbezzoli. Tal che se qualche cosa mancava, perchè questo Regno potesse gareggiare con quello di Francia, dove questi studi sono stati ridotti nell'ultimo punto di perfezione, per lui non abbiamo ora noi, nè anche in ciò, da portargli invidia.

Furono ancora sotto il Regno del nostro Augustissimo Principe moderati gli abusi del Tribunal della Nunziatura di Napoli, e, come altrove fu detto, per questa stessa cagione sospeso il Tribunal della Fabbrica. Informato il nostro Monarca degli Spogli e delle storsioni, che si commettevano in questi Tribunali, in gravissimo danno de' suoi vassalli, con forte risoluzione ordinò nel 1717 che il Nunzio fra 24 ore uscisse dal Regno: pervenne a noi il regal dispaccio nel mese d'ottobre del medesimo anno, che fu tosto mandato in esecuzione: partì il Nunzio, si chiuse il suo Palagio, e fur parimente chiuse le porte al Tribunal della Fabbrica. Ne' 4 di giugno del seguente anno, dimorando il nostro Imperadore a Luxemburg, spedì altro dispaccio, col quale ordinò il sequestro delle rendite delle Chiese e Beneficj vacanti, comandando, che quelle s'impiegassero alla reparazione ed ornamento delle stesse Chiese, ed al sovvenimento dei poveri. Ed al dì 8 ottobre dell'istesso anno 1718 ne spedì un altro diretto al Conte Daun Vicerè, dove se gl'incaricava, che pienamente l'informasse delle storsioni, ed abusi di questi Tribunali, ed il rimedio che poteva darvisi. Il Vicerè eseguì per mezzo del Delegato della Giurisdizione con molta esattezza l'Imperial comando, dandogli pieno ragguaglio degli abusi di questi Tribunali e de' rimedj, che potevan adoperarsi. In tanto Papa Clemente per mezzo del suo Nunzio in Vienna, valendosi ancora dell'intercessione dell'Imperadrice Eleonora madre, proccurò mitigare l'animo del figliuolo: sicchè ridotto l'affare in trattati, gli fu accordato il ritorno del Nunzio, con facoltà però limitate, proccurandosi torre al meglio, che si potessero gli abusi del suo Tribunale. Fece a noi ritorno nel mese di giugno del seguente anno 1719, ma dal nostro Collaterale gli fu impedito l'ingresso nella città per alcune difficoltà, che s'incontravano in dar l'Exequatur al suo Breve: tal che fu duopo aspettare dalla Corte nuovi comandi; ed essendosi in Vienna spianate le difficoltà proposte, vennero nuovi ordini per la sua reintegrazione; onde nella fine di quest'anno 1719 fu introdotto nella città, ed aperto il suo Tribunale, ma quello della Fabbrica rimase chiuso e sospeso, come è al presente.

Cotanto s'ebbe a travagliare nel Pontificato di Clemente XI per sostenere i regali diritti e per sottrarre i sudditi del Re dalle sorprese, e soperchierie degli Ecclesiastici. Ma indi a poco, morto Clemente e succeduto il presente Pontefice Innocenzio XIII, fu tra il Sacerdozio e l'Imperio posta una ben ferma e tranquilla pace, e furono queste due Potenze ridotte in una perfetta armonia e corrispondenza. Imitando costui il gran Pontefice Innocenzio III non men suo predecessore, che dell'istesso suo sangue, ed adempiendo quel che sotto di lui fu stabilito in un Canone dal Concilio Lateranense[105], ha esposti i suoi pacifici e moderati sensi, che siccome e' brama, che i laici non usurpino le ragioni de' Cherici, così vuole, che i Cherici siano contenti di ciò che i Canoni, le Costituzioni Appostoliche e le Consuetudini approvate lor concedono; ma che sotto pretesto della libertà Ecclesiastica non invadano le ragioni de' laici, e stendano la lor giurisdizione con pregiudizio della Regale; affinchè con giusta e ben regolata distribuzione, si dia a Cesare quel ch'è di Cesare, ed a Dio quel ch'è di Dio.

§. I. Monaci e Beni temporali.

I Monaci a questi tempi, se ben caduti dall'opinione, che prima avevano di santità e di dottrina, proseguivan pure a far progressi negli acquisti di beni temporali: le rendite degli acquistati, i nuovi Legati e donazioni, che si facevano alle lor Chiese maggiormente gli provvidero di contanti, sicchè quando mancavano l'eredità, ed i Legati, essi compravano i poderi, e nelle concorrenze, come più offerenti per la copia del danaro accumulato con questi mezzi, non già con sudori e travagli, erano a tutti preferiti. Fu introdotto ancora in quest'ultimi tempi, che non vi era testatore che non lasciasse alle lor Chiese Cappellanie con istabilirvi fondi copiosi e fruttiferi per celebrazione di messe, riponendo il presidio della salvezza della loro anima, non già nello studio di tenerla monda dalla contagione del Secolo, ed a proccurare in vita di sollevar le vedove e gli oppressi; ma in fabbricar Cappelle sontuose, moltiplicare i sagrifizj e far celebrar delle messe in tutti gli altari[106]. E la maraviglia è, che con tutto il lor discredito, e che i secolari ne parlassero con disprezzo, pure essi sono i padroni dello spirito del popolo, non altramente che non si faccian coloro, i quali stando sani, ancorchè disprezzino i Medici, riputandoli inutili alla cura delle malattie, si sottopongono nondimeno poi ad essi con maggior soggezione degli altri, tantosto lor viene ogni piccolo malore.