Il popolo, dopo la morte di Pagano, scelse il di lui nipote, Martino della Torre, per essere da lui protetto contro de' nobili, ed a questo fu dato il titolo di Anziano della credenza. L'ufficio di questo tribuno del popolo era difendere ciascun popolare contro la usurpazione o prepotenza d'un nobile; sopraintendere all'uso ed amministrazione del pubblico erario, acciocchè le entrate della repubblica non venissero convertite in comodo privato. Oltre ciò la repubblica era sempre in quei tempi a cassa vuota, sebbene i privati fossero benestanti; quindi si voleva dal popolo assicurare un fondo stabile, che potesse servire alle pubbliche spese, e prevenisse le angustie all'occasione della difesa; angustie provate singolarmente nell'ultima guerra che ci portò Federico II, siccome or ora dirò. Allora non vi è memoria che si ricevesse per anco tributo sul sale. Il pedaggio che pagavano le mercanzie era tutto a profitto della comunità dei negozianti; i quali avevano l'obbligo di conservare le strade, ripararle e custodirle, in modo che delle mercanzie rubate sulle pubbliche strade la comunità medesima era tenuta a rifarne il danno. La tariffa si vede annessa all'antico codice dei primi statuti, compilati nel 1216, siccome ho detto, e il conto si vede fallo a quattro denari di pedaggio per ogni lira di valore della merce; il che rimonta al tenue tributo di uno e due terzi per cento sul valore. Nemmeno la mercanzia adunque contribuiva alla cassa pubblica. Alcuni che pretendevano alla signoria delle terre, obbligavano gli abitatori di quelle a ricevere da essi i pesi, le stadere e le misure[571]. Alcuni privati possedevano un consimile diritto in Milano medesimo, e chiamavasi jus sextarii[572]. Ma nemmeno di questi tributi sopra i pesi e le misure colava alcuna somma nell'erario della repubblica. V'erano anche allora i diritti esclusivi di poter tenere osteria nelle terre e di vendere vino[573] minutatim ad modum tavernae, come da una carta dell'archivio di Monza pubblicata dal conte Giulini[574]. Ma di essi non pare che fosse al possesso la comunità di Milano. Erano diritti posseduti da privati. Da ciò facilmente si comprende che pochissima rendita doveva avere la repubblica, e quella sola che proveniva dai delitti i quali, per l'antica tradizione longobardica, erano condannati con pene pecuniarie. Ma questa rendita era insufficiente, massimamente nei bisogni straordinarii; tanto più che le terre dei banditi si abbandonavano senza cultura, con incauto consiglio, se puramente si consideri l'economia pubblica; ma non affatto senza ragione, qualora si rifletta a quei tempi burrascosi, nei quali conveniva che nessuna utilità uomo alcuno potesse ritrarre dalla rovina d'un cittadino. Una legge è come una fabbrica d'architettura; conviene averla osservata da tutti i lati, prima di poterne dare una opinione ragionevole: e le più strane talvolta, in alcune circostanze, sono le più sapienti. Per riparare la miseria della repubblica già s'era, l'anno 1228, fatto un decreto per cui sei eletti aver dovessero l'ufficio di censura e conoscere ogni amministrazione pubblica: ed è una prova della difficoltà somma che s'incontrava nelle elezioni per il contrasto dei partiti, l'osservare come il decreto stabilì: che diciotto uomini si scegliessero a sorte, e di questi se ne eleggessero sei, i quali, dopo sei mesi, terminassero il loro ufficio ed eleggessero altrettanti loro successori[575]. Questo modo di eleggere a sorte, per necessità s'era anco esteso ad altri uffici[576]. Ma queste circospezioni non rimediavano alla povertà del fondo pubblico. Perciò, all'occasione della guerra di Federico II, i nostri antenati ricorsero ad uno espediente che comunemente si crede una invenzione dei tempi a noi più vicini: e lo spediente fu di porre in corso della carta in vece del denaro. Abbiamo nel Corio, all'anno 1240, i decreti fatti dalla repubblica per conservare il credito a questa carta. Decreti saggi veramente, coi quali si ordinava che tutte le condanne pecuniarie si potessero pagare al comune di Milano colla carta; che nessun creditore privato fosse obbligato a riceverla in pagamento; che nessun debitore potesse essere nemmeno soggetto a sequestro, sì tosto che possedesse tante carte corrispondenti al suo debito. Si doveva pensare dunque a ritirare le carte in giro, sostituendovi egual valore in denaro. Si doveva pensare a costituire alla repubblica una rendita indefettibile e proporzionata ai bisogni dello Stato. Non v'era altro spediente, se non se quello di formare un catastro delle terre, e sopra del loro valore distribuire un carico. A ciò naturalmente si opponevano i ricchi ed i nobili; su questo insisteva il popolo; e di ciò singolarmente venne commessa la cura al nuovo anziano della Credenza, Martino della Torre.
Per dare un'idea delle somme angustie di denaro nelle quali la nostra repubblica si trovò in quei tempi, e per comprendere sempre più lo spirito del sistema nostro civile e delle opinioni, non sarà discaro a' miei lettori ch'io per intiero trascriva in questo luogo il contratto che si fece fra la città di Milano e il capitolo di Monza, per ottenere un calice d'oro in mero deposito, per servircene di pegno affine di ritrovare denaro. La carta sta nell'Archivio di Monza, segn. n. 91, e a me fu cortesemente somministrata dal signor canonico teologo Frisi, noto scrittore di quella basilica.[577] In nomine Domini nostri Jesu Christi. Anno nativitatis ejusdem millesimo ducentesimo quadragesimo quinto, die veneris, tertio die novembres, indictione quarta. Cum dominus Ubertus de Vialata, potestas Mediolani, et Guido de Casate, Guido de Mandello, Philippus de la Turre, Johannes de la Turre, Guillelmus de Sorexina, Probinus Ingoardus, Rezardus de Villa, Justamons Cicala, Lampugnianus Marcellinus, Burrus de Burris, Artuxius Marinonus, Guillelmus de Lampuniano, de Lampuniano, Anselmus de Tertiago, Roxate de la Cruce, Landulphus Crivellus, Niger Grassus, Guizardus Morigia, Mollo Bechanus, Caruzanus Moronus, Ameratus Mainerius, et Bonincontrus Incinus, consiliarii, et secretarii, et sapientes Communis Mediolani, plurimum cum precum instantia institissent apud dominum Ardicum de Sorexina, archipresbyterum de Modoetia, et Canonicos, et Capitulum illius Ecclesiae, et cum domino G. de Montelongo, Apostolicae Sedis Legato, ut concederent et accomodarent eidem Potestati et Consiliariis et Sapientibus, seu Comuni Mediolani, partem aliquam thesauri illius Ecclesiae ad ponendum in pignore pro pecunia necessaria habenda Comuni Mediolani, quae alio modo inveniri vel haberi non potest, ut asserebant expresse; et illiam Ecclesiam indepnem servare volebant, et cito illum thesaurum restituerent: ad quorum preces et istius domini Legati suprascripti, domini Archipresbyter et Canonici humiliter, pro honore et utilitate Comunis Mediolani, condescendentes, praesente et volente isto domino Legato, obtulerunt, concesserunt istis Potestati, et Consiliariis, et Sapientibus, et Comuni calicem unum auri de thesauro Modoetiensis Ecclesiae, ponderis unciarum centum septem auri, cum auriculis et cum ornamento multorum lapidum pretiosorum. Et ideo praedictus dominus Ubertus de Vialata, Potestas Mediolani, et isti Consiliarii, et Secretarii, et Sapientes, data eis licentia, et fortia, et auctoritate a Consilio quadringentorum, et trecentorum, et centum novo et veteri, sicut dicebant, reformato, inscriptum in libro Comunis Mediolani fatiendi infrascriptam obligationem et omnia infrascripta, promiserunt namque et gaudiam dederunt, et omnia eorum bona et bona Comunis Mediolani pignori obligaverunt, quilibet eorum in solidum, dicto domino Arderico de Sorexina archipresbytero de Modoetia, recipienti suo nomine, et nomine Ecclesiae, et totius Capituli de Modoetia, et singulorum Canonicorum dictae Ecclesiae, quod exigent, reddent, et dabunt absque aliqua diminuitone, libere et absolute, hinc ad natale proximum, isto domino. Archipresbytero et Canonicis seu Capitulo suprascriptum calicem aureum cum gemmis et lapidibus preciosis ornatum, omnibus eorum et Comunis Mediolani dampnis et expensis, istorum Archipresbyteri, et Canonicorum et Ecclesiae. Et renuntiaverunt exceptioni non accepti calicis, et omnii alii exceptioni, qua se tueri aliquo modo possent, et defendere, et maxime quod non possent dicere se obligatos esse pro Comuni seu pro rebus Comunis, sed ita teneantur ut conveniri possint in solidum etiam finito et deposito eorum offitio et fortia et auctoritate, ac si praedicta omnia in propria cujulisbet eorum proprietate pervenissent. Et renuntiaverunt beneficio novae constitutionis et epistolae Divi Adriani et omni alio auxilio quo aliquo modo se tueri possent, usus et legis et statuti et ordinamenti facti vel quod a modo possit fieri vel fieret. Sed omni tempore possint cum effectu conveniri, non obstantibus aliquibus feriis vel earum dilationibus faciendis vel factis. Et promiserunt ut supra dictus Potestas et isti Consiliarii, et Sapientes quod nec aliquis praedictorum dabit aliquo modo vel aliquo ingenio, etiam consentientibus istis Archipresbytero et Canonicis aliquid aliud praeter praedictum calicem loco illius calicis, sed ipsum specialem calicem integrum cum lapidibus et gemmis absque diminutione aliqua. Et ibi dictus dominus, G. de Montelongo Legatus Apostolicae Sedis, auctoritate suae legationis et voluntate ipsius Potestatis, et Secretariorum, et Consiliariorum, et Sapientum praedictorum, ab infrascripto termino in antea eos omnes et Consilium Comune excomunicationis vinculo subjecit et subposuit ex tunc si praedicta ut supra ad ipsum terminum non essent servata, excepto Potestate praedicto. Ad quorum observantiam et majorem firmitatem praedicti Secretarii, et Consiliarii, et Sapientes superius nominati juraverunt, corporaliter tactis Sacrosantis Evangeliis, omnia superius memorata, et quodlibet praedictorum observare et facere et facere observari per Comune Mediolani. Actum in campis de Albairate, in exercitu contra Fridericum condam imperatorem. Poi vi sono le sottoscrizioni. Da questa carta conosciamo primieramente a quale estremità fosse il credito della Repubblica, se di tante cautele vi fu bisogno per ottenere in deposito, dal giorno 3 di novembre sino al 28 dicembre, un calice d'oro, e se fu bisogno di ricercarlo. Il peso dell'oro corrispondeva a millequattrocento zecchini, i quali nessuno gli affidava senza quel pegno. Poi riscontriamo le formalità dei contratti quasi simili alle nostre. Scorgesi come il legato pontificio vi fa la figura che nei secoli prima avrebbe fatta l'arcivescovo, ma per gradi l'autorità del metropolitano s'era ornai annientata, e il sommo pontefice, colle bolle e coi brevi, disponeva di tutto. «In questi brevi, dice il conte Giulini parlando di questi tempi[578], ben si scuopre la differenza che passa fra l'autorità che esercitava il papa (Gregorio IX) a Milano nei presenti tempi, e quella che esercitava nei secoli scorsi. L'introduzione dei religiosi Minori e dei Predicatori nelle città, come giovò maravigliosamente a ricondurvi i buoni costumi ed a bandire gli errori, così servì anche ad accrescere in esse il dominio del sommo pontefice, e diminuire quello dei vescovi». I frati s'erano resi indipendenti dai vescovi. Anche le monache erano indipendenti. Un frate francescano era salito sulla sede metropolitana, e ne sosteneva la dignità così poco, quasi nemmeno fosse vicario del papa. Questo arcivescovo chiamavasi Leone da Perego, e allora il legato del papa, che quasi sempre risiedeva in Milano, faceva operare in Milano i vescovi di altre diocesi, senza nemmeno parteciparlo all'arcivescovo[579]. Alessandro IV terminò l'opera di Gregorio VII. Due secoli si adoperarono per una tale rivoluzione. Nel 1056 cominciarono i primi tentativi: e nel 1255, al 5 di febbraio, Alessandro IV scrisse ai vescovi di Novara e di Tortona, ordinando loro che ponessero in Milano i Francescani in possesso della basilica e canonica di San Nabore; il che fu eseguito senza nemmeno vi fosse nominato l'arcivescovo[580]. Il papa medesimo comandava ai frati di abbandonare il rito ambrosiano[581]. Così era affatto annientata l'autorità del metropolitano, di cui ho dato cenno sul fine del capitolo primo. La pontificia romana autorità ordinava che più non si riedificasse la fortezza di Cortenova nella diocesi di Bergamo. Ordinava che i Milanesi si portassero a conquistare il castello di Mozzanica. Questi ordini venivano scritti all'inquisitore, acciocchè egli comandasse alla Repubblica con apostolica autorità. Ordinava che si entrasse nel castello di Gattedo; che colla forza se ne dissotterrassero i cadaveri e si abbruciassero; che tutte quelle case si demolissero; e ciò perchè Egidio, conte di Cortenova, Uberto Pelavicino, Manfredo da Sesto, Roberto Patta di Giussano erano qualificati fautori di eretici[582]. Non farà dunque maraviglia se nessun cenno si fa dell'arcivescovo nel pegno di questo calice, ma bensì del legato. In questa carta è pur meritevole di osservazione il vedere che già eravi l'uso delle ferie, e il privilegio di non essere chiamati in giudizio i debitori in quei giorni feriali. Si osserva che il podestà era eccettuato dalla scomunica, perchè, col terminare dell'anno, cessava ogni potere in lui. Finalmente veggonsi chiaramente indicati i tre partiti dei Capitani, della Motta; e la Credenza di Sant'Ambrogio:[583] a consilio quadringentorum et trecentorum et centum, novo et veteri. Il consiglio de' quattrocento era composto da' nobili del primo ordine, e gli altri da quei della Motta e della Credenza di Sant'Ambrogio[584]. Mi lusingo che questa uscita non sarà spiaciuta a' miei lettori, ai quali dirò che liti e scomuniche e disturbi lunghi vi furono poi per ottenere che il calice d'oro venisse restituito; il che era bene da prevedersi: mentre, dopo cinquantadue giorni, nell'estrema angustia della guerra nella quale si trovava la città, non era possibile ch'essa rinvenisse il denaro per ricuperare quel pegno. I contratti, quando hanno bisogno di tante e sì moltiplicate cautele, per lo più non sono osservati. La buona fede è chiara e semplice, e l'artificio è pieno di previdenze.
La necessità di stabilire un carico indefettibile sulle terre si è conosciuta abbastanza da quanto si è detto. Questo era il voto del popolo: a questo fine Martino della Torre era stato creato anziano della Credenza; e si eresse un uffizio censuario che si chiamò Officium inventariorum, perchè ivi contenevasi il catastro, ossia l'inventario (siccome volgarmente si dice) di tutti i fondi stabili, coi loro possessori, senza eccettuarne gli ecclesiastici[585]. Il legato apostolico proibì con suo decreto l'imporre gravezza veruna alle persone o case religiose[586]; ma, ridotto a termine il generale catastro, si pensò a porre un sistema. Si fece una ricapitolazione dei debiti pubblici; e, ripartita questa somma in otto eguali porzioni, si stabilì che per otto anni si distribuisse sopra del censo una di queste porzioni ogni anno, col nome di fodro, ovvero taglia; e così dopo otto anni venisse saldato ogni debito e tolta alla circolazione la carta. (1248) Questo regolamento fu pubblicato l'anno 1248, come può vedersi nel Corio a quell'anno, e questa è la più antica memoria del carico prediale nel nostro paese: giacchè prima non si ha notizia se non di tributi sopra i frutti, ovvero colle persone. Col terminare dell'anno 1256 i debiti pubblici dovevano essere pagati. (1257) Fu eletto podestà di Milano, per l'anno 1257, Beno da Gozadini, bolognese. Egli aveva già, negli anni precedenti, servito utilmente la repubblica, perfezionando il catastro de' fondi censibili. Egli pensò di lasciare un monumento benefico e glorioso, prolungando sino alla città di Milano il cavo del Tesinello, il quale terminava ad Abbiategrasso. Ho già detto come dal Tesino sino ad Abbiategrasso fu derivata l'acqua del Tesinello, settantotto anni prima, cioè nel 1179. Si trattava ora di produrre il cavo per lo spazio di quattordici miglia, e così dare un nuovo e perpetuo valore alle campagne per tutta quella estensione. V'era il fondo censibile ridotto a catastro. Da otto anni era già in pratica l'esazione di quel tributo. Beno de' Gozadini vide che, prolungando questo carico, a fine di eseguire il suo progetto, realmente non pagavasi dei contribuenti un tributo, ma si bonificavano le terre, e s'impiegava il denaro in utilità sensibile di quei medesimi che venivano tassati. Su questo principio credette egli non potersi con giustizia lasciar esenti i fondi ecclesiastici, nè obbligare i laici a pagare la porzione del beneficio fatto ai primi. Fu la grande opera intrapresa, e vigorosamente in pochi mesi, condotta a fine. Meritava Beno de' Gozadini le adorazioni de' suoi contemporanei, e un pubblico monumento che ricordasse alle età future ch'egli nel 1257, per quattordici miglia condusse le acque del Tisino sino ai sobborghi di Milano, creando un valore nuovo e perpetuo sulle campagne irrigabili, e preparando il comodo della navigazione, che venne da poi aperta dodici anni dopo. Vorrei poter tacere la ricompensa che ne ottenne. Il popolo prima che fosse terminato l'anno, tumultuosamente lo massacrò, e, strascinandolo ignominiosamente sino al navilio da lui scavato, ivi lo affogò miseramente! la memoria di lui fu calunniata;, e la calunnia eccheggiò sinora ne' libri de' nostri storici, imputandogli avanie e tributi imposti, o non facendo menzione di lui, ovvero diminuendo il merito dell'impresa. Il conte Giulini lo condanna pure, ma racconta i fatti[587]. È tempo omai, dopo cinquecento ventidue anni (nel 1770) che la voce libera d'uno scrittore implori all'onorata cenere di Beno de' Gozadini riposo e pace, e ricordi ai concittadini suoi questa atroce ingiustizia commessa dai loro antenati, troppo incautamente sedotti, a quanto pare, in que' tempi infelici da un ceto venerabile che voleva difendere le immunità come parti essenziali della religione. Ripariamola ora noi e la riparino i nostri posteri, ed ogni volta che rimireremo il canale che dà ricchezza alle terre e porta l'abbondanza nella città, ricordiamoci che ne abbiamo l'obbligazione a un onoratissimo bolognese, Beno de' Gozadini, e ne sia consacrato il fausto nome all'immortalità!
CAPITOLO X.
Della signoria de' Torriani; e principii della grandezza della casa Visconti, sino al cominciamento del secolo XIV.
Verso la metà del secolo decimoterzo l'Impero era immerso nell'anarchia e nella confusione. Vi erano più rivali, e ciascuno s'intitolava augusto ed aveva un partito; rivali deboli però, e appena bastanti a nuocersi scambievolmente; e perciò l'autorità imperiale più non vi era; anzi, riguardo alla storia di Milano, dobbiamo considerare l'influenza dell'imperatore sospesa sino alla fine del secolo decimoterzo. Gl'imperatori Corrado IV, Guglielmo d'Olanda, Riccardo di Cornovaglia, Alfonso di Castiglia, Rodolfo di Habsburg, Adolfo di Nassau e Alberto I non ebbero che poca o nessuna parte negli avvenimenti di Milano, dove si ritornò a riconoscere l'autorità cesarea colla venuta di Enrico (sesto per gl'italiani, ma comunemente chiamato settimo), che ascese alla dignità imperiale l'anno 1308. Frattanto la città viveva tra le fazioni, cercando al solito i nobili d'opprimere la plebe, e questa di contenere i nobili ed umiliarli. La forma civile della società era incerta, non fondata sopra costituzione alcuna. La libertà, i beni, la vita non avevano altra protezione che la forza o l'astuzia. Questo stato di vera guerra piuttosto che di repubblica, peggiore della stessa tirannia, rendeva insopportabile a ciascun cittadino la propria condizione. Il solo motivo per cui non si eleggeva un principe stabile, era la fiducia che hanno sempre i governi liberi, di correggere colla propria autorità i propri mali; ma frattanto per intervallo si eleggeva un dittatore. Si è già veduto nel capitolo precedente come Pagano della Torre dominasse col titolo di protettore del popolo; egli fu proclamato tre anni dopo l'affare di Cortenova, cioè l'anno 1240. Si è pure accennato la nuova carica di anziano della Credenza, conferita dal popolo a Martino della Torre, nipote di Pagano, l'anno 1247. Così la città cominciava ad accostumarsi al governo d'un solo. Il disordine civile crebbe dappoi, e si dovette pensare ad eleggersi un sovrano potente, a fine di preservarci dagl'insulti de' nemici vicini, e di contenere i mali delle civili dissensioni. Il primo passo verso la monarchia ascende all'anno 1253, nel quale Manfredo Lancia, marchese d'Incisa, fu creato signore di Milano per tre anni, e ben si vide quanto fosse necessario quel partito, poichè, appena terminata che fu quella temporaria monarchia, scoppiarono più che mai gli odii e le dissensioni fra la plebe e gli ottimati, avendo sempre la plebe alla testa i signori della Torre. Si cercava non più se dovesse la città esser libera, ovvero soggetta, ma si disputava a chi dovesse consegnarsene la signoria. Le fazioni, spossate e stanche, combattevano alla fine per far avere la preferenza a quel signore che ciascuna bramava. Il popolo voleva Martino della Torre; un altro partito voleva Guglielmo da Soresina; i nobili espulsi proponevano Ezelino da Romano, uomo celebre nella storia di Brescia, Verona, Vicenza, Padova e Marca Trivigiana. Accadde che nessuno volle cedere al partito contrario, e si elesse il marchese Oberto Pelavicino signore di Milano per cinque anni. I signori della Torre rimanevano frattanto in Milano, godendo di tutta l'influenza del popolo, ma riconoscendo la signoria del marchese, il quale s'intitolò capitano generale di Milano. Non piaceva al papa che si andasse formando nell'Italia signori troppo potenti; perciò erano poco accetti e i Pelavicini e i Torriani ed Ezelino. L'Inquisizione non mancò di adoperarsi per abbassare il capitano generale di Milano. I frati predicatori lo diffamavano come fautore degli eretici; e frate Rainerio da Piacenza, inquisitore in Milano, dal pulpito minacciò scomunica ai Milanesi se ricevevano il marchese[588]: e il marchese scacciò l'inquisitore da Milano. Una moltitudine di forestieri s'incamminò processionalmente verso Milano. S'era inventata in Perugia allora l'usanza di flagellarsi, e si era sparsa questa opinione che fosse atto religioso il percuotere sè medesimo: onde a turbe andavano, nudi dalla cintura in su, da una città all'altra questi promulgatori del nuovo rito, rappresentando dovunque un orrendo spettacolo di cilicii e di flagelli. Il marchese Pelavicino si diffidò di tanta divozione, e sulla strada fece piantare seicento forche, vedute le quali, la processione rivoltò cammino:[589] A Sexcentae furchae parantur; quo viso recesserunt, dice il Fiamma[590]. Sembra che i papi avessero formato il progetto di stendere insensibilmente la loro sovranità anche sopra Milano e sopra la Lombardia, profittando delle debolezze dell'Impero e delle civili discordie delle città. A tal fine si opponevano, destramente bensì, ma non risparmiando mezzo alcuno, contro di ogni famiglia che alzasse il capo a primeggiare: poichè, rimanendo alle città il solo partito del principato per dare una forma stabile e sicura al loro governo, quello che sopra d'ogni altro avvenimento più doveva spiacere a Roma, era appunto che alcuna famiglia s'innalzasse ad ottenerlo. Questa fu la base della politica de' sommi pontefici; e la storia seguente ci farà conoscere quanti ostacoli abbia sempre posti la corte di Roma all'ingrandimento, prima dei signori della Torre, poscia dei signori Visconti, che Roma istessa aveva da principio favoriti, per abbassare con essi il potere de' Torriani.
(1261) L'origine della grandezza della casa Visconti si può fissare all'anno 1261: non già che io intenda per ciò ch'ella dapprima fosse oscura affatto od ignobile, il che sarebbe falso. Già accennai un celebre Ottone Visconti al capitolo sesto, che morì in Roma centocinquant'anni prima di quest'epoca. Accennai pure altro di simil nome, console della città, assediata dall'imperatore Federico cent'anni prima. Ma l'origine di sua grandezza non ascende più in là: perchè, sebbene ella si fosse già condecorata con feudi ed antichi privilegi, sebbene ella si fosse già illustrata col valore di qualche suo antenato, nulla era di più che una delle famiglie nobili e generose, ma non potente nè ricca nè in condizione di lasciar prevedere la grandezza a cui rapidamente ascese, diventando poi, non solamente sovrana della sua patria, ma in meno d'un secolo regnando sopra venti altre città, dilatandosi poi poco dopo alla grandezza di aspirare al regno d'Italia e possedere trentacinque città, fra le quali le più floride della parte settentrionale d'Italia, come vedremo. Colla fortuna de' Visconti crebbe l'adulazione, e i geneologisti ammassarono le più grossolane menzogne, le quali vennero poi accettate con rispetto e credulità. Di ciò accaderà in séguito occasione di accennarne qualche cosa di più; ora conviene indicare come nacque la fortuna dei Visconti. Già sino dal 1257, in cui morì l'arcivescovo Leone da Perego, la sede metropolitana di Milano era vacante a cagione di due ostinati partiti che dividevano gli elettori. I nobili volevano fare arcivescovo Francesco da Settala, e i popolari volevano Raimondo della Torre, figlio di Pagano e zio di Martino, anziano della Credenza. Venne a Milano, l'anno 1261, il cardinale Ottaviano degli Ubaldi, ritornando dalla legazione di Francia. Egli alloggiava nel monastero di Sant'Ambrogio. Sono d'accordo i nostri scrittori nell'asserire che Martino della Torre, un giorno in cui meno se lo aspettava il cardinal legato, comparve sulla piazza di Sant'Ambrogio alla testa d'un forte squadrone di cavalleria, che ivi fece schierare; e il cardinal legato sorpreso dal rumore delle trombe militari, non senza inquietudine ne ricercò il motivo; al che fu dato riscontro come il signor Martino della Torre informato che allora il signor cardinale partiva, era venuto per onorevolmente accompagnarlo fuori della città. Il cardinale scelse il miglior partito; dissimulò, e ricevette cortesemente come un onore la violenza che gli veniva fatta e se ne partì. (1262) Pochi mesi dopo, cioè il giorno 22 luglio 1262, il papa Urbano IV nominò arcivescovo di Milano Ottone Visconti, arcidiacono della chiesa milanese[591], uomo che il cardinale legato aveva riconosciuto in Francia ambiziosissimo, smanioso per comandare, violento; l'uomo in somma opportuno a bilanciare ed abbattere il potere de' Torriani, tosto che ne avesse i mezzi. L'elezione era sempre stata libera agli ordinari, e quella fu la prima volta in cui il papa vi s'intromise; il che è stato anche osservato dal nostro conte Giulini. «La lunga discordia, dic'egli, dei nostri ordinari fu ad essa molto nociva, perchè a cagion di questa soffrì un gran crollo il loro antico insigne diritto di eleggere l'arcivescovo[592]». Alcuni de' nostri scrittori attribuiscono il fatto di Martino della Torre a ciò che, invogliatosi il legato d'una preziosa gemma del tesoro di Sant'Ambrogio, da essi chiamata carbonchio, cercasse colla sua autorità di appropriarsela; per lo che i canonici erano assai imbarazzati, e Martino per tal modo li trasse d'inquietudine. Altri credono che il legato si adoperasse per escludere dall'arcivescovato Raimondo della Torre; e sembra così più verosimile la cagione del vigoroso partito preso da Martino. Ma questa inaspettata elezione d'un arcivescovo fatta dal papa, doveva cagionare sorpresa nella città, negli ecclesiastici e nella signoria. In fatti Martino della Torre e il marchese Pelavicino, intesa ch'ebbero tale novità, occuparono immediatamente tutti i beni dell'arcivescovato. Il papa, senza indugio, pose la città di Milano all'interdetto. Poco dopo, in Lodi, venne a morte Martino della Torre, e prima di morire ottenne che il popolo di Milano eleggesse alla sua dignità Filippo di lui fratello, siccome avvenne, ed ebbe il titolo di podestà perpetuo del popolo; ma ne godette poco, poichè morì improvvisamente, e gli fu successore Napoleone, ossia Napo della Torre, figlio del famoso Pagano.
I signori della Torre andavano crescendo sempre più in potenza. L'arcivescovo Ottone Visconti aveva un nome vano; ma, esule dalla patria, non poteva ricavare cosa alcuna, nemmeno dalle terre arcivescovili, occupate dai Torriani. L'interdetto e gli anatemi non avevano arrestato il corso della grandezza loro. Essi possedevano Como, Lodi, Novara, Vercelli, Bergamo e Brescia; non già con sovranità decisa ed ereditaria, ma indirettamente, con varii titoli e magistrature, esercitandovi il supremo potere. La influenza loro negli affari d'Italia era già tale, che Filippo della Torre si era collegato con Carlo conte d'Angiò e di Provenza, fratello del re di Francia Luigi IX, affine di far ottenere il regno di Napoli al conte d'Angiò; e l'accortezza di Napo della Torre gli suggerì d'indurre il popolo di Milano ad eleggere esso conte per suo signore per cinque anni, dopo che fu egli dichiarato re di Sicilia. Così, dando l'odioso titolo di sovrano al re Carlo, lontano, beneficato e debole, Napo della Torre dominava con minore invidia nella Lombardia, celando la sovranità e adescando la moltitudine con modi popolari e con largizioni splendidissime, aprendo corti bandite, con mense apprestate sulle pubbliche strade della città, a beneficio del popolo: di che minutamente ne tratta il conte Giulini[593]. Furono magnificamente accolti in Milano, mentre i signori della Torre la reggevano, il papa Innocenzo IV, il quale vi fece ingresso il giorno 7 luglio 1251; il re di Francia Filippo III, nel 1271; il re d'Inghilterra Edoardo, colla regina Leonora sua moglie, nel 1273. Pare esagerato il numero di ducentomila persone che i nostri autori asseriscono essere uscite da Milano per incontrare il papa Innocenzo; ma certamente la città si andava popolando e crescendo, a misura che in essa si ergeva una potenza capace di mantenervi l'ordine. Le strade della città cominciavano a lastricarsi nel 1271. I signori della Torre avevano un alloggio grandioso. Il loro palazzo era dove oggidì trovasi la chiesa del Giardino, e in quei contorni si cominciarono a lastricare le strade. Napo della Torre non voleva apertamente palesarsi sovrano, nè romperla colla corte di Roma. Egli teneva in suo potere i beni dell'arcivescovato; teneva esiliato l'arcivescovo Ottone, che per quindici anni non potè mai vedere la sua sede, non che goderne; teneva depressi i nobili ed esuli i fautori del Visconti; ma non si opponeva alle preghiere che la città faceva al papa per essere liberata dall'interdetto. (1268) Venne a questo fine a Milano un legato pontificio, l'anno 1268, cioè sei anni dopo fulminata la censura; e il Corio c'informa che il legato «expuose come non levarebbe lo interdicto insine che tutta la plebe e famiglie non iuravano fede ala Romana Chiesia. Il che essendosi exequito: a Turriani dimandò che principalmente si reconoscessino ad Otho Vesconte, come a vero presule e pastore: secondariamente, che fusse restituito quanto era occupato de la archiepiscopale sede: tertio che a li chierici nel tempo a venire non fosse posta alchuna gravezza: le quali cose facendosi, levò lo interdicto». La prima nostra condizione mostra chiaramente quai fossero le mire di Roma, e l'ultima era la più a proposito per sanare la perdita dell'elezione dell'arcivescovo, e rendere il clero della chiesa milanese propenso alle mire di Roma. Gl'interessi dell'Italia, se si fosse avuto in vista di conservarla una nazione sola riunita, erano conformi alle mire di Roma; ma l'interesse personale superò sempre. Quindi anche queste promesse furono senza effetto veruno, poichè nè l'arcivescovo potè venire in Milano e godere delle rendite, nè gli ecclesiastici furono esentati dai carichi, ai quali i frati e i preti si tennero soggetti nel tributo che tre anni dopo, cioè nel 1271, impose il podestà di Milano Roberto de' Roberti[594].
Lasciavasi dai Torriani un'apparente libertà alla patria. Napo della Torre si accontentava del titolo di anziano perpetuo del popolo. Così l'accorto ambizioso regnava senza avere intorno di sè i pericoli che circondano un nuovo sovrano che vuole annientare una repubblica. V'era il parlamento, ossia il consiglio degli ottocento, il quale rappresentava la repubblica. V'era un podestà che presiedeva al consiglio. Ma il podestà era eletto ad arbitrio dell'anziano perpetuo, e il Corio ci ha conservato il giuramento del Piacentino che fu trascelto alla dignità pretoria, ossia podestà, l'anno 1272: «Principalmente che iurasse ad honore de la Beata Vergine et il Divo Ambrosio di questa cità potentissimo patrone: ad exaltatione di Santa Chiesia e di Carlo serenissimo re de Sicilia, et a bono stato de la cità e destricto de Milano e de la Turriana famiglia, insieme con gli amici de quella, remotto ogni odio o amore, gubernerebbe il dominio». Dal quale principio non sarebbe facile il decidere se la città fosse libera, ovvero suddita al re Carlo, ovvero alla casa della Torre; ma continua il giuramento e ci palesa la costituzione di que' tempi: «Item che obedirebbe tutti li precepti della Credentia de Sancto Ambrosio, e similmente li mandati de Napo Tornano, anziano e perpetuo rectore dil populo»; e nessuna menzione si fa dei mandati del re di Sicilia, al quale nemmeno si diede il titolo di signore di Milano. Il solo freno che poteva avere Napo della Torre, era per parte del consiglio degli ottocento; ma anche a ciò era posto tal sistema, che fosse una mera apparenza di libertà. Ecco nel giuramento istesso cosa fu ingiunto al podestà: «Item che fusse tenuto con quello consiglio meglio li parirebbe (al podestà) con dui homini per porta, elegere la mità de la mità del consiglio de li octocento, che spectava a la societate de' capitani e valvasori, cioè ducento de li predicti, e ducento fosseno electi a sorte secondo la consuetudine, e in questa forma fusseno electi li quatrocento appartenevano ala societate de Mota e Credentia». Da ciò vediamo come non rimaneva più nemmeno alla città la nomina dei suoi rappresentanti. Il consiglio che rappresentava la repubblica, ogni anno si cambiava: era composto di ottocento, la metà nobili e la metà popolari; la metà di questi consiglieri era nominata dal podestà, che aveva giurato di obbedire ai mandati di Napo della Torre; la sorte faceva eleggere il rimanente, se pure anche questa sorte non era una mera apparenza. Così il consiglio era unicamente una macchina destinata a lasciar credere che ancora vi fosse una repubblica, mentre la città era governata dal valore di un uomo solo; il quale, vigorosamente contenendo i nobili, lasciava che il popolo gliene sapesse buon grado; quasi a ciò venisse sollecitato per sola benevolenza, affine di preservarlo dall'oppressione, mentre egli teneva nell'umiliazione i suoi emuli. Le corti bandite, le mense generosamente esposte sulle strade a piacere del popolo, gli spettacoli pubblici di giostre e tornei, un costume semplice, affabile, popolare, tutto si univa in Napo per renderlo l'uomo il più opportuno ad istabilire una nuova sovranità senza che il popolo se ne avvedesse.
Napo della Torre non pose veruna marca alla moneta che allora si batteva nella zecca di Milano, nè alcuno di sua famiglia ve la pose. L'Impero si considerava vacante, e le monete nostre, sì d'oro che d'argento, avevano da una parte sant'Ambrogio, e dal rovescio o i santi Gervaso e Protaso, ovvero una croce, col nome Mediolanum, senz'altro nome di principe o stemma alcuno. Nella mia raccolta ne ho d'oro, d'argento e di lega. La pulizia e l'ordine cominciarono a comparire nella città. Ma per far questo, e molto più per sostenere le frequenti guerre co' vicini, e assoggettarli alla dominazione de' Torriani, non meno che per dare alla plebe le feste, i conviti ed i giuochi frequenti, era necessario l'accrescere i tributi e metterne di nuovi. Si è già veduto nel capitolo precedente, come, al tempo di Martino della Torre, venisse formato il catastro dei fondi stabili, e sopra di esso ripartito il carico. L'anno 1271 s'imposero dieci soldi e cinque denari per ogni cento lire del valore de' fondi, e l'anno 1275 s'imposero due lire di terzioli sopra di ogni centinaio di lire d'estimo. La più antica memoria che abbiamo della gabella del sale ascende all'anno 1272[595].