I due carichi prediali imposti nel 1271 e 1275 sembrano assai gravosi a primo aspetto, ora che il valor capitale delle terre si calcola comunemente moltiplicando trentatre volte la rendita annuale. Un campo che produca tre scudi all'anno al padrone, si calcola valere cento scudi; e cento scudi dati a mutuo oggidì rendono il frutto di scudi tre, o tre e mezzo all'incirca. Allora il mutuo fruttava usure assai maggiori. Troviamo che verso il fine del secolo duodecimo venne da noi fatta una legge, ordinando che fra privati non si potesse esigere il frutto del prestito più di tre soldi per lira[596], che corrispondono al quindici per cento. E poichè tai frutti produceva il denaro al limite moderato dalla legge, forza era che il valore dei campi proporzionatamente diminuisse; non potendosi sperare che alcuno comprasse per cento lire un fondo, se da esso non potesse ricavarne ogni anno quindici lire. Con tal principio l'imposizione del 1271 di soldi dieci e denari cinque per ogni centinaio di valore de' fondi, era assai tenue, cioè circa la trentesima parte dell'annuo ricavo; e sebbene assai più importante fosse quella del 1275, cioè di lire due per ogni cento lire di valor capitale, ella pure si riduceva alla settima parte dell'entrata. Su queste imposizioni veggansi il nostro conte Giulini[597].
Queste imposizioni sopra le terre cadevano a danno dei nobili; e così Napo della Torre da' suoi rivali e nemici cavava i mezzi per sempre più indebolirli e rinfiancare il suo partito. (1275) Un seguito di prosperi eventi aveva innalzato Napo della Torre, il quale, anche per appoggiare sempre più la signoria, appena che fu terminata l'anarchia dell'Impero coll'elezione di Rodolfo conte di Habsburg, seguita l'anno 1273, ottenne da quell'augusto la nuova dignità di vicario imperiale in Milano; dignità la quale costituiva Napo luogotenente dell'imperatore, e davagli tutto l'esercizio della suprema autorità che nella pace di Costanza era stata accordata ai Cesari. Questo titolo di vicario imperiale servì poi d'introduzione alla signoria de' Visconti, come vedremo.
Pareva fondata ben sodamente la fortuna di Napo e dei Torriani. Se Napo avesse conservato, anche in mezzo degli avvenimenti felici, la moderazione, i suoi nemici verisimilmente non avrebbero potuto giammai prevalere. Ma due cose furono cagione del rovescio di sua fortuna: la prima fu il titolo ch'ebbe dall'imperatore, col quale troppo chiaramente dimostrò il suo fine di assoggettare la città; l'altra fu che alla fine commise molte crudeltà, condannando varii nobili al supplicio; ciò che lo appalesò anche alla plebe smascherato, e assai distante da quella dolcezza ch'egli, sino a quel punto, aveva saputo mostrare. Molti nobili milanesi andavano esuli dalla patria, o scacciati da Napo, ovvero spontaneamente sottrattisi ad un governo nemico. (1277) Poichè videro intiepidito il favore del popolo, i nobili fuorusciti si collegarono coll'arcivescovo Ottone Visconti, esule da quindici anni; lo elessero per loro capo; e sotto di lui radunati, con varia fortuna fecero dei tentativi e delle invasioni sul milanese; sin tanto che, nel giorno memorabile 21 di gennaio 1277, sorpresero i Torriani a Desio, borgo distante dieci miglia dalla città, e fatto un macello de' Torriani, che appena s'erano avveduti d'aver vicino il nemico dalla strage de' loro compagni, rimase Napo istesso prigioniere. Entrò in Milano l'arcivescovo Ottone Visconti, e tutto il popolo lo acclamò signore. Così terminò Napo della Torre, il quale sopravvisse ancora un anno e mezzo, miseramente rinchiuso entro di una gabbia, in cui cessò di vivere e di soffrire, il giorno 16 agosto 1278. I Novaresi, i Pavesi, i Comaschi ed altri del contado istesso di Milano avevano resa forte l'armata dell'arcivescovo.
L'arcivescovo Ottone Visconti poco tempo potè rimanere principe tranquillo di Milano. Sebbene Napo della Torre non fosse più capace di fargli ostacolo, comparvero in campo molti signori della famiglia della Torre, e fra questi il patriarca d'Aquileia Raimondo, Cassone, Gotifredo, Salvino ed Avone, tutti della Torre; e colle scorrerie, sino sotto le porte di Milano, rendevano pericolosa e precaria la condizione di Ottone Visconti, ancora troppo debole per opporre una valida resistenza, e perciò l'arcivescovo, costretto ad eleggersi un signore, prima di cadere nelle mani dei Torriani suoi nemici, stimò miglior partito il dare la signoria di Milano al marchese di Monferrato per dieci anni, colla facoltà della guerra e della pace. Questa dedizione, cominciata nel 1278, non durò che quattro anni soli; giacchè, battuti che furono i Torriani a Cassano, e indeboliti a segno da non potere sì tosto innalzarsi, l'arcivescovo Ottone, cessando il timor in lui e il bisogno dell'assistenza del marchese, le di cui forze erano di molto peso, non ebbe ritegno alcuno di violare il contratto. (1282) Colse il momento opportuno, e, montato a cavallo, il giorno 27 dicembre 1282, coll'armi in mano, alla testa dei suoi fedeli, scacciò gli ufficiali tutti del marchese, e ritornò a signoreggiare da sè. Queste zuffe di patriarchi e di arcivescovi, tanto aliene dallo spirito del sacerdozio, sono una prova de' progressi che la ragione e seco lei la virtù hanno fatto ai tempi nostri, ne' quali ad alcuni sembreranno o supposti o esagerati questi fatti. Sembrerà poco credibile altresì che l'arcivescovo adottato peravesse suo figlio Guido da Castiglione, e che Milano venisse sottoposto all'interdetto l'anno 1381, perchè una famiglia aveva fatta ingiuria al prior d'un convento. Ma il Calco ce lo attesta:[598] Sacris interdicta manserat civitas Mediolanum ex controversia qua per injuriam gens Mirabilia priorem Pontidae premere videbatur[599]; e così, per il fatto d'un casato, si maledisse tutta la città. La storia tutta di que' tempi ci prova l'abuso di ogni cosa sacra. Ho detto che Ottone Visconti diede la signoria di Milano al marchese di Monferrato; non però la diede violando le apparenze della libertà, poichè anzi ne ottenne l'adesione del pubblico consiglio; e mentre comandava il marchese, si continuarono ogni anno a creare due magistrati, uno col nome di podestà, e l'altro con quello di capitano del popolo, e sempre si eleggeva il consiglio degli ottocento; consiglio, come ho detto, mutabile ogni anno, e che non rappresentava la città ed il popolo che per mera apparenza, perchè composto da membri non eletti del popolo. Il signore creava il podestà e il capitano del popolo; i quali, siccome dissi, giuravano obbedienza a lui; e il podestà e capitano creavano il consiglio. La città era realmente priva di libertà; soggetta a signorie temporarie del marchese d'Incisa, del marchese Pelavicino, del marchese di Monferrato: ma le fazioni interne erano almeno frenate, e non rimanevano da soffrire che gl'insulti d'un solo, sempre da principio cauto nel celare, l'abuso del potere non solo, ma persino la di lui ampiezza. Ne' tempi de' quali trattiamo, mentre il marchese di Monferrato godeva la signoria di Milano, si creò il Tribunale di Provvisione, ossia dodici sapienti uomini che presiedevano alla provvisione del comune di Milano. Ciò viene dall'erudito conte Giulini fissato all'anno 1279[600], e quel tribunale e il podestà sono le due più antiche magistrature che ancora ci rimangono. Il podestà cominciò coll'anno 1188; e poco manca a compiere il sesto secolo dalla sua istituzione, e i dodici di provvisione contano l'antichità di cinque secoli già trascorsi.
Il carattere di Ottone Visconti era assai meno moderato di quello di Napo Torriano. Cercò ed ottenne l'arcivescovo che l'imperatore Rodolfo facesse lega con lui, quantunque avesse fatto morire entro di una gabbia il suo vicario creato dieci anni prima. Ma l'influenza dell'Impero, dopo le seguite vicende, era assai debole nell'Italia, e conveniva cogliere ogni opportunità per acquistare appoggio. In ciò Napo ed Ottone palesarono ambizione uguale; ma Ottone Visconti con maggiore impeto si volle mostrar prepotente. Egli bandì le famiglie che gli erano sospette, e fece diroccare le case de' signori da Soresina. Poscia, disgustatosi del figlio adottivo fece diroccare parimente le case di Guido Castiglione. Indi, dopo una concordia giurata, l'arcivescovo istesso a tradimento s'impadronì di Castel Seprio, e distrusse quella rocca, celebre per la tradizione che in quel luogo eminente avessero collocata la prima loro sede gli Insubri, e celebre non meno per la fortezza del luogo medesimo; e fece porre negli statuti:[601] Castrum Seprium destruatur, et destructum perpetuo teneatur, et nullus audeat vel presumat in ipso monte habitare; e questo statuto è stato obbedito finora. Il Calco, scrivendo di quei tempi e di Ottone, c'insegna:[602] Cum suspicionibus piena omnia viderentur, nova etiam consilia vicatim agitari dubitabat, proindeque armatas cohortes die noctuque circumire urbem, et ne conventus inter cives fierent curare jussit[603]. Cercava, coll'orribile argomento delle torture, quell'arcivescovo di schiarire i molti sospetti. Era insomma un cattivo principe, come lo sarà sempre un uomo pauroso e potente. La città sentiva il peso d'un tal nuovo governo. Era probabilmente vicina una strage, se l'arcivescovo Ottone opportunamente non si piegava, abbandonando ogni cura civile a Matteo Visconti, suo pronipote, capitano del popolo, e creato podestà l'anno 1288. Ottone sopravvisse ancora sette anni oscuramente, pieno di paura della morte, ed attorniato da' medici, i quali non lo abbandonavano mai; e coll'assistenza di essi, all'età di ottantotto anni, morì, il giorno 8 agosto 1295, a Chiaravalle. Il tumulo di questo Ottone, il primo de' Visconti che ebbe la signoria di Milano, sta nel coro del Duomo, ove fu trasportato dalla vecchia chiesa di Santa Tecla. L'arca viene sostenuta da due colonne; e vi si legge l'epitaffio dell'arcivescovo Giovanni Visconti, postogli da poi, allorchè venne tumulato nella stessa tomba di Ottone. La signoria di Ottone durò circa undici anni. Egli nulla fece che meriti di essere dalla storia ricordato con lode. Si può dire in sua discolpa ch'egli dominò fra le turbolenze. Ma la mancanza di fede commessa col marchese di Monferrato, scacciandolo dalla signoria di Milano, prima che i dieci anni finissero, è un tratto d'aperta ingiustizia che non ha discolpa. Così non si doveva da lui tradire un principe coll'assistenza del quale era stato liberato dalle mani de' Torriani nemici. La fede mancata a Guido Castiglione, dopo appena giurata concordia con lui, introducendo degli uomini travestiti in Castel Seprio, e con tradimento invadendo quella rocca, nemmeno può dar luogo a discolpa. I bandi, le torture, le case diroccate, la pusillanime paura di morire, anche dopo d'esser vissuto ottant'anni, mostrano un uomo che nulla aveva di grande, nulla di generoso, e che forse nessun altro talento aveva per diventar principe, che la smania di comandare. Durante la signoria d'Ottone si abbandonò l'usanza di condurre il carroccio alla guerra; usanza che da due secoli e mezzo era stata in vigore, e di cui ho parlato al capitolo quarto. Nè questo cambiamento possiamo attribuirlo alle armi da fuoco, le quali si cominciarono ad usare più di mezzo secolo dopo. Forse si cambiò l'usanza del carroccio, perchè allora si introdusse quella di stipendiare una classe di uomini particolarmente addetta alla milizia, e conseguentemente disciplinata in modo, ch'ella non avrà avuto bisogno di segnali tanto visibili per eseguire le evoluzioni: il che faceva di bisogno per rendere uniformi e cospiranti ad un fine le mosse di una moltitudine di cittadini, condotti a combattere senza una determinata educazione a quel solo oggetto. Anche questo costume di assoldare truppe, e inventare una classe di milizia, conduceva alla signoria d'un solo: perchè allontanava da una parte il popolo dall'uso delle armi e lo disponeva all'obbedienza, e dall'altra parte dava il comando d'una forza preponderante nelle mani d'un uomo solo: forza composta di elementi staccati in certa guisa dalla società civile, il ben essere di cui in nessun modo influisce sul loro, e conseguentemente dipendenti affatto dall'arbitrio del comandante.
(1287) Matteo Visconti, col titolo di capitano del popolo, cominciò la signoria di Milano. I nostri scrittori lo chiamano Matteo Magno. Io mi limiterò a chiamarlo Matteo I, per distinguerlo da un altro dello stesso nome che regnò poi. Il Fiamma ci attesta che, sino dal principio del suo governo, Matteo I ebbe cura di conservare le pubbliche entrate, e non se ne appropriò la menoma parte; che non sparse mai sangue d'alcuno; che consegnava ai nobili le signorie dei borghi e delle terre, cambiandole però ogni anno; ch'egli era molto compiacente verso dei nobili; agile di corpo, e di tale robustezza, che colle sue mani spaccava il ferro di un cavallo; ch'egli, in mezzo alla sua robustezza, era morigerato; che aveva la sua corte ripiena di frati; che vestiva colle sue mani i sacerdoti, esercitava giornalmente atti di religione, e obbligava i suoi domestici ogni anno nella quaresima a confessarsi, e i renitenti castigava:[604] Cum autem praedictus Matheus Magnus Vicecomes dominium Mediolani obtinuisset, in ipso primo regimine nimis virtuose se habuit: fuit enim tantae castitatis et honestatis, quod tota ejus curia ex religiosis viris conserta videbatur. Missas devotissime audiebat, sacerdotes propriis manibus vestiebat. In omni quadragesima suos domicellos et caeteram familiam confiteri faciebat; aliter, ipsos grariter puniebat. Nobiles de Mediolano libenter audiebat, quorum consilio non contradicebat. Bona communitatis conservabat, sibi nihil retinebat. Nullius unquam sanguinem effudit. Dominia burgorum et villorum inter nobiles dividebat: omni tamen anno istorum dominia permutabat, unde omnes nobiles provocabat in amorem sui. Fuit etiam fortissimus corpore et agilis: ferratam magni dextrerii manibus lacerabat: et multa alia commendabilia faciebat. Vedremo poi che Matteo I, scomunicato, interdetto, morì senza ottenere nemmeno gli onori d'un funerale. Non sarà forse discaro il leggere qual giuramento facesse Matteo Visconti come capitano del popolo per cinque anni; il Corio ce lo ha tramandato:[605] Ad honorem Domini nostri Jesu Christi, et gloriosae Virginis Mariae, suae matris, et beati Ambrosi confessoris nostri, et beatorum Vincentii, Agnetis, Dionisii, et omnium sanctorum, sanctae matris Ecclesiae, et summi pontificis, et domini regis Romanorum, et ad conservationem Status venerabilis patris domini Othonis, sanctae mediolanenses Ecclesiae archiepiscopi, et ad bonum, tranquillum et pacificum statum populi et communis Mediolani, ac omnium amicorum et ad mortem et destructionem marchionis Montisferrati, et ejus omnium sequacium, vos, domine capitanee, così a Matteo Visconti diceva Francesco da Legnano, vos, domine capitanee, jurabitis regere populum Mediolani ab hodie in antea, ad annos quinque proxime venturos, bona fide, sine fraude, et quod custodietis et salvabitis ipsum populum... et statuta... et si deficerent, servabatis leges romanas[606]. I signori della Torre avevano il capitaniato del popolo, perpetuo nelle loro persone; poi si fece un annuale capitano, indi Matteo Visconti l'ebbe per cinque anni. Nel giorno di sant'Agnese, Ottone Visconti vinse i Torriani a Desio; nel giorno di san Vincenzo, Ottone s'era impadronito di Milano; nel giorno di san Dionigi, erano ultimamente stati sconfitti i Torriani a Vaprio: ecco il motivo per cui que' tre santi furono nominati. Per conoscere poi il cambiamento felice de' nostri costumi, si veda se oserebbe ora più alcuno, assumendo una solenne dignità, di promettere[607] mortem et destructionem marchionis Montisferrati, et ejus omnium sequacium: giuramento crudele, iniquo e sacrilego, nulla più potendo un sovrano cercar dal nemico, se non la riparazione de' mali che gli ha fatto, e la sicurezza di non riceverne di nuovi, non mai la morte e distruzione di esso e de' suoi; pensiero atroce, che offende la religione e persino le stesse leggi di natura. Merita osservazione altresì il vedere come si cercassero le leggi romane per servire ai giudici in caso non contemplato dallo statuto; la qual reviviscenza del gius romano presso di noi è la più antica memoria sinora osservata in questo giuramento, fatto l'anno 1288.
La signoria di Matteo Visconti non era ben sicura; egli era appena capitano del popolo per cinque anni, e terminavano coll'anno 1292. I Torriani, sebbene colla disfatta di Vaprio, seguita nel 1181, fossero stati per allora ridotti all'impotenza di nuocere, non vennero ivi estinti, e, col tempo, ricomparvero ancora potenti. (1290) Mosca ed Errecco della Torre, l'anno 1290, invasero da più parti le terre milanesi. Avevano degli alleati, e fra questi il marchese di Monferrato, nominato nel giuramento solenne del nostro capitano del popolo. L'infelice marchese fu preso dagli Alessandrini, e finì i giorni suoi entro di una gabbia, come Napo della Torre. L'umanità geme alla memoria di tai venture! Quasi tutte le città della Lombardia avevano, verso la fine del secolo decimoterzo, due fazioni e due famiglie prepotenti che si disputavano la signoria, come accadeva in Milano fra i Torriani e i Visconti. Pavia, per esempio, aveva i Beccaria e i Langosco; Novara, i Tornielli e i Cavalazzi; Vercelli, gli Avvocati e i Tizzoni; Bergamo, i Colleoni e i Suardi; Lodi, i Vignati e i Vistarini; Como, i Rusca e i Vitani; e così altre città erano internamente lacerate da' partiti. Mentre in tale imbarazzo si trovava Matteo I, due frati si posero a predicare pubblicamente per Milano la Crociata per Terra Santa, e radunavano molta gente pronta ad abbandonare la città per le indulgenze di quella impresa. Matteo perdeva sè stesso e la signoria, se avesse concesso che si allontanassero dalla patria le persone atte alle armi nel tempo in cui aveva tanto bisogno d'essere difesa; e perciò impedì questa emigrazione[608]: il che poi fu uno dei capi di accusa che vennero fatti a Matteo. Cercava accortamente Matteo I di fiancheggiare la sua nascente sovranità. Egli signoreggiava in Como, in Alessandria, in Novara e nel Monferrato, in qualità di capitano temporario del popolo di quei luoghi. Era stato eletto imperatore Adolfo conte di Nassau, l'anno 1292; e Matteo cautamente spedigli persona che lo impegnasse in favor suo, affine di ottenergli il titolo di vicario imperiale. Non cercava Matteo la signoria della sola città sua patria; più vaste erano le sue mire, e nulla meno desiderava che d'essere signore della Lombardia tutta. (1294) Il nuovo cesare era poco sicuro sul suo trono; nella Germania aveva un potente partito contrario, al quale finalmente dovette piegarsi. I denari dell'Inghilterra non furono inefficaci presso di lui; e non senza ragione crediamo noi che i doni e le promesse di Matteo avranno indotto quell'augusto a spedire a Milano, siccome fece nell'aprile dell'anno 1294, quattro legati cesarei; i quali, introdotti nel pieno generale consiglio, vi pubblicarono l'imperiale diploma, in cui Matteo Visconti veniva dichiarato vicario imperiale in Milano e per tutta la Lombardia, con mero e misto imperio, come lo aveva lo stesso re de' Romani. L'accorto Matteo si alzò, si mostrò sorpreso, e protestò ch'egli non accettava quella sublime dignità, salvochè il consiglio generale non l'ordinasse. Il che fu immediatamente determinato da quel consiglio, scelto da Matteo medesimo, mutabile ogni anno, e che si pretendeva che si rappresentasse il volere de' cittadini, dai quali non aveva ricevuta veruna commissione. Il consiglio supplicò Matteo ad accettare la dignità. Nè meno accorto si dimostrò Matteo nel fare in modo che in quel diploma medesimo l'imperatore assai onorevolmente confermasse tutti i privilegi della nostra città, la qual graziosa conferma dispose i cittadini a giurare volentieri fedeltà all'imperatore, e indirettamente al suo vicario. Spedì Matteo i suoi legati per la Lombardia, per essere riconosciuto rivestito del potere imperiale. Ma non tutte le città fecero loro facile accoglienza. Le città di Lodi, di Crema ed alcun'altra avevan anzi fatto lega co' signori della Torre, per bilanciare la potenza del Visconti. Matteo prudentemente pensò a farsi confermare dai Milanesi per altri cinque anni capitano del popolo, per togliere ogni odiosità al nuovo titolo, e riconoscere sempre temporaria e dipendente dal consiglio la signoria esercitata. Tale era il carattere di Matteo; l'uomo che meglio di ogni altro seppe adattarsi ai tempi e cavare profitto dalle circostanze.
(1298) Il successore del deposto imperatore Adolfo, cioè Alberto re de' Romani, innalzato l'anno 1298, confermò a Matteo Visconti il diploma di vicario imperiale, che quattro anni prima aveva ottenuto. Il titolo che si dava a Matteo era: Al magnifico ed egregio uomo il signor Matteo de' Visconti. Varie città, siccome dissi, eransi collegate coi Torriani a danno del Visconti, la di cui rapida e la di cui vasta ambizione facevano temere un padrone a molti piccoli Stati, i quali, in mezzo alla discordia, al disordine, alla tirannia di più padroni, avrebbero anzi dovuto desiderarne un solo, se la lusinga d'una chimerica libertà non gli avesse sedotti. Le terre del milanese erano devastate dalle scorrerie de' Torriani. (1299) Matteo Visconti fece radunare in Milano il consiglio generale il giorno 9 di aprile 1299. Ivi espose lo stato delle cose, le alleanze dei Torriani, i guasti cagionati dalle loro incursioni, le forze loro, le nostre, gli appoggi su i quali potevamo noi far conto; indi propose il partito se convenisse fare la guerra ovvero la pace. Detto ciò, volle abbandonare l'adunanza, affine di lasciare un'intera libertà alle opinioni di ciascuno. Con tale accorgimento Matteo si rendeva affezionata la città; credendosi libero il volgo, pago dell'apparenza e dei nomi; e credendosi considerati i pochi avveduti, per l'artificio medesimo che adoperava colui che aveva il potere nelle mani. La determinazione del consiglio fu di confermare per altri cinque anni Matteo Visconti capitano del popolo, colla facoltà di fare la guerra o la pace a suo piacimento. Il credito di Matteo era tale che i Veneziani e i Genovesi lo scelsero per arbitro d'una loro contestazione, ch'egli terminò; e quasi tutta la Lombardia si reggeva da lui. Alla moderazione e prudenza aggiungeva Matteo la liberalità pubblica. (1300) L'anno 1300 egli ammogliò Galeazzo, suo primogenito, con Beatrice d'Este, sorella di Azzone VIII, signore di Modena e Reggio e marchese di Ferrara. Lo sposo era più giovine della sposa. Galeazzo aveva ventitre anni, e Beatrice trentadue. Fra le singolari pompe che diede Matteo all'occasione di queste nozze illustri, per otto giorni vi fu corte bandita, cioè cibo e bevanda per chiunque la volesse; e alla mensa nuziale sedettero mille convitati, vestiti tutti in abito uniforme a spese della comunità di Milano. Per conciliarsi la corte di Roma, Matteo lasciava che il papa Bonifacio VIII regolasse e disponesse della chiesa milanese a suo libero arbitrio, eleggendo i candidati per qualunque beneficio, e dando ordine ai regolari senza saputa dell'arcivescovo; insomma comandando senza limite quanto voleva nella gerarchia ecclesiastica. Pareva in fatti consolidata la signoria di Matteo di modo che nessun avvenimento potesse rovesciarla giammai, ma l'amore paterno deluse la politica nel cuore di Matteo: il che non lo rammento per biasimo, anzi per lode; giacchè è grande colui che talvolta è sedotto dalla benevolenza. Un cuor gelato, che lascia l'ingegno arbitro de' propri interessi in ogni occasione, non può avere mai l'eroismo; e gli uomini tutti, e molto più i principi, si possono non credere benefici, sin tanto che, mostrandosi tali, promovono i propri interessi; ma laddove, beneficando, li pregiudicano, forza è conoscere l'animo loro sensibile e generoso. Galeazzo, sposo, giovine, imprudente, era l'idolo di suo padre; il quale fece passare in lui la carica di capitano del popolo. I nemici, siccome dissi, devastavano colle loro scorrerie lo Stato. Il nuovo capitano del popolo, senza sperienza militare, senza talenti, col solo inquieto ardimento dell'età sua, prese a fare diverse spedizioni, ora contro de' Novaresi, ed ora contro de' Pavesi, con nessun profitto, e con notabile dispendio e incomodo dei Milanesi. Mosca, Errecco e Martino della Torre erano acquartierati in Cremona, ed avevano in favor suo Novara, Pavia, Vercelli, Lodi, Crema, ed il giovine marchese di Monferrato. Tutta questa lega era combinata per ricondurre i signori della Torre in Milano e deprimere la nascente potenza de' Visconti, il governo de' quali era spiacevole per la condotta imprudente di Galeazzo. La sorte rimase indecisa sino all'anno 1302, nel quale i Visconti caddero alla condizione di semplici privati. Matteo non ebbe altro partito da prendere se non quello di ritirarsi a Peschiera presso il lago di Garda, indi a Nogarola nel Veronese, dove con pochi beni di fortuna si pose a vivere una vita libera e campestre, lontana da ogni cura pubblica. Galeazzo si rifugiò colla moglie presso il marchese suo cognato, ed in Ferrara diventò padre di Azzone Visconti. Ho risparmiato al lettore il racconto delle zuffe datesi con varia fortuna in questa ed in altre occasioni, e lo risparmierò sempre, fuorchè non siavi qualche circostanza che sembri meritevole di essere conservata nella memoria degli uomini. Matteo non si mostrò mai buon soldato. Galeazzo aveva impeto, ma non condotta. Dovettero per ciò soccombere a forze assai preponderanti.
(1302) Ritornati alla patria i signori della Torre l'anno 1302, dopo venticinque anni d'esilio, mostrarono nei primi cinque anni d'essere alieni da ogni vista ambiziosa, e di volere essere cittadini di una patria libera; non ottennero dignità alcuna. La città si reggeva co' soli magistrati, il podestà e il capitano del popolo. Si nominavano ogni anno il consiglio degli ottocento; e sarebbe stata libera la patria se i consiglieri avessero ricevuta la loro dignità all'elezione del popolo. Nondimeno la rispettosa opinione verso i signori della Torre non era svanita. Morì in Milano Mosca della Torre, e il di lui funerale si celebrò con pompa sovrana, vestendo di porpora il cadavere, e trasportandolo sotto un baldacchino alla chiesa di San Francesco. (1307) Guido della Torre rimase il capo della sua casa, e a lui venne offerta la carica di capitano del popolo per un anno, e l'accettò il giorno 17 dicembre 1307. Fu tanto gradito il governo di Guido alla città, che, al terminare dell'anno, per acclamazione pubblica, non solo venne creato capitano perpetuo del popolo, ad esempio di quanto si era fatto con Martino, con Filippo e con Napo dello stesso casato, ma di più gli venne data la facoltà di fare nuovi statuti; il quale attributo, costituendolo legislatore, gli dava la vera sovranità. Guido si mostrò sorpreso da un impensatissimo avvenimento, quando vide attorniata la sua casa dai popolari applausi; e accondiscese quasi a stento a portarsi alla sala, ove il popolo lo volle accompagnare; ed ivi dagli ottocento radunati consiglieri era aspettato per dare il giuramento della dignità. Quasi crederei sincera la sorpresa, e sincera la renitenza in Guido della Torre, il quale, dimenticando le gabbie orrende che avevano rinchiusi Napo suo zio e il marchese di Monferrato suo amico, non pensò mai a tessere insidie a Matteo Visconti, che, privo di denaro e di forze, viveva tranquillamente alle sponde dell'Adige. Guido non potè piegarsi mai alla dissumulazione, anche in tempo in cui il solo partito che gli rimaneva era quello.
Mentre Guido della Torre godeva d'una sovranità la più legittima d'ogni altra, poichè spontaneamente offertagli dai voti pubblici, si preparava nella Germania la di lui rovina coll'elezione di Enrico di Lucemburgo, innalzato alla cesarea dignità. Guido in mezzo alla prosperità, fece chiedere a Matteo Visconti come vivesse, e quando sperasse di riveder Milano. I due quesiti vennero fatti in nome di Guido a Matteo mentre passeggiava alle sponde dell'Adige; e la risposta fu precisa; come io viva lo vedi, passeggiando e adattandomi alla fortuna; per ritornare alla patria aspetto che i peccati de' Torriani sieno maggiori de' miei[609]: tale fu il riscontro ch'egli fece fare a Guido della Torre. Alcuni amici rimanevano ancora a Matteo, ma dispersi, abbattuti e proscritti. Fra questi merita distinta menzione Francesco da Garbagnate, milanese, esiliato per essere del partito di Matteo; uomo di studio, di età fresca e di ottime maniere. Viveva egli in Padova insegnando la giurisprudenza, e traendo da quest'esercizio il suo vitto. Ma poichè intese l'elezione accaduta in Germania di Enrico di Lucemburgo, annoiato egli della sua ristrettissima condizione, e probabilmente a ciò spinto da Matteo, vendette i suoi libri; e, col denaro che ne potè adunare, s'equipaggiò alla meglio, e passò in Germania, cercando stipendio sotto il nuovo imperatore. Il Garbagnate era un giovine colto, amabile, di felice aspetto, accorto, informato dello stato d'Italia, e probabilmente parlava la lingua tedesca. Si presentò al nuovo augusto in un momento felice, e fu bene accolto ed ammesso fra gli stipendiati. Enrico già pensava all'Italia, e non potevagli essere indifferente il Garbagnate; il quale anzi in breve seppe così ben soddisfare la curiosità di Enrico, che acquistò la sua grazia e benevolenza, per modo che lo informò minutamente del carattere di ciascuno de' signori che possedevano le città lombarde, degli appoggi, delle amicizie, degli odii di ciascuno, delle loro forze, dello stato di ciascuna città: il che alla venuta che fece poi Enrico nell'Italia, lo trovò esattamente vero. Il Garbagnate non mai dimenticava ne' suoi discorsi con cesare il suo Matteo Visconti, di cui la fedele divozione all'Impero, la bontà, la prudenza, la moderazione, il disinteresse, la beneficenza e tutte le virtù venivano poste in tal lume, da invogliare l'imperatore a conoscerlo, e preparare la confidenza in lui, come il più conveniente di ogni altro per terminare le intestine discordie, e far rivivere l'autorità dell'Impero sulle città lombarde, tosto che ei fosse tratto da quell'oscurità in cui capricciosa fortuna l'avea gettato.