L'eletto imperatore si dispose a venire nell'Italia, ove disegnava di ricevere la corona del regno italico prima, indi la imperiale. (1310) Egli previamente spedì a Milano il vescovo di Costanza, il quale, nell'aprile dell'anno 1310, si presentò al consiglio generale; ed ivi ricercò, seguendo l'antica pratica usata nel viaggio dei cesari, che la comunità facesse accomodare le strade e i ponti per dove il nuovo augusto doveva passare; ed avvisò i conti, i baroni ed i vassalli tutti che si portassero alle Alpi ad incontrare il sovrano. Lo storico milanese Giovanni da Cermenate, che viveva in quei tempi, espone l'arringa officiosa di quel vescovo; il quale, fra le altre cose, disse che Enrico di Lucemburgo, incoronato già in Acquisgrana col diadema d'argento, aveva destinato di ricevere in Milano la corona di ferro:[610] Quod, clarissimi cives, significat, quod sicuti per ferrum et istrumenta ferrea caetera metalla domantur, sic per salubre consilium, nec non praeclaram armorum virtutem italicorum, et praecipue Mediolanensium, domare debet imperator caeteras nationes. Il punto era assai scabroso per Guido della Torre, il quale, come capitano perpetuo, sedeva nel consiglio. L'opporsi alla domanda, era lo stesso che il dichiararsi apertamente ribelle; la domanda era giusta, conforme alla pratica, e fatta colla maggiore onorevolezza; nè si poteva contrastarla, se non innalzando lo stendardo della fellonia; e Guido non era sicuro d'essere secondato dalle altre città, ossia da molti vacillanti principi che le reggevano. L'aderire alla richiesta era lo stesso che porre nelle mani del nuovo eletto la città, la signoria acquistata, e la propria persona. Promettere tutto, e mancare poi, non lo permetteva il carattere di Guido. L'imbarazzo era grande per darvi una risposta; e chi lo sciolse fu un di lui amico intimo, un giureconsulto che sedeva nel consiglio, Bonifacio da Fara. Incominciò questi un discorso ampolloso, magnificando primieramente la maestà del romano Impero, il rispetto dovuto al trono augusto, la divozione che sempre la città di Milano aveva dimostrato ai cesarei benefici; passò quindi a trattare della venuta degli augusti nell'Italia, per ricevere la corona d'oro in Roma, dopo essere incoronati col ferro in Milano, e coll'argento prima nella Germania; viaggio di somma importanza e per il sublime personaggio che lo fa, e per la sacra solennità che viene a celebrarvi; poi discese a trattare della venerazione che meritava il vescovo di Costanza, non meno per l'episcopale dignità, che per l'importantissima legazione che eseguiva, rappresentando il più gran monarca del mondo; e dopo una lunga amplificazione concluse essere perciò quest'affare della maggior importanza, o si risguardi l'eccelso principe che lo promoveva, o il venerabile ministro che lo annunziava, o la maestà della cosa che veniva proposta; quindi, come i grandi oggetti meritano rispetto e ponderazione somma per ogni riguardo, tempo perciò vi voleva per maturamente esaminarlo, e preparare una confacente determinazione. Con tale artificio l'astuto Bonifacio da Fara offrì il disimpegno per guadagnar tempo e sciogliere il consiglio, come si fece; e il vescovo ne uscì nulla più informato di prima sulle intenzioni del signor Guido della Torre, capitano perpetuo del popolo di Milano.

Guido della Torre si approfittò del tempo, e chiamò a Milano tutti i signori che dominavano nelle città della Lombardia ad un congresso, a fine di concertare il partito che conveniva di prendere intorno la venuta del nuovo imperatore. Erano trascorsi già centoventiquattr'anni dopo l'ultima coronazione, fatta in Milano nel 1186, di Enrico, figlio di Federico I. Gli imperatori non erano stati dopo quell'epoca nominati da noi, se non o per qualche diploma, ovvero per le guerre che avevamo con essi. Radunatisi questi principi in Milano, Guido propose che tutti seco lui si collegassero a far causa comune per la comune loro salvezza, e, combinando tutte le forze loro in una armata, si portasse questa ai difficili passi delle Alpi, e s'impedisse la insolita venuta d'un imperatore nell'Italia; il che non facendosi, Guido annunziava, non solamente ecclissato lo splendore delle loro famiglie, ma schiantata dalle radici la loro dominazione sulle città. Guido prevedeva esattamente la cosa, come la sperienza mostrò poi. Ma il conte di Langosco, suo suocero, rammentando la devozione che i maggiori suoi ebbero sempre all'Imperio, ricordandosi vassallo dell'imperatore, sosteneva doversi anzi preparar tutto per accogliere quell'augusto coll'onore e colla riverenza che era dovuta da uno Stato fedele al suo legittimo sovrano. Replicava Guido, sinora non essere concorsa nell'elezione di Enrico di Lucemburgo, che la sola Germania; non essere il regno d'Italia per anco radunato, nè acclamazione o coronazione alcuna seguíta, onde potesse qualificarsi sovrano legittimo; trattarsi la questione appunto se convenga, coll'accettazione, crearlo tale; il che egli dimostrava contrario ai comuni interessi delle loro famiglie, e lo sosteneva con forza e con passione. Ma non gli riuscì di fare che gli altri abbracciassero questa opinione. Fosse negli altri timidità, fosse virtù, fosse ritrosa gelosia di non mostrarsi vinti dalle parole di Guido, fosse che l'eloquenza passionata e di sentimento vigoroso, che trascina le anime energiche, rende diffidenti ed ostinate le anime piccole e fredde, qualunque ne fosse la cagione, Guido uscì da quel congresso smanioso, esclamando d'aver trattati con ciechi, sordi ed insensati, che rifiutavano l'unico partito che rimaneva per la loro salvezza. Gli storici ce lo dipingono quasi fuori di sè, che, smanioso, passando da una sala all'altra del suo palazzo, andava ripetendo: «Che ho io che far mai con quest'Enrico di Lucemburgo? Che c'entra egli mai a turbare il mio Stato? Che gli debbo io; che mai gli dovettero quei di mia casa? Io mai no 'l vidi, nè mai ebbi relazione alcuna con lui». Così egli diceva; e, rivolto ad alcuni domestici che, sebbene sbigottiti, non lo perdevano di vista: «Dite, dite, rispondete (esclamava), che cosa ho io che fare con Enrico, o tedesco o francese ch'ei sia? Cosa gli debbo io? Qual ragione può egli aver mai per togliermi il mio? Perchè non ci difendiamo noi dunque?» Cercarono di calmarlo i signori del congresso, e fu concluso che, dovendo il re entrare nell'Italia per la strada di Savoia, siccome aveva egli disposto, nulla pregiudicava il lasciarlo avanzare sino al Piemonte; che ivi poi alcuni di essi sarebbergli andati incontro, ed esaminando più da vicino quali pretensioni avesse quel sovrano, o avrebbero fatte le scuse per gli assenti, qualora mite e benevolo lo trovassero; ovvero avrebbero avvisati gli amici lontani per l'opportuno concerto, quando mai avessero ravvisato lui disposto a contrastare la loro autorità. Guido fu costretto ad accontentarsi di questo complimento; e il congresso fu sciolto con una determinazione che da una parte doveva alienare l'animo del nuovo augusto da questi piccoli principi, e dall'altra nessuna precauzione preparava per mettersi al coperto dei danni che poteva loro cagionare. Guido non misurava l'indipendenza sua colle sue forze. Proibì che nessuno in Milano nominasse Enrico da Lucemburgo, o ragionasse della venuta d'un nuovo imperatore. I vassalli si erano allestiti per andare incontro al nuovo cesare, e Guido proibì loro l'uscire dalla città.

Il re Enrico, verso la fine di ottobre dell'anno 1310, venne a Susa, donde passò a Torino, indi ad Asti. Egli aveva seco la regina Margherita sua moglie, principessa di una bellissima figura; conduceva seco molti principi tedeschi e francesi, e lo accompagnavano mille arcieri e mille uomini d'arme. I vassalli d'Italia, che gli andavano giornalmente incontro coi loro militi, rendevano sempre più forte il séguito di quell'imperatore. Alcuni del congresso di Milano si presentarono al nuovo cesare. Enrico parlava di pace, di ordine, di tranquillità civile, e di voler dare questi beni alle città d'Italia, le quali da lungo tempo ne erano prive. Il re si mostrava imparziale, non inclinato a fazione alcuna; e da quanto aveva già fatto in Torino ed in Asti, si comprendeva qual fosse il piano da lui abbracciato per procedere a questo fine; cioè togliendo ai privati ogni dominio, restituendo il governo di ciascuna città al suo consiglio generale, sotto il presidio di un vicario imperiale. Con questo saggio e benefico progetto ogni gara veniva annientata; e l'Italia, sotto un moderato governo, veniva a goder della pace; e la regia autorità si rianimava soltanto quanto bastava ad escludere gli usurpatori, con utilità reciproca del sovrano e del popolo. Allora compresero Langosco e gli altri che più poco v'era da sperare per la loro dominazione; e conobbero tardi che Guido aveva saputo prevedere.

Francesco da Garbagnate, sempre caro e sempre vicino al nuovo imperatore, era in Asti, venuto in séguito di lui; nè mai trascurava l'occasione di encomiare le qualità e il merito di Matteo Visconti. Allorchè vide il re invogliato di conoscerlo, e che dal re medesimo ne intese la brama, cautamente operò in modo che Matteo, travestito e colla compagnia d'un solo domestico, per strade inosservate, prestamente da Nogarola si portò in Asti. Tanta era la fama di quest'uomo e tanta la fiducia che avevano in lui i nemici dei Torriani, che, risaputosi appena l'arrivo di questo illustre solitario, un'immensa folla di persone andò al suo albergo, e lo accompagnò al palazzo ove risiedeva il re Enrico, i cortigiani del quale conobbero di quanta considerazione godesse l'uomo che cercava d'essere al re presentato, il che subito gli venne concesso. Il Visconti, introdotto alla presenza del nuovo cesare, levatosi il cappuccio, si gettò a' suoi piedi, e raccomandò alla giustizia e clemenza sua la persona propria e i suoi. Fu accolto con molta grazia dal re. Dicono i nostri scrittori che nella stanza medesima vi fossero varii altri signori delle città lombarde, e fra questi il conte Langosco; che Matteo, poichè ebbe reso omaggio al re, si accostasse per abbracciare il conte, dal quale villanamente gli fossero voltate le spalle; il che desse luogo a Matteo di ammonirlo, essere tempo omai di por fine alle inimicizie private, e di servire tutti d'accordo all'utilità pubblica sotto di un così benigno, così giusto e così grazioso monarca. Se questo fatto è accaduto, egli è certamente lontano dai nostri costumi, che non permettono in faccia del sovrano di essere occupati da simili personalità. Si dice di più, che ivi rabbiosamente taluno rinfacciasse a Matteo Visconti d'essere il perturbatore della Lombardia; e che Matteo sempre padrone de' suoi moti, pacificamente indicando il re, null'altro rispondesse se non: Ecco il nostro re, che darà la pace a ciascuno. Se ciò avvenne, la inurbana ostilità de' suoi nemici dovette dare risalto alla cortese moderazione del saggio Matteo. Il re, sorridendo, terminò il discorso col dire: La pace per metà è già fatta; a me spetta il compierla. Così racconta il Corio.

Guido della Torre frattanto se ne stava in Milano. Egli alloggiava nel palazzo fabbricato quindici anni prima da Matteo Visconti, allora vicario imperiale dell'imperatore Adolfo; il qual palazzo era situato dove oggidì vi è la real corte arciducale[611]. Guido aveva al suo stipendio mille soldati a cavallo. Il re gli aveva spedito ordine di consegnargli liberi i due fratelli dell'arcivescovo, ch'egli teneva prigionieri; e Guido non aveva dato riscontro alcuno. Sperava Guido che i consigli da' Langoschi e di altri suoi aderenti avrebbero dissuaso il re dal venire a Milano; e si fidava che in ogni evento, Vercelli, Novara e Vigevano, ben presidiate città, avrebbero resistito alla venuta di Cesare. Il Langosco, in fatti, e gli altri suoi aderenti adoperarono ogni arte per fare che il re prescegliesse di farsi incoronare a Pavia, e non venisse a Milano. Ma il Garbagnate e il Visconti fecero comprendere ad Enrico che non v'era sicurezza sin tanto che Milano era in potere di Guido della Torre; che anzi era indispensabile che in Milano l'imperatore piantasse la sua sede; poichè, padrone una volta della città, e ricevuta che avesse ivi solennemente la corona del regno italico, alcuno più non avrebbe osato di fargli opposizione. Il re deliberò appunto di così fare. Al presentarsi del re colle sue forze prima a Vercelli, poscia a Novara, nessuna opposizione ritrovò: venne anzi onoratamente accolto e venerato come sovrano. Vigevano fu preso dalle truppe reali senza spargimento di sangue, poichè un medico del paese cautamente ve lo introdusse. Il re non permise che si oltraggiassero i vinti, e il solo uso ch'ei fece dell'autorità, fu per sedar le fazioni. Informato Guido di tai progressi, finalmente spedì a Novara anch'egli alcuni de' suoi, per rendere omaggio in di lui nome al re, e presentargli i due fratelli dell'arcivescovo. S'incamminò poscia il re de' Romani verso Milano, dove aveva già spedito il suo maresciallo di corte con truppe, affine di preparare gli alloggiamenti; e mentre era innoltrato nel cammino da Novara a Milano, ricevette un avviso dal maresciallo, che Guido della Torre non voleva sbrattare dal suo palazzo per lasciarlo al re; e che non voleva licenziare i mille armati del suo stipendio. Il re, scostatosi dalla via pubblica, chiamò a parlamento i suoi. Nessuno ardì di consigliargli il partito ch'egli saggiamente prese. Spedì rapidamente avanti di sè l'ordine che il maresciallo al momento pubblicasse in Milano il comando, che ciascuno uscisse incontro del re fuori della porta della città. La sorpresa, la fama già precorsa della bontà di quel sovrano, l'amore delle cose insolite, naturale al popolo, che sente i mali presenti e si lusinga d'un favorevole cambiamento; la maestà d'un augusto, la noia de' Torriani, tutto in un momento si riunì, e fece uscire i Milanesi affollati fuori della porla della città ad incontrare l'imperatore. Guido della Torre, per non rimanere solo, s'indusse egli pure ad uscire; e fu degli ultimi. A misura che il re s'andava accostando alla città, cresceva il numero de' Milanesi che gli rendevano omaggio. I signori cavalcavano, secondo l'uso di que' tempi, col loro scudiere, che portava inalberata la loro insegna; e a misura che compariva il re, le insegne si abbassavano per riverenza. Presso le porte, al fine della città, comparve Guido della Torre, preceduto dal podestà, che in quell'anno era Ricuperato Rivola, bergamasco. Il podestà umilmente presentò al re il bastone del comando, ch'era il distintivo della sua dignità; il re lo prese, indi graziosamente glielo riconsegnò. Guido della Torre teneva immobilmente innalberato il suo stendardo; e alcuni del séguito del re de' Romani, ragionevolmente sdegnati di questo inopportuno orgoglio, si scagliarono sullo scudiero, glielo strapparono dalle mani e lo gettarono nel fango. Sconcertata così ogni pretensione di Guido, scese da cavallo, e umiliatosi al re, baciogli il piede, siccome allora era il costume. Il saggio Enrico allora lo accolse con bontà, e con paterno amichevole tuono gli disse: Sia d'ora innanzi fedele e pacifico; questo è il solo buon partito che ti resta da prendere.

Resosi per tal modo padrone di Milano, Enrico di Lucemburgo andò ad alloggiare nel palazzo, ove sta oggidì la real corte, il quale era signorilmente fabbricato per l'uso di que' tempi. Questa entrata del re in Milano accadde il giorno 23 dicembre 1310. La prima cosa che ordinò Enrico fu: che fra le due famiglie Visconti e della Torre vi fosse una perpetua pace; che le cose passate nemmeno più si potessero nominare; che da quel punto ogni fazione s'intendesse proscritta ed abolita per sempre; che i fuorusciti liberamente ritornassero tutti nel seno della loro patria, e fossero repristinati nel godimento de' loro beni. Ciascuno dovette giurare di osservare questa legge, in cui venne imposta la pena contro i contravventori di mille libbre d'oro: per fare il qual peso vi vogliono centomila zecchini, somma che, in que' tempi singolarmente, doveva essere difficile il far pagare. Io quasi dubiterei di errore, se la carta non dicesse chiaramente mille librarum auri puri poena, e non lo avesse pubblicata il nostro esimio Muratori[612]. Il re Enrico fece dappoi radunare il popolo sulla piazza di Sant'Ambrogio. Ivi si collocò sopra di un eminente e magnifico trono, a' piedi del quale fece sedere i signori Visconti e della Torre; e in questa circostanza, d'ordine del re, un oratore prese a parlare al popolo, dichiarando che il nuovo augusto non era venuto in Italia per proteggere alcun partito, ma per fare indistintamente il bene, e senza parzialità, a tutti; che egli voleva la pace e la concordia; ed in prova indicò i signori che unitamente sedevano sui gradini del trono. Questi benefici sentimenti, la vista inaspettata e tenera di due famiglie irreconciliabili, rese tranquille dalla felice autorità del monarca, fecero che il popolo scoppiasse in lagrime di gioia e in applausi al virtuoso e benigno principe; e così l'eloquenza del cuore della moltitudine coronò, nella più sensibile maniera e nella più fausta, il principio della nuova sovranità, anche prima della sacra cerimonia, che si celebrò poi in Sant'Ambrogio il giorno 6 gennaio 1311; dove l'arcivescovo di Milano, assistito da due arcivescovi e da ventun'altri vescovi, solennemente incoronò colla corona ferrea del regno d'Italia il nuovo augusto. I due arcivescovi assistenti furono quei di Treveri e di Genova. I vescovi furono di Liegi, di Ginevra, d'Asti, di Torino, di Vercelli, di Novara, di Bergamo, di Padova, di Vicenza, di Treviso, di Verona, di Mantova, di Piacenza, di Parma, di Reggio, di Modena, di Lucca, di Brescia, di Lodi, di Como e di Trento. Questa solennità fu resa più augusta dall'assistenza del duca d'Austria, del duca di Baviera, del conte di Lucemburgo, fratello dell'imperatore, del conte di Fiandra, del conte di Savoia, del Delfino, del marchese di Monferrato, e di gran numero d'altri baroni e signori italiani e tedeschi. Il vescovo di Vercelli ebbe l'onore di cingere la spada al re, al quale vennero con cerimonia consegnati il pomo d'oro, lo scettro e la verga, prima che l'arcivescovo terminasse il rito, imponendogli la corona. È degno di memoria un fatto, ed è che non fu possibile, per quante ricerche se ne facessero, di ritrovar conto dell'antica corona del tesoro di Monza, colla quale era tradizione che fossero stati incoronati gli antichi re d'Italia. Forse il far smarrire quell'antico cerchio è stata una minuta animosità di Guido della Torre; ma vi si supplì ben tosto con poca difficoltà da un fabbro, che formò d'acciaio una corona di ferro, a foggia di due rami d'alloro intrecciati. In quel giorno solenne il nuovo re d'Italia creò alcuni militi, siccome era l'uso di fare nelle grandi occasioni, e il primo nominato fu Matteo Visconti.

Sin qui la novità della venuta del re Enrico non aveva cagionato se non giubilo e consolazione alla città. Ma terminata appena la incoronazione, venne convocato il consiglio generale; dove, entrando un ministro del re con un notaio, ricordò ai consiglieri radunati l'antica usanza del regalo da farsi all'imperatore nuovamente coronato; e, rivoltosi al notaio: Scrivete, disse, ciò che una città sì grande e magnifica determinerà di offrire al nuovo cesare. Nessuno ardiva essere il primo a favellare. Un cupo silenzio regnò per qualche tempo in quella numerosa adunanza. Pure conveniva proferire; e il primo eccitato a parlare, per liberare sè medesimo d'imbarazzo, altro non seppe suggerire, se non d'incaricare uno dei più stimati fra' consiglieri, a lui rimettendo il determinare la somma. Nominò poi Guglielmo della Pusterla; e tutti i consiglieri, contenti di questo disimpegno, replicarono il nome di Guglielmo della Pusterla: il quale, così impensatamente còlto, avrebbe pur voluto potersi liberare da quella briga, e uscire dall'alternativa o di mancare con suo danno ai riguardi verso del nuovo augusto, ovvero d'esporsi, pure con suo danno, ai venturi rimproveri dei cittadini. Non v'è cosa buona che qualche volta non rechi incomodo, persino la buona riputazione. Costretto Guglielmo a nominare una somma, proferì cinquantamila fiorini d'oro. Il consiglio approvò questo donativo. Matteo Visconti non voleva tralasciare occasione di farsi merito; quindi, dopo di avere anch'egli assentito al donativo proposto: Quest'è, disse, per l'imperatore; ma lasceremo noi di offrire qualche segno d'omaggio alla incomparabile imperatrice? Presentiamo alla bellissima principessa dieci altri mila fiorini d'oro. Così propose Matteo; e, sebbene tacessero i consiglieri tutti, il notaio andava scrivendo anche questo secondo regalo; Guido della Torre, impetuosissimo uomo e incapace di piegarsi ai tempi, non si potè contenere; o fosse sdegno contro di Enrico, o fosse insofferenza vedendo un antico rivale diventato l'arbitro del consiglio, qualificò altamente Matteo per un cattivo cittadino, che con una comodissima liberalità donava l'altrui; s'alzò borbottando e dicendo con ironia: E perchè non piuttosto il numero compito di centomila fiorini? Il notaio puntualmente scrisse centomila fiorini d'oro, e si dovettero pagare, malgrado i maneggi fatti poscia inutilmente per diminuire tal somma.

Mi sia permessa una breve digressione. Se la somma di centomila fiorini d'oro era allora tanto grave a pagarsi, quantunque ripartita su tutta la città, come adunque una somma di tal valore poteva minacciarsi a un privato, il che poc'anzi si è veduto nella pace ordinata fra i Visconti e i Torriani? La storia ci presenta frequenti occasioni di dubitare, anche sopra de' più autentici documenti, perchè i costumi, co' secoli, si sono cambiati; e se oggidì sarebbe ridicola una legge che imponesse la pena d'un milione di scudi al delinquente, forse allora non lo sarà stata, e la esagerata minaccia era forse lo stile del legislatore. Forse anco l'antico spirito delle leggi longobarde, che fissava le pene pecuniarie, non permetteva di imporre, se non indirettamente, le pene personali, cioè fissando una somma impossibile, la quale, non pagata, il delinquente cadeva in potere del legislatore. È noto come il fiorino d'oro è la stessa moneta che oggi chiamiamo il gigliato, che, da Fiorenza e dal fiore che aveva ed ha nell'impronto, si chiama fiorino; che questa moneta di purissimo oro si cominciò a coniare in Firenze l'anno 1252; e che ben presto acquistò tal credito, che molti altri Stati lo imitarono. Anche Milano ebbe i suoi fiorini d'oro nei tre secoli che vennero dopo quell'epoca: ed io credo che una di tali monete che possedo, coll'immagine da una parte di sant'Ambrogio, e dall'altra dei santi Gervaso e Protaso, e colla data Mediolanum, possa essere coniata circa l'anno 1258, nel quale si fece uno statuto per migliorare la moneta, ovvero circa al 1260; anno al quale il Muratori attribuisce altre monete d'argento battute in Milano senza nome di principe, poichè l'Impero era vacante[613].

Era sul punto il re Enrico d'incamminarsi verso di Roma, per ivi ricevere la terza incoronazione come imperatore; ma ben prevedeva quel prudente signore che sarebbe stata di corta durata la pace data a Milano, s'egli si allontanava, conducendo seco le sue milizie. Gli armati che lo accompagnavano non erano numerosi abbastanza per poterne staccare porzione in custodia della Lombardia. Doveva aspettarsi che l'odio e la rivalità delle fazioni sopite, scoppiassero al momento in cui veniva levato il peso che le aveva fiaccate; e che o i Visconti o i Torriani ben tosto venissero espatriati e resi raminghi co' loro aderenti. Il saggio principe, con accorto consiglio, nominò cento nobili milanesi, dai quali voleva essere onorevolmente accompagnato nel suo viaggio di Roma; e in questo numero erano compresi i capi e i più distinti dell'una e dell'altra fazione. Questa determinazione, che infatti era decorosa per gli eletti, piacque sommamente alla città, che ne traeva l'augurio della ventura quiete e dell'ordine. Gli eletti per lo contrario, cercavano il pretesto onde poterne sventarne l'idea; e quello che singolarmente rappresentavano, era la mancanza del denaro per un decente corredo: mancanza in parte vera, poichè gli espulsi, nel tempo dei partiti, avevano perduto i loro beni. Comandò adunque il re che la comunità di Milano dovess'ella somministrare i mezzi convenienti per i cento nobili nominati ad accompagnarlo. Pareva che per tal modo fosse spianata ogni difficoltà; ma le sorde ed implacabili passioni rovesciarono ogni cosa. Sembrava quasi che secretamente i due partiti operassero di concerto per annientare ed eludere il potere benefico del re, che altro non toglieva loro che la facoltà di nuocersi. I centomila fiorini d'oro del regalo si riscuotevano con violenze, e in modo cotanto odioso, che la città era piena di lamenti. Si disseminò la vociferazione del nuovo aggravio da imporsi per equipaggiare i cento nobili ed abilitarli al viaggio di Roma. Si cercava di far nascere l'avversione contro del re e dei tedeschi, come invasori dello Stato. In queste circostanze, e mentre cominciava già a spargersi la tristezza, venne radunato il consiglio generale per ordine del re, nel quale comparve Niccolò Bonsignore di Siena, come ministro del re, proponendo al consiglio d'assumersi la spesa per il viaggio de' cento nobili. Aveva Nicolò Bonsignore fatto circondare dalle armi del re la sala del consiglio, quella cioè dove attualmente si trova l'archivio pubblico. Fatta ch'ebbe quel signore la proposizione, un cupo silenzio occupò tutta la sala, e non vi fu mai modo che un solo de' consiglieri rispondesse alle molte istanze e interpellazioni di quel ministro. Credette Nicolò di essere deriso; e dopo inutili tentativi, partì dal consiglio lasciando gli ottocento radunati e custoditi dalle guardie, sì che nessuno potesse uscirne. Portossi immediatamente dal re, al quale esponendo l'ostinazione del consiglio, procurò di animarlo contro de' Milanesi, gli significo come la città fosse inquieta; che fuori di porta Ticinese, ne' prati ove scorre la Vecchiabbia, eransi veduti Galeazzo Visconti e Francesco della Torre in secreto misterioso colloquio, d'onde, non credendosi veduti, s'erano separati prendendosi per la mano in atto di reciproca promessa; il che fra due case cotanto nemiche non poteva indicare se non una congiura contro del nuovo regno; eccitò l'animo reale a farsi perfino temere da un popolo che non poteva guadagnare co' beneficii, e chiese se dovesse trasportare in carcere i taciturni consiglieri, ovvero passarli tutti a fil di spada. Tale fu il bel parere che quell'italiano diede ad Enrico. Ma il re aveva un miglior naturale del suo ministro. L'ora è ben tarda, rispose il re; i consiglieri non hanno pranzato; licenziate il consiglio, e lasciategli andare alle case loro. Così rispose quell'augusto, il quale merita d'aver sempre un luogo onorato nella memoria di tutti i buoni. Così venne fatto. Questa nel saggio monarca era virtù, era umanità, nobile sicurezza e moderazione; non era spensieratezza o mancanza di azione. Egli cautamente sapeva diffidare; vegliava sopra tutti i movimenti d'una città abituata ai cambiamenti; era di tutto informato; e con varii pretesti giravano sovente le truppe imperiali per i quartieri della città.

La congiura fra i Visconti e i Torriani forse non era un sogno. Galeazzo Visconti fors'anco vi ebbe parte; almeno il popolo credette già preso il concerto di scacciare il re ed i suoi. Taluno dubita che Matteo istesso vi avesse parte; io non lo credo. Egli è certo che Matteo comparve innocente e fedele presso dell'imperatore. Chi crede gli uomini troppo buoni s'inganna; e s'inganna non meno chi li crede troppo maligni. Matteo Visconti non si è mostrato mai uomo di cattivo carattere; e bisognava supporlo d'un pessimo animo se, appena ottenuto il beneficio di ricuperare la patria e i beni, appena onorato del cingolo della milizia, avesse tramata un'insidia contro dell'augusto benefattore. Il fatto è questo. Già era cominciato il tumulto nella città, e molti erano usciti dalle loro case armati. Correva voce che i Visconti e i Torriani riuniti volessero scacciare i forestieri, a cagione dei quali s'erano imposte le ultime gravezze. Il luogo per radunarsi si vociferava alle case de' Torriani, le quali erano al Giardino, al Teatro Nuovo, ne' contorni di San Giovanni alle Case Rotte; denominazione data dappoi, quando, diroccate le case de' Torriani, così rimasero per alcuni anni. La città era in allarme: ma le truppe tedesche eranvi in buon numero, e giravano per le strade, in modo da non essere sorprese o poste facilmente in fuga. Si pretende da alcuni che il complotto fosse concertato fra l'inquieto Galeazzo, figlio di Matteo, e Francesco, figlio di Guido; il quale Guido della Torre trovavasi ammalato. Dai movimenti dei Tedeschi potè Galeazzo accorgersi che più non era possibile il sorprenderli, e che la mina era sventata. Il partito più scaltro era quello di ripiegare a tempo, di non arrischiarsi; comparire fedele, e lasciare che tutta la colpa e la macchia piombassero sopra dei Torriani. Se la cosa sia stata fatta a disegno e con malizia non lo sappiamo. Egli è vero che Matteo Visconti nascose entro di un ripostiglio di sua casa Lodrisio Visconti, che era già armato per uscire; e fatto ciò, Matteo, in abito da casa, si pose a sedere sotto il portico del suo cortile, e fece venire intorno di sè alcuni domestici, co' quali si mise tranquillamente a ragionare, come se nulla accadesse nella città, o non fosse a di lui notizia che dovesse accadere. Il re aveva spedita una banda de' suoi per arrestare Matteo, qualora lo cogliessero in armi. Entrarono improvvisamente gl'imperiali e furono sorpresi di trovare il silenzio e la pace in quel ricetto in cui erano disposti a combatter i nemici. Matteo, spogliato, e attonito a quella novità, mostrò tutte le apparenze d'un buon uomo che vive nella tranquillità la più profonda: fece offrire cibo e bevanda con ogni ospitalità a que' stipendiati, i quali non ricusarono il dono, indi, preso il galoppo, si inviarono alle case dei Torriani, intorno alle quali tutto era in armi. Pagano della Torre, vescovo di Padova, si pose gli abiti episcopali indosso, la mitra, il baston pastorale, e si collocò sulla porta di sua casa per ricevere i Tedeschi; come i Romani al tempo di Camillo ricevettero i Galli. La persona del vescovo non fu offesa da alcuno, ma non potè per questo impedire l'ingresso. I signori della Torre, vedendosi sorpresi e male assistiti da una moltitudine disordinata, raccomandarono la loro vita a generosi cavalli, ai quali tagliarono gli usati ornamenti per renderli più veloci alla fuga; e così Francesco e Simone, figli di Guido, giunsero a ricoverarsi in Montorfano. Guido infermo, si alzò da letto, e, sorpassando il muro del giardino; si appiattò entro un monastero di monache; d'onde poi ebbe asilo presso un antico suo amico, e potè nascondersi e passare a salvamento. Frattanto gl'imperiali con poco stento uccisero e sbandarono quegli ammutinati. Le case de' Torriani, bagnate di sangue e ingombrate di cadaveri, vennero esposte al saccheggio dalla licenza militare.