[459]. I Milanesi però, non potendo resistere ad impeto così grande, stanchi dalle frequenti devastazioni, dalla fame, dalla sete, da diverse perdite, dai tormenti e dalle uccisioni dei fratelli e degli amici loro, cagionate dai principi tanto della Lombardia, quanto della Teutonia, cercano il modo di trovare grazia presso l'imperatore; ad essi così si risponde dai principi: che in alcuna guisa non potranno ottenere la grazia dal signor imperatore, se dapprima non abbiano nelle mani dello stesso signor imperatore consegnata Milano. E per consiglio dei fedeli suoi vengono alla città di Lodi, e, sedendo l'imperatore sul suo tribunale coi suoi principi, portando innanzi ad esso le chiavi di tutte le porte milanesi, alla presenza di esso e di tanti principi, co' piedi nudi si prostrano a terra. Per comando dell'imperatore sono avvertiti di levarsi in piedi; e tra essi Aluchero di Vimercate così comincia a parlare: Peccammo, ingiustamente facemmo, perciocchè contra l'imperatore de' Romani, signore nostro, movemmo le armi; riconosciamo il nostro fallo, chiediamo perdono; il collo nostro assoggettiamo alla vostra imperiale maestà; le chiavi della città nostra, città antica, alla imperiale maestà offriamo, e adorando le pedate vostre, con umile e supplichevole preghiera chiediamo che abbiate pietà di città così grande, di antichissima opera dei passati imperatori, per amore di Dio, di sant'Ambrogio e di que' santi che dentro vi riposano, e che l'imperiale pietà si degni di accordare pace ai sudditi soggiogati. L'imperatore, udite avendo queste preghiere, le chiavi delle porte dei Milanesi riceve, e così ad essi risponde: Che siccome noto si rendette per le quattro parti del mondo, che contra il signor imperatore, padrone della terra, presunsero essi di muovere le armi, così per le quattro parti del mondo nota debb'essere la loro pena. Per le quattro parti intorno a Milano, all'Oriente, all'Occidente, all'Aquilone ed all'Austro, ognuno porti, ovunque vuole, il suo danaro: la città di Milano si renda in potere dell'imperatore. Questo udendo, i Milanesi si arrendono al volere suo, e, benchè a malgrado loro, obbediscono al di lui comando. I loro domicilii stabiliscono nelle quattro parti predette, all'Oriente, all'Occidente, all'Aquilone ed all'Austro; Milano cedono al potere del signor imperatore. L'imperatore, riunita avendo la milizia dei Teutonici, dei Pavesi, dei Cremonesi e degli altri Longobardi, siede in Milano sul suo tribunale, e chiede consiglio di quello che si debba di così grande città. Al che si risponde dai Pavesi, dai Cremonesi, dai Lodigiani, dai Comaschi e dalle altre città: Il calice gustino pur essi che diedero a bere alle altre città. Distrussero Lodi e Como, città imperiali; ai distrugga ancora la loro Milano. Udito avendo questo l'imperatore, per loro consiglio pronunziata avendo contro Milano quella sentenza, uscì fuora alla campagna. Primieramente il signor Teobaldo, fratello del signor re Ladislao, poi i Pavesi, i Cremonesi, i Lodigiani, i Comaschi ed altri delle altre città, più presto di quello che si farebbe a dirsi, il fuoco appiccano da ogni parte in Milano, mentre l'imperatore co' suoi eserciti ne rimane spettatore. Così Milano, città antica, città imperiale, da diverse calamità desolata, viene distrutta. L'imperatore poi, rovinata essendo Milano, in tutta l'Italia esercitava l'imperiale potere, perciocchè tutta al di lui cospetto l'Italia tremava, ed avendo egli nelle città italiche stabiliti i suoi podestà, dispose la marcia del suo esercito verso la Sicilia, disputare volendo col Siciliano intorno al ducato della Puglia.

[460]. Monumenta Historica Bohemiae, nusquam antehac edita a P. Dobner collecta, tom. I, pag. 71 e seg.

[461]. Vicende di Milano con Federico I, pag. 100, 104 e 106.

[462]. Avanti la porta di San Giorgio in Noxeda.

[463]. Giulini, tom. VI, pag 317.

[464]. Non rimase la cinquantesima parte di Milano, che distrutta non fosse.

[465]. Hist. Rer. Laudens., Rer. Italic. Script., tom. VI, colum. 1105.

[466]. Da prima incendiò tutte le case; poscia anche le case medesime distrusse.

[467]. Sire Raul, De gestis Federicis, in Rer. Italic. Scriptor., tom. IV, colum. 1187.

[468]. Giulini, tom. VI, pag. 264.