Fu a questo tempo che certi turbamenti nervosi della principessa s'accentuarono, colmandola d'angoscie. Le venne presentato un medico dalle brusche maniere, ma dal nitido ingegno, il dottor Paolo Màspero, il quale si occupava di epilessia con speciale competenza. I due volumi di lui sul terribil morbo, oggi sono invecchiati e dimenticati, ma possono attrarre ancora i profani perchè formicolanti di casi curiosi e pietosi, narrati con garbo letterario. Il Màspero era, infatti, della razza geniale del Redi: era medico e poeta. Nel modo stesso che il Monti si servì della versione latina dell'Iliade, apprestatagli dal Mustoxidi per compiere la magniloquente traduzione del poema d'Omero (ch'è tanto semplice e ingenuo nel testo!) — il Màspero si servì d'una traduzione letterale dell'Odissea, per compierne la versione poetica, la quale, a detta d'Andrea Maffei, gareggiava per nerbo e per eleganza con quella del Monti.
Il Màspero disse alla Belgiojoso:
— Principessa! Se si affida a me, le prometto di migliorare assai le condizioni della sua salute!
— Venite con me allora! Seguitemi dove vo. Così vedrete voi stesso, ad ogni momento, se obbedirò alle vostre prescrizioni. Accettate?...
L'obbedire era un bell'impegno per la Belgiojoso, la quale, anche in fatto di medicina, aveva le sue idee. A ogni modo, ebbe fiducia nel Màspero; e questi lasciò il nativo cielo lombardo per il cielo di Parigi, seguendo la principessa come la sua ombra. Non furono quelli gli anni più lieti per il buon dottore; ma i più istruttivi. Quante volte si trovava imbarazzato, co' suoi modi mezzo rusticani, tra raffinati stranieri! Ma la principessa, delicata, lo toglieva d'impaccio, apprezzando sempre più le gelose prestazioni del medico fedele. Poichè ella si serviva di lui anche per incarichi segreti, come il soccorrere di nascosto poveri esuli italiani. Il dottor Màspero si vedeva trasformato così in elemosiniere. La principessa, a poco a poco, sotto le cure pazienti del Màspero, andò migliorando nella salute. La malattia non le sparve veramente del tutto; anzi certe sue incredibili stranezze delle quali si pascolarono per molto tempo le riunioni degli sfaccendati, altro non erano che nuove morbose manifestazioni di quella malattia tremenda e lagrimevole d'origini oscure.
La principessa ritornò a Parigi con numerose sottoscrizioni raccolte a Milano, e trasformò la Gazzetta Italiana nell'Ausonio, dopo d'aver dato (ma per poco) ad essa un altro battesimo: quello di Rivista Italiana.
L'Ausonio usciva mensile in un fascicolo compatto, come la Revue des Deux Mondes. Lo scopo del periodico era di rivelare meglio l'Italia, mostrandola degna di libertà, di risorgimento. Fresca delle impressioni della Lombardia, la principessa dipinse nella rivista un quadro sui contadini della Bassa Lombardia, e un altro sui contadini dell'Alta: suo dolente ritornello! Fra gli affittajuoli e i contadini della Bassa Lombardia, la scrittrice stabilisce un confronto che tocca il cuore:
“Sebbene l'affittajuolo sia come il popolo d'Italia tutto ardente nella fede cristiana, ed attaccatissimo al culto della Chiesa, pure non si può dire che v'abbia in esso carità nessuna. L'animo di lui non è propriamente cattivo, imperocchè, quando potesse far del bene al misero, senza nuocere a sè, e senza darsi noja, il farebbe. Ma non alligna in quel cuore neppure una favilla di quell'amore per l'umanità che si rivela, quando esiste, da ogni atto ed ogni motto. Non ode il contadino fuorchè rimproveri, insulti, improperii, maledizioni, e sommesso in faccia all'affittajuolo, scarica sulla moglie e sui figli il malumore represso....
“Le famiglie sono numerose; e in quei paesi così fertili, su quel suolo così ricco, può tenersi per certo che, in una famiglia composta di cinque individui, uno ve ne sia sempre travagliato da febbre.... Le donne filano assidue dall'alba fino a mezzanotte, chiuse nelle umide, tenebrose e luride stalle, disseccandosi i bronchi col continuo bagnare il filo per torcerlo più agevolmente e guadagnare così non più di due soldi al giorno.„