Il Metternich non poteva poi capacitarsi del liberalismo del nuovo papa. Un papa liberale è impossibile! — scriveva al conte di Ficquelmont, mandato a Milano per istudiarne lo spirito pubblico. “Le Pape libéral n'est pas un être possible. Un Grégoire VII a pu devenir le maitre du monde: un Pie IX ne peut pas le devenir. Il peut détruire, mais il ne peut édifier. Ce que déjà le Pape libéralisant a détruit, c'est son propre pouvoir temporel.„[119] E non aveva torto il vecchio diplomatico! Ma altri, fra gl'inni ardenti a Pio IX, pensavano al pari di Metternich: ricordo il Cormenin, il quale nel libretto Sull'indipendenza italiana (riporto la versione del Bianchi-Giovini) diceva nel '48 agl'italiani: “Parliamo schietto: su che si fonda la vostra bella ma fragile rigenerazione? Sopra una mobile arena, sopra una nube che attraversa il cielo e passa; sopra la sola volontà di un uomo; sopra un soffio di esistenza; sopra la testa di Pio IX; sopra nulla.„[120] E Carlo Cattaneo, andava ripetendo: “Pio IX è una bella favola, per insegnarci la verità.„ — Luigi Napoleone venne definito dal Metternich collo stesso giudizio del Thiers: “Louis-Napoleon est un feu flegmatique, avec toutes les apparences du bon sens.„ E il giudizio su Carlo Alberto non era certo più amorevole!...
Ma la principessa risparmiava forse ella severi giudizii sugli uomini che guidavano la pubblica cosa in Lombardia?... Fin dal 1846, ell'avea pubblicato a Parigi un opuscolo acerbissimo che Francesco Cusani, nella Storia di Milano, chiama ingiustamente libello; — non è libello, no, la parola di chi punge i dormenti per risvegliarli alla luce; non è libello l'opuscolo Études sur l'histoire de la Lombardie dans les trente dernières années ou des causes du défaut d'énergie chez les Lombards; opuscolo che l'anno appresso apparve a Parigi tradotto in italiano. La principessa avea veduto colla insurrezione di Milano come “la mancanza d'energia dei Lombardi„ da lei deplorata, si fosse mutata d'improvviso in eroismo; ma i patrizii, ma i governanti non la persuadevano. Nello scritto pubblicato nella Revue des Deux Mondes col titolo L'Italie et la révolution italienne de 1848, comincia coll'accusare l'aristocrazia piemontese e più l'aristocrazia lombarda. Perchè (dice) voi conservate al Radetzky le piazze forti di Mantova, di Verona, di Peschiera e di Legnago?... Per il Governo provvisorio di Milano, pei conti Casati, Borromeo, Durini, Alessandro Porro, Giulini, per il Beretta, per Cesare Correnti, ha parole agre; è acerba addirittura contro il medico veneto Fava, eletto a direttore della nuova polizia. E d'Achille Mauri loda l'onestà, l'ingegno letterario; ma lo dice ignaro degli affari, privo della conoscenza degli uomini e della politica, di carattere non fermo. Fa eccezione per la serietà di Carlo Cattaneo, per il poeta Berchet, chiamato a Milano qual ministro della pubblica istruzione, e per il conte Pompeo Litta, vecchio soldato napoleonico, ministro della guerra. La narratrice è giusta quando tributa elogi al popolo; è giusta quando dipinge il caos di quell'epoca: e s'addentra in particolari che tutti non conoscono: particolari d'un dramma complicato e affannoso, una delle cui principali figure, Carlo Alberto, comincia, dopo belle vittorie, a oscurarsi.
Tornata a Milano, la principessa bramava di parlare a Carlo Alberto il cui esercito, venuto in soccorso dei Lombardi, s'era fermato a Lodi. La principessa abitava, in quel momento, nel castello di Belgiojoso; ma ogni giorno, sole o pioggia, veniva a Milano per abboccarsi coi capi. Il 2 agosto 1848, si spinse fino a Lodi, e vide gli abitanti di quelle campagne in preda al terrore. Al più lieve rumor di carro lontano, gridavano: “Ecco gli Austriaci! pietà!„ Tutti fuggivano, vecchi, ragazzi.... I giovani robusti portavano in ispalla gli ammalati, le donne portavano in braccio i bambini. I più affaticati si lasciavano cadere lungo il cammino, pregando.
Carlo Alberto si trovava a Codogno. Non potendo ricevere la principessa, incaricò il conte di Castagneto di accogliere le parole dell'illustre dama, la quale raccomandò risolutezza al più irresoluto dei monarchi. Nello stesso tempo, veniva introdotto presso il re un albertista incrollabile: don Carlo d'Adda.
Quella sera, la principessa ritornò a Milano, e al domani, ecco il re viene ad accamparsi co' suoi cinquantamila soldati alle porte della città, fuori di Porta Romana.
È noto, pur troppo, il cupo dramma che ne successe; e Cristina Belgiojoso, nelle pagine sulla rivoluzione del '48, lo racconta.
Il nemica, inferocito, principia a bombardare Milano; la guardia nazionale lo attacca e lo respinge; gli prende cinque cannoni; fa dugento prigionieri; le campane suonano a stormo; chiamansi i cittadini all'armi; si levan le pietre delle strade; risorgon le barricate come nei Cinque giorni; carrozze, carri, mobili, tutto si adopera; in qualche luogo, si scavan le mine. Milano sembra un ammasso di pietre e di projettili, una foresta di fortini, di fucili balenanti al sole. E venga pure il nemico!
Viene, invece, re Carlo Alberto, e viene ad abitare nel centro della città, nel palazzo Greppi sulla Corsia del Giardino, ora via Manzoni. E allora succede un fatto singolare. Il nemico non attacca più.... Perchè i suoi cannoni non tuonano più?... Taluno susurra che Carlo Alberto ha capitolato: un altro che le truppe piemontesi stanno per ripartire. Possibile?... È vero?... I cittadini sembran pazzi pel dolore; alcuni nascondono il pianto fra le palme.