Vi è il medico Agostino Bertani, un repubblicano dai modi elegantissimi; e Giacomo Medici, l'indomito Medici, destinato alla gloria del Vascello; e Ugo Bassi, il pio, ardente sacerdote di Cristo; il poeta Goffredo Mameli; il pittore Gerolamo Induno; Carlo Gorini.... tutti pronti a difender Roma col proprio sangue; poichè i Francesi voglion strapparla alla loro bandiera. La Repubblica Francese, presieduta da Luigi Bonaparte, lancia infatti il generale Oudinot a distruggere la Repubblica Romana; lotta fratricida, macchia sanguinosa, orrenda, nella storia della razza latina. Les Italiens ne se battent pas, disse l'Oudinot; e ben vede se questa sacra primavera d'eroi si batte!... La compagnia Medici vien subito inviata alla villa Corsini fuori di Roma, agli avamposti: poi il Medici si chiude in quella villa memoranda, che per la sua forma è detta il Vascello. Trapassato da una palla di carabina, cade Luciano Manara, mentre sta osservando alcuni soldati francesi che appostano un cannone; Luciano Manara, che Garibaldi ha voluto suo capo di stato maggiore; il Manara che metteva nelle controversie fra l'Eroe dei due mondi e il Mazzini la buona parola. A villa Spada, quartier generale di Garibaldi, cade il Morosini con una palla al ventre e un colpo di bajonetta al petto. E cadono i colonnelli Daverio, Masina e Pallini, i maggiori Ramorino e Peralta, i capitani Scarini, David, Sarete, Cazzaniga, i tenenti Cavalieri, Grassi, Enrico Dandolo e quant'altri mai!...
Ne Lo Assedio di Roma, il Guerrazzi ha calde pagine sugli eroi lombardi; e come ben raffigura Enrico Dandolo!
“A lui nocque la troppa fidanza; imperciocchè avendo visto una compagnia di Francesi sbucare da un lato del palazzo Corsini, si mise in procinto di combatterla, ma si trattenne; e la cagione ne fu il capitano francese, il quale sollevata la sciabola gridava con parole italiane: Siamo amici! Il Dandolo e i suoi, allora, accostansi come chi sa e desidera avere amplesso fraterno; e l'amplesso fraterno fu che il capitano di Francia, di un tratto saltato da parte, ordinava a' suoi scaricassero l'arma, a trecento passi di distanza: un terzo e più della compagnia Dandolo giacque spenta: degli ufficiali, Lodovico Mancini ebbe forata una coscia; alcuni soldati accorsi a sollevarlo riportarono gravi ferite, e lo stesso soccorso fu da capo trapassato nel braccio. Silva lamentò una mano lacera; a Colombo toccava una palla in bocca, che, stracciata tutta la carne, gli uscì dalla guancia. Al Dandolo una palla traditora trapassò il corpo dal petto ai reni; i suoi, rincalzati dai Francesi, lasciarono solo; ma solo non si poteva dire, perchè rimase al morente il Morosini, gentile sangue latino. Dopo breve intervallo, i soldati nostri ripresero animo e irruppero a corpo perduto contro i Francesi.„[122]
E le palle dei cacciatori di Vincennes percotevano gli affreschi di Raffaello; le palle grandinavano nella basilica di San Pietro e all'ambulanza di San Pietro in Montorio, dove i feriti e i moribondi venivan portati alla peggio sulle barelle; e feriti e moribondi, sotto il sole cocente, o fra le ombre notturne, dopo un disperato conflitto venivano portati su su, nelle corsie dell'ospedale dei Pellegrini; e là una dama milanese, vestita di nero, li accoglieva infaticabile: era la principessa Cristina Belgiojoso.
Al letto dei feriti e dei malati negli ospedali di Roma, altre signore s'appressavano premurose. Il colonnello Enrico Guastalla, che si trovò alla difesa del Vascello col Medici, ai bastioni di San Pancrazio, alla cascina de' Barberini, e che disputò coll'arme in pugno ai Francesi il pittore Gerolamo Induno, crivellato da ventisette ferite di bajonetta, strappandolo alle loro ire e portandolo sulle spalle alle ambulanze, — mi narra d'aver veduto all'Ospedale dei Fatebenefratelli, al letto dei feriti, Giulia Modena e Margherita Fuller. Giulia Modena, nata Calame, della famiglia del celebre paesista svizzero, era moglie di Gustavo Modena di Venezia, il mazziniano tenacissimo, lo spirito indipendente e caustico, il sommo attore. Rosea, paffutella, Giulia sembrava ai feriti una buona mamma sorridente. Insuperabile nel porgere conforti, invitta nelle fatiche. — Margherita Fuller, scrittrice americana, innamoratasi a Roma del marchese Ossoli, lo sposò di nascosto stillandogli nelle vene il proprio ardor repubblicano: di nascosto lo sposò, perchè la famiglia del marchese, tutta devota al Vaticano, avrebbe maledetta quell'unione. Margherita Fuller avea stretta amicizia con Giuseppe Mazzini, da lei conosciuto la prima volta a Londra, e ne divenne seguace e ammiratrice fanatica. A dieci anni, quando dimorava ancora a Cambridge-Post nel Massachusetts, leggeva i poeti italiani nell'originale. Nulla per lei di più sacro che l'Italia; nessuno più geniale degl'italiani! Diceva che era venuta al mondo un'altra volta... ma in Italia! Perciò quando giunse a Roma disse (e lasciò scritto nelle sue pagine autobiografiche): “Questi monumenti mi sembrano una luminosa ghirlanda alla mia vita anteriore.„ Parlava dell'Italia e di Roma con tal torrente di calde parole da rimanerne stupefatti. “L'Italia (ella scrisse ancora) mi riceve come una figlia lungamente smarrita, e qui mi sento a casa mia.„ Ora si pensi con quale affetto ella curasse i feriti della difesa di Roma!
Durante l'assedio, Margherita Fuller Ossoli spiegò attitudini, attività prodigiose; fu posta a capo dell'ospedale de' Fatebenefratelli. In una lettera essa dice: “Domenica, dalla loggia, fui testimone d'una terribile, d'una vera battaglia. Cominciò alle quattro del mattino e durò fino a che vi fu un raggio di luce. Il fuoco dei fucili non fu mai interrotto: il tuono del cannone, specialmente da Sant'Angelo, era tremendo. Siccome il fatto aveva luogo a Porta San Pancrazio ed a Villa Panfili, io vedevo il fumo d'ogni scarica, il luccicare delle bajonette, e col cannocchiale distinguevo gli uomini.„
Caduta la Repubblica Romana, Margherita Fuller s'imbarcò a Livorno col suo povero bambino e col marito, buon uomo, entusiasta di quella donna singolare, per far ritorno in America; ma, poco lungi dalla spiaggia americana, l'infelice naufragò miseramente col marito e col figlio. I particolari di quel naufragio (i poveretti viaggiavano per economia su un bastimento a vela, Elisabetta) destano raccapriccio. Lunga, straziante fu la lotta colla burrasca e colla morte. Il naviglio s'incagliò colla prua, alle quattro del mattino del 16 luglio 1850, sui banchi sabbiosi dell'Isola del Fuoco; e rimase lunghe ore al flagello orrendo dei venti, delle onde. Gli abitanti dell'Isola del Fuoco potevano salvarli; ma essi erano pirati e attendevano lo sterminio per impossessarsi delle spoglie dei naufraghi, de' quali solo qualcuno si salvò e potè narrare con qual disperato affetto Margherita Fuller si stringesse al cuore il suo bambino.... Gloria a lei, vera amica d'Italia nostra!... Gloria, o fortissima!... Nel 1852 furon pubblicate postume a Boston le sue Memorie. Pasquale Villari, negli Scritti varii, ne parla e ne traduce alcune pagine pittoresche.[123]
Negli ospedali di Roma, durante l'assedio, prestavano la santa opera loro anche Enrichetta Pisacane e la contessa Costabili moglie a Giovanni Costabili di Ferrara, membro della commissione per le finanze.
Alla Belgiojoso (ormai quarantenne) venne affidata la direzione suprema di tutti gli ospedali di Roma durante l'assedio, assegnandole qual dimora l'Ospedale dei Pellegrini. In quell'ospizio, fondato nel 1551 dal santo più gioviale della terra, san Filippo Neri, giacevano molti malati, feriti e moribondi; e la Belgiojoso accorreva ad ogni momento ai loro giacigli. Non v'era ferita spaventevole, non piaga ributtante che la trattenesse: anzi, più eran orridi e più compassionevoli i casi, e più ella prodigava sè medesima a lenirli. E a sue spese faceva venir farmachi; i cibi che mancavano, e bevande (latte, sopratutto) e bende, lenzuola, letti.... La principessa aveva istituito un Comitato di soccorso pei feriti; ma i soccorsi scarseggiavano in quei frangenti, in quella lugubre confusione, mentre la Repubblica romana, affranta, stava per cadere; ed ella, la “cittadina„, com'ella stessa si chiamava, come la chiamavano, — pensava a tutto. Nata all'imperio, anche là dominava, e, co' suoi occhi fatali, turbava talvolta, senza saperlo, la pace di qualche giovane infermo.... Il dottor Bertani, che nell'ambulanza di San Pietro in Montorio e all'ospedale dei Pellegrini prodigava cure di medico e di chirurgo, accorgevasi che l'ammaliante vicinanza della Belgiojoso faceva aumentare a qualche giovane ferito la febbre.... Giulia Modena ne era addolorata.... Fra le due pietose infermiere spuntò qualche dissapore; ma in quella sala, popolata di pallide teste bendate, che a mala pena si ergevano sugli origlieri improvvisati con gli abiti stessi dei feriti o dei morti, le due signore frenavano i risentimenti, gareggiando nella carità.