“I militi Camoletti, De Vecchi, Saeti, Aretusi, Galbiati, Scarpari, Marelli, Olivieri, Antonioli, Donati, Canetta, Lombardini, Brogini, Barnabè e Trabattoni, feriti e trattenuti in questo spedale dal giorno tre di giugno, non hanno ricevuto pei più la paga. Alcuni poi hanno bensì ricevuto la paga, ma non la gratificazione, che loro si disse essere stata pagata agli altri militi del loro corpo non feriti. Io dunque li dirigo a voi certificandovi il sopra accennato, non dubitando che vorrete prendere in considerazione i diritti di questi infelici, e non aggiungere i patimenti della miseria alle pene morali che immeritatamente li affannano. Salute e fratellanza.

“Cristina Trivulzio di Belgiojoso.„

5 luglio 1849 — Quirinale.[129]

Pei fioriti, ampii giardini del Quirinale si aggiravano i mutilati, sorreggendosi sulle gruccie. Per rasserenarli, la principessa faceva mettere in movimento dal giardiniere tutt'i giuochi d'acqua delle fontane; e quelle larghe onde d'argento, quegli eleganti zampilli di perle, quei ruscelli dall'impeto infantile riempivano l'aria di frescura, e infondevano, forse, nell'animo di quei valorosi, appena usciti dalla strage, dal sangue, dalle operazioni chirurgiche sostenute senza cloroformio (allora non si usava!), un senso di pace gentile e di gajezza.

In un libro, apparso a Londra nel 1863 collo strano titolo italiano Roba di Roma e scritto in inglese da William Story, si trova un racconto che pone in gran luce quanto la Belgiojoso operò negli ospedali di Roma, mettendovi ordine, disciplina e pulizia igienica ammirabile:

“La sistemazione degli ospitali in Roma, mentre correvano i giorni difficili dell'assedio, si dovette principalmente al triumvirato femminile che ne assunse la direzione (la Belgiojoso, la Modena, la Fuller); e di cui fu auspice la Principessa Belgiojoso. L'operosità di questa eroica gentildonna e la sua instancabile carità meriterebbero l'omaggio d'una penna assai più valente della mia; poichè non soltanto introdusse dovunque l'ordine, la disciplina e le regole d'un'esemplare pulizia; ma si consacrò personalmente alla cura degli ammalati e dei feriti. Fissato che ebbe il suo quartier generale all'ospedale dei Pellegrini, non un istante rifuggì da fatiche o conobbe stanchezza. Ferma al posto il giorno e la notte, non lasciava la sua cameretta che per invigilare il servizio degli infermi o per prestar loro un sollievo. Vedevansi infatti, al suo avvicinarsi, i volti alterati dalle sofferenze comporsi a più mite espressione, e le membra affrante adagiate a riposo sul letto del dolore. E ne seguivano talvolta scene commoventissime, nelle quali la forza d'animo dell'infermo e la pietà della consolatrice si contendevano l'ammirazione. Per quanto poi riguardava la direzione interna dell'ospitale, la principessa diè prova di quelle facoltà che nella donna sono specialissime e la fanno superiore all'uomo; così l'ospitale dei Pellegrini, che prima della sua venuta trovavasi in balia al disordine ed allo sgoverno, fu tosto ridotto ad una disciplina mirabile, imposta con saggia fermezza. Il colossale lavoro, al quale la principessa dovette sottoporsi per ottenere l'intento e che avrebbe sgomentato una volontà meno tenace della sua, non la fece deviare un momento dall'alto proposito e le diè campo di spiegare una intelligenza dominatrice unita alla più sorprendente attività. Una specie di cella era la sua dimora: un materasso steso sul pavimento, il giaciglio su cui riposava poche ore; il resto del tempo lo passava scrivendo o nel dare ordini per dirigere e far muovere il vasto congegno che a lei doveva di poter soccorrere grandi sventure....„[130]

Inutile tornò l'eroismo di tanti prodi. La Repubblica Romana morì soffocata nel sangue; e il pontefice che fin dall'enciclica del 29 aprile 1848, si era apertamente ritirato dalla causa italiana, riprese libero il triregno.

I Francesi trionfatori presero subito possesso anche degli ospedali de' feriti. Il signor Pages, francese, nuovo intendente degli ospedali, scacciò villanamente dai Pellegrini la principessa Belgiojoso, che tante cure vi avea profuse; scacciò le altre signore e i medici Raimondi e Bertani, che, anch'essi, prestavano per solo sentimento d'umanità, senza compensi, la preziosa e sacra opera loro. Il Pages arrivò al punto da ordinare il trasporto dei feriti nella infermeria dell'ergastolo di Termini!... Il che riempì di sdegno la principessa. Lasciata Roma, e imbarcatasi a bordo del Mentone, il 3 agosto del '49, ella inviò a un giornale di Torino, La Concordia, una fierissima lettera, che flagella a sangue il Pages. La Concordia (diretta allora da Pietro Mazza, che aveva fatte le prime armi giornalistiche a Parigi nella Démocratie pacifique, alla quale cooperò anche la Belgiojoso) pubblicò la vindice lettera nel 21 settembre:

“Fin dai primi giorni del vostro ingresso in Roma, lorquando voi vi protestavate pieno di rispetto per la situazione dei nostri feriti, e risoluto a non renderla ancor più penosa, voi mancaste di comprendere che la vostra presenza e d'ogni altro uniforme francese era, se non un insulto, almeno una sofferenza che il buon senso voleva lor fosse risparmiata. V'ebbe tra loro chi si incaricava di avvertirvene; ed allorquando voi attraversavate le sale degli ospitali, una sola voce avrebbero alzato a maledirvi, se colle mie preghiere non avessi ottenuto che mi risparmiassero l'imbarazzo d'una cotal scena.

“Io non vi parlo dello strano progetto di trasportare i feriti all'ergastolo, in mezzo a quell'aria avvelenata di Termini: io non vi rimprovero pure il decreto pronunciato e comunicato ai direttori delle ambulanze di trasportarvi immediatamente tutti i feriti, eccettuati solamente quelli che già avessero ricevuta l'estrema unzione; voi avete rigettata la responsabilità di siffatte determinazioni sui vostri agenti, e sta a loro a difendersene. Ma ciò che avete fatto con cognizione di causa voi stesso, si fu di farli rientrare nell'ospedale, da cui noi li avevamo fatti uscire due mesi prima, perchè vi marcivano. Voi vorrete rigettare anche questa responsabilità sul Consiglio di medicina: ma ciò è impossibile; perchè voi siete stato avvertito da me dell'insalubrità del locale; e se aveste degnato prendere in considerazione la mia avvertenza, io vi avrei mostrato dei certificati sottoscritti due mesi prima dai professori dell'ospizio, precisamente dal professore Baroni stesso, nei quali raccomandava il trasporto dei feriti in un luogo più sano.