Essi immaginano subito un delitto. Afferrano pei polsi il famiglio, e lo tempestano di domande, supponendolo colpevole d'un assassinio. Il poveretto è in preda a spavento indescrivibile: egli è mortalmente atterrito vedendo quel cadavere, dinanzi al quale le guardie lo tengon fermo perch'egli non insista nei dinieghi al cospetto della vittima sua. Ma egli non ne sa nulla, proprio nulla: mai avrebbe sospettato che là, dentro quell'armadio della villa, vi fosse un morto.... Come mai egli sarebbe passato senza sgomento tante volte dinanzi quell'armadio chiuso?...
Il poveretto giurava per tutti i santi del cielo, per tutti i troni e le dominazioni, che nulla sapeva.... Ma i poliziotti non gli credevano.
Arrivò gente del borgo, e allora qualcuno esclamò meravigliato:
— Ma questo è il cadavere del signor Gaetano Stelzi, che veniva qui qualche volta!...
— Sì! sì!... del signor Gaetano Stelzi! — borbottò l'arrestato, grandemente sorpreso: — Ora lo riconosco! È lui!...
E altri:
— Come mai? Lo Stelzi?... Ma se lo abbiamo visto seppellire qui, nel cimitero di Locate?...
Il povero servo fu tenuto, intanto, in arresto, e si ricorse al parroco, don Giosuè Brambilla, sacerdote liberale, che godeva di tutta la fiducia della Belgiojoso. Nei registri parrocchiali si leggeva (e si legge ancora) che Gaetano Stelzi, figlio di Gioachino e di Teresa Regondi, morto a Milano, era stato seppellito nel cimitero di Locate il 19 giugno dell'anno 1848.
— Eppure, quello è il cadavere del signor Stelzi! — ripetevano, sempre più convinti, i terrazzani. — Non possiamo sbagliare!... È lui!
E altri ancora ansiosi e sempre più stupefatti: