“aff.ma sorella Cristina.„[135]

Abbiamo detto che quel podere, laggiù, si chiamava ciflik. In Turchia, come in Albania, ciflik significa villaggio con un latifondo. Chi lo possiede deve oggi pagare fior di tasse al governo ottomano. E alcune, allora, ne furono inflitte alla principessa. Ella veniva, però, a patti coi capi turchi, contrattava sulle imposizioni, e arrivava a riduzioni notevoli, pagando peraltro, a quei signori dal fez, laute mancie, prezzo della loro accondiscendenza.

I parenti tentarono più volte di mandar soccorsi di denaro alla principessa; ma inutilmente! Il denaro si smarriva per via o finiva nelle saccoccie turche!


Mentre la principessa attende a' proprii interessi agricoli nel nuovo possedimento, pensa al paese che si estende al di là delle sue terre; e imprende colla figlia Maria un viaggio pittoresco, ma non scevro di pericoli.

È il gennajo del 1852. La principessa parte dall'Anatolia, e, con marcie faticose, a cavallo, interrotte da fermate più penose ancora, arriva a Gerusalemme nella primavera.

In Siria (che non le pare rassomigliante alla Siria dei libri) penetra negli arem e li descrive.... Ma, prima, traccia la storia guerresca della vallata, dove dimora, detta Ciaq-Maq-Oglou; e da quella vallata, preceduta da una scorta a cavallo, esce per entrare nella vita nomade. Il borgo più vicino alla sua casa si chiama Verandcheir, che vuol dire “città distrutta„; e ricorda eventi luttuosi. La principessa è accompagnata, nel viaggio, da un cavaliere indigeno d'aspetto fiero e selvaggio, il cui ricco costume (turbante verde, mantello bianco di lana tessuta in argento) contrasta colla sua miseria.

L'ospitalità nell'Oriente, com'è noto, è sacra. Un mussulmano non si consolerà mai d'aver mancato alle leggi dell'ospitalità, perchè il muzafir (ospite) è un “inviato da Dio„. Ma.... c'è un ma, assai poco consolante. Il padrone della casa vi colma di cortesie; ma se voi non gliele pagate venti volte almeno, egli aspetta che voi siate fuori dalla sua casa e che, per conseguenza, deponiate il sacro titolo di muzafir, e vi butta addosso delle pietre.

Così racconta la principessa, che riconosce, peraltro, come vi sieno turchi dal cuore semplice, buono, e alieni dalle pietre. Un vecchio mufti di Tcherkess è del bel numer'uno. Ella ne è ospite. Così ella può osservare ben davvicino l'arem di lui, pieno di donne, di tenebre, di confusione, di miasmi, di fumo. Donne e ragazzi, inquieti come scimmie, si mescolano sui divani distribuiti attorno; e le stesse serve nere (una folla!), quando sono stanche dal lavoro, si lasciano cadere vicino, se non addosso, alle padrone, sui sofà stracciati e bisunti. Il vecchio mufti di Tcherkess, non ostante i suoi novant'anni venerabili (e ne dimostra sessanta appena), possiede parecchie donne, la più vecchia delle quali ha trent'anni; e ha figliuoli di tutte le età, dal bamboccio di sei mesi al vecchio di sessant'anni suonati. Di chi sarà quel bamboccio?

Gli specchi nell'arem sono oggetti rari; perciò le donne si acconciano consigliandosi l'una coll'altra; ma poichè le gelosie e le rivalità non possono mancare nello stesso gineceo, i reciproci consigli riescono malignamente falsi; e le acconciature, le pitture dei volti ne risentono, presentando gli spettacoli più grotteschi e più orribili. Sì, pitture; perchè le recluse dell'arem si dipingono disperatamente il viso; si stendono il rosso sulle labbra, sulle guancie, sul naso, sulla fronte, sul mento; e il bianco dove tocca tocca, quale riempitivo; e l'azzurro attorno agli occhi, e sotto il naso. E siccome credono che la bellezza della donna consista nel grand'arco delle sopracciglia enormi, se le dipingono di nero, cominciando dalla radice del naso e terminando alle tempie.