La società aristocratica torinese serbava forme più rigide che quella di Milano. Massimo D'Azeglio ritrae ne' Miei Ricordi (con un'evidenza degna del Molière e del Goldoni) un dialogo della società patrizia torinese più severa: dialogo ch'è la biografia di quel vecchio mondo, orribilmente scandalezzato all'annuncio che lui, un marchese d'Azeglio, s'era messo a fare il pittore!...

La società torinese vivea divisa nel vecchio partito legittimista, ostilissimo alle idee liberali di Camillo Cavour. La marchesa d'Arvillars, la marchesa di Cortens, e la contessa di Robilant (madre del mutilato di Novara, ministro del regno d'Italia) primeggiavano in quella rocca feudale, che non mancava di certa grandezza. A Torino, si notava anche un'aristocrazia nemica dei Lombardi; ma non era, forse, la più intelligente. Il partito dominatore era quello degli uomini politici e militari, direttori della pubblica cosa.

Alcune dame francesi avean fissata dimora a Torino per le nozze contratte. La baronessa di Villanova nata de Coriolis, la contessa Berton de Sambuy nata de Chabrol, brillavano nella prima schiera. La marchesa Ternengo era “la plus charmante et la plus blonde des veuves„ ricorda un diplomatico francese; il quale racconta che la marchesa d'Aglié, nata Boyl, e le contesse Mestiatis e de Cardenas allestivano rappresentazioni da salon, delle quali i proverbii di Alfredo de Musset facevan le spese.[143]

Nel salotto della marchesa de Rorà, potevano penetrare soltanto le signore d'una nobiltà autentica: ma vi andavano anche signori non nati nobili, purchè celebri per valore militare o per ingegno.

La principessa Cristina Belgiojoso alloggiava più volte presso la brillante sorella Giulia e si trovava con Camillo Cavour, col generale Lamarmora, con tutta una corona di grandi, ai quali dobbiamo, in buona parte, la nostra indipendenza. E fu là, al raggio di Camillo Cavour (ch'ella avea conosciuto e ricevuto nel proprio celebre salotto di Parigi), fu là, nelle sale della sorella Giulia, che Cristina Belgiojoso s'accese di nuove simpatie per Casa Savoja. L'infelice Carlo Alberto era tristemente sparito dalla scena d'Europa, in esilio, lasciando il trono a Vittorio Emanuele II; leale figura di soldato, di re, e accortissimo diplomatico, circondato da uomini di singolar valore, saldissime tempre, maschie figure devote al dovere, al sacrificio.

La principessa Cristina non bramava altro che la libertà, l'indipendenza d'Italia, poco o nulla importandole che si conseguisse (finalmente!) con questo o con quel partito, con questi uomini o con quelli. Era stata mazziniana, quando tutt'i liberali della prim'ora confidavano nel Mazzini: divenne monarchica e sabauda, quando molti con lei fidavano in Carlo Alberto; ridivenne mazziniana quando vide Carlo Alberto debole e irresoluto, e il Mazzini a capo d'una repubblica romana bene o male costituita; e tornò ad abbandonare il Mazzini quando scorse il nuovo funesto errore della tentata insurrezione del 6 febbrajo 1853 a Milano, per tornare di nuovo monarchica e sabauda, al cospetto di un gran re, Vittorio Emanuele II, e d'un grande ministro, Camillo Cavour. Monarchica, sabauda; ma italiana sempre!

La principessa Cristina teneva frequenti colloquii con Camillo Cavour sulle condizioni politiche della Lombardia, che, specialmente dopo il 1853 impegnavano quasi tutto il pensiero e l'attività dell'insigne ministro. Li teneva, nelle prime ore del mattino in casa Rorà, o nella villa di Campiglione presso Pinerolo, villa sontuosa dei Rorà. Camillo Cavour voleva essere informato di tutto; e nulla gli sfuggiva.

La Lombardia passava, allora, un momento assai pericoloso. Dopo il tragico tafferuglio mazziniano del 6 febbrajo, eran successe le vendette austriache. Il più stretto e più insensato stato d'assedio venne inflitto alla città, con obblighi odiosi e stolti imposti a intere classi della cittadinanza, come quello fatto ai proprietarii di tenere accesi tutta la notte i lumi alle finestre delle loro case, temendo che, in una nuova insurrezione, venissero dagl'insorti spenti i fanali per lavorare di coltello con più agio nelle tenebre.... E impiccagioni, senza processi, nel castello; e, poichè vennero a mancare le corde, fucilazioni, e anche d'innocenti! Sequestrati tutt'i beni dei profughi; e i nefandi processi di Mantova; e là altre forche! Rigurgitavano d'intemerati patrioti le carceri e le fortezze dell'impero. Spie dappertutto: agguati, sospetti, spade, fucili, polveri, cannoni, odii, vendette dappertutto: il regno del terrore.

E, dopo, d'improvviso, gran mutamento di scena. Amnistia, perdoni; tolti i sequestri; promesse di miglioramenti nelle amministrazioni; e mani austriache tese per stringere quelle degli italiani. Ma le destre degl'italiani stringevano invece il fucile per combattere un'altra guerra, la decisiva guerra dell'indipendenza.

Il governo di Vienna ebbe un'idea abilissima. Mandò nel regno Lombardo-Veneto il giovane arciduca Massimiliano per conciliare gli animi. E il seducente principe d'Absburgo, entrato in Milano colla giovane, bella sposa, Carlotta del Belgio, si gettò subito a una vasta opera di pacificazione, di concordia, di affetto tardivo.... ahimè quanto tardivo!... Si desidera sapere fino a qual punto arrivò l'intelligente e geniale generosità dell'arciduca Massimiliano, che doveva finire poi così lugubremente sotto il piombo messicano?... Nella loggia del Palazzo ducale a Venezia, si stavano collocando i busti dei veneziani più illustri; e Massimiliano d'Austria fece erigervi il busto del doge Andrea Gritti, che avea tanto combattuto un altro Massimiliano d'Austria, l'imperatore Massimiliano I, promotore della famosa Lega di Cambrai contro la Repubblica di Venezia! Il busto del doge Andrea Gritti (opera dello scultore Luigi Borro), reca quest'epigrafe dettata dallo stesso arciduca Massimiliano: “ANDREA GRITTI — PROVVEDITORE POI DOGE — SCIOLSE LE SPIRE DELLA LEGA MACCHINATA IN CAMBRAI. — MASSIMILIANO I RESPINSE — E DA UN DISCENDENTE DELL'OSTEGGIATO MONARCA — EBBE QUI ONORE D'IMMAGINE — NATO NEL 1454, MORTO NEL 1538 — DALL'ARCIDUCA FERDINANDO MASSIMILIANO D'AUSTRIA.„ — Si poteva immaginare tratto più cavalleresco e più simpatico?... Come resistere a omaggi tanto amabili resi ai nostri grandi?... Eppure, tranne rare eccezioni di alcuni, che troppo amaramente scontarono le proprie illusioni, i Lombardi e i Veneti (gloria a loro!) seppero resistere.