Camillo Cavour aveva ben ragione di temere di quest'uomo, che, come Alessandro Manzoni diceva di Massimo d'Azeglio, era “nato seducente.„ Tanto più ne temeva, poichè allora, proprio allora, il grande ministro apriva trattative con Napoleone III per un ajuto delle armi francesi alle armi del Piemonte, affine di espellere una buona volta, e per sempre, gli stranieri dalla terra lombarda e dalla Venezia.
Da Torino, Camillo Cavour mandava consigli, ch'eran ordini, a Milano, perchè i Lombardo-Veneti non solo resistessero a tutte le belle lusinghe arciducali, ma rispondessero con atti ostili ai sorrisi di benevolenza e d'amicizia. Egli voleva a tutt'i costi infrangere il sogno, che l'arciduca Massimiliano idoleggiava: quello di fondare un regno lombardo-veneto, protetto dalle ali dell'aquila d'Absburgo, ma autonomo, con ministri proprii, con amministrazione propria, circoscritta nei confini della Lombardia e del Veneto. Il conte di Cavour cominciò col mandare da Torino a Milano, Emilio Dandolo, il fratello d'Enrico, morto ventenne all'assedio di Roma, e anch'esso combattente in quella lotta sanguinosa. Camillo Cavour parlò a Emilio Dandolo così: “Dite ai vostri amici che facciano mettere di nuovo Milano in stato d'assedio! Tirate delle sassate alle sentinelle, scrivete su tutt'i muri: Viva l'Italia!„ E, subito dopo, il conte di Cavour inviò a Milano un altro patriota, il conte Cesare Giulini Della Porta, uomo di forte senno politico, e ascoltatissimo, collo stesso mandato: “Fate mettere Milano in stato d'assedio!„ Lo scopo del Cavour era semplicissimo: far vedere all'Europa che l'Austria era un elemento di disordine in Italia, e che doveva perciò esserne espulsa.
Quello fu un momento storico, vitalissimo per l'Italia; e il salotto della contessa Clara Maffei, guidato dall'imperturbabile Carlo Tenca, direttore del Crepuscolo, illustrato da Emilio Visconti-Venosta, da Cesare Giulini, da Tullo Massarani, da Antonio Lazzati, da Giuseppe Finzi.... quel salotto, focolare d'agitazione, oppose all'arciduca d'Austria la resistenza più tenace, più inesorabile: diffondeva la “parola d'ordine„ nella città, nella provincia, e, mercè Giovanni Visconti-Venosta (fratello d'Emilio) e d'altri animosi, organizzava con audacie incredibili l'emigrazione dei giovani delle città e delle campagne; — incessante, grandiosa emigrazione nel Piemonte; avvenimento, voluto anche questo da Camillo Cavour; il quale sperava di porgere nuovo incentivo all'Austria perchè essa, per la prima, dichiarasse guerra al Piemonte, sembrando così, agli occhi dell'Europa, la vera provocatrice.[144]
E intanto avveniva un fatto glorioso, che la storia della civiltà scrive a caratteri d'oro: Camillo Cavour e Napoleone III fondavano, d'accordo, un nuovo diritto pubblico d'Europa: il diritto della nazionalità. Fin dal 16 novembre del 1848, lo statista piemontese lanciava sul Risorgimento, l'animoso giornale di Torino, sacrosante parole che fanno pensare ai bei versi dell'Aleardi:
Iddio con immortali
Caratteri di monti e di marine
Ha segnate le patrie.
“La natura (scriveva il Cavour) ha voluto che le nazioni conservino le loro autorità speciali, che rispettino a vicenda i confini, le abitudini, le lingue, che si amino e non si fondano, che vivano ciascuna da sè e non sieno violentemente accozzate e asservite. Napoleone, il gran maestro di mezzi energici, credette che con eguale facilità si potesse vincere una battaglia sul ponte di Lodi e cancellare una legge della natura. Tutto gli arride un momento, e tutto si piega davanti a lui. Distrugge i troni nemici e dispensa novelle corone, calpesta le masse, ride de' sapienti, forza a suo modo fino il commercio e l'industria; ma nel momento in cui pare vicino a stringere nel suo pugno la monarchia universale, una manovra sbagliata sul campo di Waterloo sopravviene a scoprire che tante fortune non erano se non lo splendore di una meteora, trascorsa la quale doveva apparire la verità semplice e nuda quanto l'isola di Sant'Elena.„
Ma non solo il salotto Maffei: un altro salotto milanese, quello di don Carlo d'Adda, l'incrollabile sabaudo, spiegava la politica della resistenza.