Il padre di Carlo d'Adda era uno dei tanti figli di Febo d'Adda, al quale Giuseppe Parini consacrò l'ode Alla Musa. Devotissimo all'Austria, avea sposata la figlia d'un eccelso personaggio austriaco. Ma, non ostante l'educazione imperiale, Carlo d'Adda seguì le tradizioni del patriziato liberale lombardo, onorato da un Federico Confalonieri e dagli altri patrizii del Conciliatore. Alto, magro, come Massimo d'Azeglio, risoluto come l'autore d'Ettore Fieramosca, Carlo d'Adda diceva ciò che avea nel cuore: pensava ad alta voce. In Carlo Alberto, egli tenne fede, anche allora che questo “Amleto dell'indipendenza„ come per primo lo definì il Mazzini, ondeggiava in un nuovo cupo monologo d'“essere o non essere„. Immaginarsi con quanto ardore Carlo d'Adda si pose all'opera allorchè dal figlio di Carlo Alberto e da Camillo Cavour trasse sicuri affidamenti per la liberazione d'Italia! Come nel salotto Maffei, si raccoglieva l'alta borghesia e parte dell'aristocrazia lombarda intorno al Tenca e alla contessa Clara; così, nel salotto d'Adda, in via del Giardino (ora via Alessandro Manzoni) si raccoglieva quasi la stessa società, intorno a don Carlo d'Adda e a donna Mariquita d'Adda, figlia del principe Pio Falcò, spagnuola di nascita, rara bellezza, dai bruni capelli opulenti. Il salotto d'Adda non contava i martiri del salotto Maffei; ma era quello che respingeva inesorabile gl'inviti alle feste di Corte che, con grazia, inviava a quei cavalieri e a quelle dame l'arciduca Massimiliano. Nel salotto Maffei, si cospirava più pensosi che ridenti: nel salotto d'Adda, si cospirava fra le celie di buon genere. Nei bellissimi occhi della piccola, esile contessa Clara Maffei, lampeggiava il fuoco del patriottismo a tutta prova; ma quegli sguardi si velavano anche spesso di lacrime al pensiero dei cari amici incarcerati nelle fortezze dell'Impero austriaco: ella sentiva tutt'i dolori degli altri, e soffriva ancor più se non poteva consolarli. Donna Mariquita d'Adda, al pari del marito Carlo, respingeva le tristezze, e brillava per lo spirito caustico che passava la pelle: una vera Clorinda delle facezie originali e pungenti, ch'ella lanciava, come dardi, contro i nobili irresoluti, contro coloro che ondeggiavano fra la volontà del Cavour e le lusinghe di Massimiliano. Nella sala di casa d'Adda (sala rossa, il cui color fiammante si confondeva col colore della perla) si riunivano anche parecchi eminenti patriotti del salotto Maffei, Emilio e Giovanni Visconti-Venosta, Cesare Giulini, Ruggero Bonghi, Emilio Dandolo; i quali si scambiavano la parola d'ordine con Carlo d'Adda, col marchese Carlo Ermes Visconti. — Alberto Visconti d'Aragona e i Trivulzio, i Trotti, i Litta, i Somaglia, i Resta.... tessevano concordi con essi una vasta, fitta rete di cospirazione, della quale ogni filo era pensato, coordinato, diretto a uno scopo ben preciso. E quali somme si versavano per ajutare l'emigrazione, che crebbe come le onde d'un torrente e divenne un fiume! I giovani della miglior società diedero il buon esempio, e partirono, pronti alla guerra.
Ma, anche in quest'opera abilmente politica e necessaria, Giuseppe Mazzini intervenne per iscompigliare le fila di Camillo Cavour. L'agitatore disapprovava l'emigrazione e voleva fermarla per non privare (egli andava dicendo a Benedetto Cairoli e ad altri fidi) la Lombardia di giovani braccia, atte a una nuova rivolta!... Non era dunque ammaestrato abbastanza da tanti disgraziati, lagrimevoli suoi tentativi?... Pur troppo, non s'accorgeva delle verità che gli andava ricantando Gustavo Modena, così devoto a lui, ma così sincero!... Volendo alludere a tutt'i tentativi infelici, a tutt'i funesti errori mazziniani, il sommo attore definiva l'agitatore ligure con una delle sue solite beffarde parole: lo chiamava pesta-l'-acqua.
Intanto il Mazzini volle penetrare, sotto mentite spoglie, a Milano per impedire qui, sul posto, l'emigrazione in Piemonte di Casa Savoja. La polizia austriaca seppe subito della venuta dell'agitatore; ma non fu capace di scoprire dove ei si fosse annidato. E come potea, essa, infatti, sognarsi che il temuto rivoluzionario se ne stava a Milano, protetto da un impiegato della stessa polizia?... Il Mazzini alloggiava, infatti, in via Lanzone, in casa del commissario di polizia Zanetti, occulto amico dei nostri.
Quel grande, sventurato idealista, s'accorse alla fine che, contro l'opera pratica di un Cavour, contro l'emigrazione crescente nulla poteva; e disparve.
La principessa Cristina Belgiojoso, riacquistati gli averi, partecipò largamente, come l'usato, al nuovo contributo patriotico. Tornata a Milano, preferì d'abitare in mezzo a' suoi contadini di Locate, operando anch'ella per raggiungere al più presto gli scopi di Camillo Cavour. D'intesa col grande ministro (che il vecchio principe di Metternich dal suo triste, silenzioso ritiro definiva il “solo diplomatico d'Europa„) la principessa Belgiojoso cominciò a scrivere, allora, in francese, una storia di Casa di Savoja, coll'intento di rendere simpatica questa dinastia alla corte di Napoleone III e alla Francia stessa, dove la causa italiana, tranne l'imperatore e pochi altri, non risvegliava certo, allora, ardori eccessivi....
Il libro non potè uscire che nel 1860.[145] L'autrice dichiara subito, nella prefazione, d'avere scritto questa storia collo scopo di sostenere il proprio partito monarchico, e che non ebbe tempo di cercare nuove fonti storiche, nuovi fatti, nuove circostanze: si accontenta di riferire soltanto ciò che ha trovato in altri autori. Nella Casa di Savoja, ella scorge una protetta del Cielo; una dinastia prescelta dalla Provvidenza per compiere un supremo disegno di giustizia.
Un critico italiano, che all'erudizione accoppiava la clemenza dei giudizii e la genialità dello stile, Eugenio Camerini, profuse fiori di lodi sull'Histoire de la Maison de Savoie della Belgiojoso:
“La principessa si lascia andare alla corrente dei fatti, e così i politici come i militari le vengono descritti con evidenza e rara efficacia. Ai momenti solenni in cui l'italianità dei fini di Casa Savoia emerge più chiara, ella li nota, tornando tosto all'incanto delle sue narrazioni, che ci rinnovano una storia cento volte detta. Un arguto scrittore, che tiene del Carlyle (Carlyle un poco annacquato), ha preso lo stesso assunto che la principessa, e si fece lodare poco in Inghilterra e nulla in Italia. Egli non ha saputo vedere e rendere il drammatico dei fatti, nè ha penetrato molto a fondo le loro ragioni. Clorinda ha vinto Tancredi. Ma in questa donna si accoppiano con mirabil tempre l'affetto, l'immaginazione e la perspicacia. La Principessa ha il dono del raccontare. Ella, come la Gloricia ariostesca, disegna in terra una nave, e la fa levare, nella più splendida pompa e gloria a' suoi incanti.„[146]
E mentre di nuovo cospirava, mentre scrivea l'Histoire de la Maison de Savoie, Cristina Belgiojoso, per rallegrare i mesti tempi, allestiva nel teatrino della propria villa di Locate spettacoli di commedia, ai quali invitava giovani dame e cavalieri della società milanese. Recitava ella stessa, col poeta Ippolito Nievo!... L'autore di racconti campestri ritratti dal vero, il più genuino dei manzoniani col romanzo ciclico Le Confessioni d'un ottuagenario portava riverente ammirazione alla grande patriota; le era amico. Il Nievo s'arruolò poi con Garibaldi e combattè coll'eroe sui colli lombardi; fu uno dei Mille, e, a soli ventinove anni, sparì, naufrago, nelle profondità del Tirreno. Burbero il suo aspetto, burbere le sue parole, burberi i suoi modi; ma l'animo suo, sotto la rude scorza, chiudeva tesori di affetti e di delicatezza. È curioso conoscere (non è vero?) un Ippolito Nievo attore-dilettante alla vigilia della mitraglia, dell'olocausto!... La principessa gli affidò la parte del protagonista nel Sior Todaro brontolon, del Goldoni; parte che si adattava bene al Nievo; se non che, questi, altissimo, toccava col capo il soffitto del teatrino di Locate: un brontolon lunghissimo; ma il solo che, come padovano, pronunciasse a dovere il dialogo di papà Goldoni.