Quale spettacolo al teatro alla Scala nella sera del 10 giugno!... Un ricordo quasi fantastico. Nel palco reale, si presentano Napoleone III e Vittorio Emanuele II, col podestà dalla fascia tricolore, nominato il giorno innanzi, conte Luigi Barbiano di Belgiojoso. Al loro apparire, tutti, tutti nella vasta sala prorompono in un applauso frenetico, interminabile. Le signore, nei palchi, in abbigliamenti di suprema eleganza, risplendenti di giojelli e di sorrisi, tutte in piedi. Le acclamazioni, le grida: Viva la Francia! Viva l'Italia! continuano a lungo, mentre l'orchestra suona la fanfara reale e l'inno imperiale francese. Vittorio gira intorno lo sguardo imperioso e audace, infondendo in chi lo ammira l'impressione del vero re-soldato: Napoleone III, impassibile a tanta festa dei cuori riconoscenti, guarda con occhio velato e obliquo, rivolgendo solo qualche buona parola al nuovo podestà, Luigi Barbiano di Belgiojoso, che, in piedi, sta attendendo gli ordini. Nei palchi, colle nostre dame, si vedono parecchi ufficiali francesi, nuovi alle bellezze italiane.... Chi bada allo spettacolo, ai cantanti dell'opera?... Di tratto in tratto, nel silenzio dell'assemblea, scoppia irrefrenabile, unanime, un grido di gioja.
Una simile festa, nello stesso teatro, dopo una battaglia simile a quella di Magenta, era stata celebrata in mezzo a clamori di gaudio, il 16 giugno 1800, con un altro Napoleone Bonaparte: coll'“inclito eroe e liberatore dell'Italia„ come lo chiamava il Marliani, in un manifesto ai Milanesi. Il nemico sconfitto dalle armi francesi nel 1800 era lo stesso: l'austriaco. La battaglia: Marengo. E Napoleone III, col nobile ajuto prestato agl'Italiani, riparava in parte alle colpe, ai delitti commessi dallo zio verso di noi: dello zio che avea venduto il Veneto all'Austria, che avea sacrificato alle proprie ambizioni sanguinarie, migliaja di giovani vite italiche nella Spagna, fra i ghiacci della Russia, dovunque il despota avea bisogno di “carne da cannone„ onde il lamento e lo sdegno del Leopardi:
Pugnan per altra terra itali acciari!
Napoleone III, presidente della repubblica francese avea fatto spegnere tante nobili giovinezze italiche nella repubblica romana, per ridonare il poter temporale al conte Mastai Ferretti, che nella disgraziata insurrezione di Romagna del 1830 gli avea salvata la vita facendolo fuggire; ma sui campi lombardi, il sovrano francese riparava a quella strage.
La principessa Cristina Belgiojoso non si trovava nella storica serata della Scala: era ancora a Parigi. Ma ben presto venne a salutare la bandiera italiana nella gioconda, libera Milano sua.
Ell'avea raccomandato, ai congiunti qui rimasti, un ufficiale francese suo amico: il visconte Raimondo de Rivière, capo squadrone nel genio.
“Il solo pensiero che mi amareggia questa guerra (scriveva ella al marchese Alberto suo fratellastro) è il timore che gli accada una disgrazia; e il pensiero di ciò che sarebbe di sua moglie e de' suoi tre bambini, se fosse ad essi tolto. Basta: spero in Dio che ci sarà serbato; e mi conforta il saperlo in parte dove ho parenti, e dove non sarà trattato come straniero!„
Alla principessa premeva di rivedere Napoleone III e di ringraziarlo della promessa di Londra, ora splendidamente mantenuta. Sì, splendidamente, chè, ben presto, un'altra battaglia sanguinosa si combatte dai Francesi e dai nostri a Solferino e a San Martino. Dopo la battaglia, altri settemila dugento feriti arrivano a Milano! La cittadinanza ne è avvertita; e più di trecento carrozze, riccamente allestite, rischiarate da fanali, e alcune condotte da gentiluomini della più antica aristocrazia, stanno alla stazione per raccogliere i feriti e portarli agli ospedali o alle loro proprie case. Una doppia ala, formata da guardie civiche impedisce la ressa, la confusione, protegge il libero cammino degli equipaggi: di questi, molti vanno lenti lenti, per non offendere con brusche scosse i moribondi. Ecco sfilano.... passano.... e la folla prima rumoreggiante, ora tace impietosita.... Le torcie, tenute dalle guardie civiche, rischiarano la tragica scena.
Dopo Solferino, Napoleone III troncò, purtroppo, la guerra dell'indipendenza italiana ch'egli avea solennemente promesso di condurre fino all'Adriatico per liberare Venezia; pur troppo, firmò la pace di Villafranca, che gettò nella desolazione i Veneti e i Lombardi stretti in un solo, forte nodo d'affetto fraterno. Perchè quella pace frettolosa, dopo tanta vittoria?... Ora sappiamo ciò che allora i più ignoravano del tutto: Napoleone III fu costretto a troncare, d'un tratto, la guerra contro l'Austria e rimandar sollecito le truppe in patria perchè i Prussiani, approfittando del momento, minacciavano le frontiere francesi.