— Non a me, ma a sua cognata la marchesa Giulia Rorà, di Torino. Quelle sue lettere parlavano della società milanese.

— Mio Dio?... Se avessi saputo che un Camillo Cavour le avrebbe lette, avrei cercato di scriverle un po' meglio....

— M'interessavano molto.

Parlavano, infatti, della società milanese, circuita dalle cortesie dell'arciduca Massimiliano. Nulla sfuggiva al sommo ministro. Anche, a Milano si metteva, prima dell'alba, allo scrittojo e segretamente riceveva egregi gentiluomini milanesi, che interrogava sul passato e sul presente,

Massimo d'Azeglio ammirava anch'egli Camillo Cavour; ma ne approvava in tutto la politica?... L'autore dell'Ettore Fieramosca, dopo il disastro di Novara, aveva spianata la via al Cavour, ma non s'accordava sempre colle vedute di lui, specialmente per la questione romana.

Nel 13 febbrajo del 1860, Massimo d'Azeglio venne mandato governatore a Milano, nella cara città che, negli anni più baldi e più felici, gli aveva elargito due allori in una volta: di romanziere e di pittore. Oggi, i romanzi e le pitture del d'Azeglio hanno perduto di pregio; ma valgono quali documenti d'un'epoca, nella quale la penna e il pennello lavoravano concordi a servigio de' patrii ideali.

Massimo d'Azeglio, in conversazione, non rideva mai. Lasciava cader qua, là, le sue ironie, le sue facezie più o meno pungenti, rimanendo impassibile. Era amico della Belgiojoso, che lo stimava grandemente per il suo fermo carattere, e non si sarebbe mai permessa con lui gli sprezzanti atteggiamenti che adoperava con altri, i quali pretendevan di sfoggiare con lei lo spirito.... che non possedevano.


Dinanzi ai rapidi, grandiosi fatti, che si svolgevano nel nostro paese, la Belgiojoso palpitò ancora dell'antica passione: della politica. Troppe questioni capitali (come quella del papato) sorgevano nel tumultuoso formarsi dell'unità italiana; e la principessa sentiva il bisogno di esprimere le proprie idee; sopratutto, sentiva il dovere, come italiana della vigilia, di continuare l'opera sua fra le classi dirigenti. Fondò allora un grande giornale politico quotidiano, L'Italie, che cominciò ad uscire nel martedì 2 ottobre del 1860 a Milano (presso la tipografia Boniotti), avendo per redattore-capo Léonce Dupont, fino giornalista, che scriveva gli articoli di fondo, i così detti primi Milano, saturi di senno e di quell'erudizione storica, indispensabile pei raffronti dei fatti e per le origini di tante questioni. Svolgendo la raccolta di quella prima annata dell'Italie, troviamo lunghi e frequenti articoli firmati: “Cristina Trivulzio Belgiojoso„. Qualche volta, fra la principessa e il suo redattore-capo sorge cortese polemica sulle questioni capitali, come si può vedere nei primi numeri dell'ottobre riguardo alla necessità dei congressi europei in luogo di guerre devastatrici. Léonce Dupont risponde all'illustre collega che non sempre i congressi sono efficaci: se si fosse riunito un congresso avanti la guerra del 1859, si avrebbe avuta, forse, la liberazione della Lombardia?... E se si fosse riunito un congresso dopo la pace di Villafranca, si sarebbero ottenute le annessioni?

L'Italie (nelle cui colonne la Belgiojoso emulava, con minor brio, ma con più compostezza e saggezza, la prosa dell'antica sua rivale madama de Girardin) aveva l'aspetto e il contenuto dei grandi giornali di Parigi. Ricco il notiziario di tutti gli Stati d'Europa; ma neppure una parola di cronaca milanese, tranne i manifesti del municipio e l'annuncio degli spettacoli teatrali: le bazzecole municipali non erano, infatti, assorbite dagli avvenimenti prodigiosi e febbrili di quei giorni? Nella sera del 2 ottobre 1860, uscì a Milano (e anch'essa per cura principale della Belgiojoso) un'Italia, ridotta di formato, e in italiano. L'edizione francese parlava all'Europa; l'edizione italiana parlava ai Milanesi.