Caro Màspero,

“Già molti giorni sono che volevo scrivervi, per darvi le mie notizie ch'erano soddisfacenti; poichè da quella notte, ch'io venni a svegliarvi nella vostra camera, l'angoscia mi aveva lasciato in pace; ma ora l'una ed ora un'altra cosa mi hanno impedito l'esecuzione del mio proposito. Debbo attribuire quella tregua all'uso del nuovo sciroppo, o al caso? Il fatto è però che, jeri, dopo il pranzo, sentendomi côlta da prepotente sonno, mi sdraiai su di un canapè, e, mentre stavo ancora tra il sonno e la veglia, fui repentinamente assalita da quella sensazione angosciosa che tanto mi spaventa, e passai tutta la sera più o meno sotto quell'incubo. Il solo pensiero di andare a letto mi inspirava un vero terrore; ma quando fu giunta l'ora di coricarsi, mi rassegnai a tentare la prova, convinta di dovermi alzare dal letto pochi minuti dopo di esservi entrata. Con tutto ciò, appena coricata, cessò la sensazione angosciosa, e non è tornata più. Ve ne scrivo per farvi una osservazione. Io ebbi sempre la convinzione che questa angoscia sia una nuova forma di quelle convulsioni epilettiche di cui mi liberai molti anni sono. Una delle varietà della così detta “aura epilettica„ che provavo era la sensazione d'aver sotto al naso un alberello pieno di liquore ammoniacale. Ora, questa strana sensazione mi si risvegliò ieri a sera insieme coll'angoscia, e mi tornò varie volte anche stamattina, sebbene l'angoscia non sia ricomparsa. Vi dico ciò, perchè ne caviate quelle conclusioni che vi sembreranno più a proposito.„

Quelle sensazioni la turbavano al sommo. “Il solo pensiero basta ad agitarmi, ed a richiamare le orribili sensazioni che mi fecero raccapriccio,„ scrive in altra lettera. E da Locate parla al dottor Màspero d'altre sensazioni ancora, ma di quella stessa natura: “Sentivo (ella dice) come se una mano mi passasse sulla fronte e sugli occhi e comprimesse quest'ultimi per modo da rendere, per qualche minuto secondo, la vista incerta.„

Le sofferenze riapparivano fra le quattro e le sei dopo mezzanotte; e, anche per questo, l'inferma vegliava eretta sul letto fra montagne di cuscini, al chiaror vivissimo delle solite lampade. Ella stessa suggeriva al medico i rimedii che potevano calmarla: chinino, assa fetida, il muschio (che, secondo lei, è un toccasana) e cavate di sangue. Facea lunghe passeggiate sui colli sopra Blevio, sopra Torno (dove si conservano antichissimi misteriosi avelli) e non mancava di andare alla messa in quelle poetiche chiesette, poich'ella sentiva il bisogno di pregare.

In un meschino alberguccio della via Santa Radegonda, a Milano, stava intanto un sedicente generale Colli, che, colpito da apoplessia, chiedeva soccorsi alla principessa. E questo Colli le dedicò un Carme in dodici canti. Povero carme, poveri canti!... Il poeta erra di soggetto in soggetto, esaltando la principessa, Napoleone III, vituperando Mazzini. Racconta che, nel 1830, a Parigi, egli aveva formato un esercito di guerrieri scelti per fondare la costituzione in Spagna.... E, per fare un eccelso elogio alla Belgiojoso, la paragona ad Aspasia!

La principessa, non ostante questo confronto, elargì un sussidio al misero infermo, col mezzo del Màspero; e intanto diceva al dottore di “star benino„.

Era un “benino„ illusorio. Le articolazioni le dolevano; la mano sinistra aveva bisogno d'un apparecchio chirurgico. Eppure, ella scriveva; scriveva sempre, nel suo angolo nella villa, tenendo la carta sulle ginocchia. E fumava sempre il narghilé, il cui abuso, a quell'età, con quei crescenti disturbi di nervi e di altri organi, doveva precipitare la sua fine.[154]

Ma che cos'è il narghilé?... domanderà qualche lettrice. Nel suo viaggio Da Milano a Damasco, l'abate Antonio Stoppani le risponde:

Narghilé è pipa turca d'uso universale in Oriente, composta d'un lunghissimo cannello flessibile, che termina a una estremità con un bocchino d'ambra, entrando coll'altra in una boccia di cristallo con entro acqua, e munito d'un bocciuolo per ardervi il tabacco, adattato al collo della boccia medesima. Quel bocciuolo si prolunga nell'interno della boccia con un tubetto, il quale pesca nell'acqua in guisa che, inspirandosi dal bocchino, il fumo prodotto per consenso dall'aria che passa attraverso il piccolo braciere dov'arde il tabacco, è obbligato ad attraversare l'acqua, rinfrescandosi ed appurandosi prima di entrare nel cannello, che lo trasmette alla bocca del fumatore. Il fumo così ha, per lo meno, il vantaggio di perdere quel calore e quell'acrimonia, che rendono il fumare con pipe ordinarie o sigari tanto incomodo e nocivo alla lingua ed alle fauci e appestano il fiato.

La principessa aveva imparato quella lenta voluttà in Oriente; e non poteva abbandonarla.