La stessa polizia francese, che, come tutte le polizie di questo mondo, era più facile a diffamare che a lodare, si sentiva costretta ad ammirar il contegno dei profughi italiani. L'emigrazione italiana (essa diceva) è la più moderata, la più onesta, la più dignitosa.[39]
L'emigrazione italiana a Parigi cominciò fin dai processi del '21, e anche prima; e s'allargò, calda di speranze, al domani della eroica rivoluzione di luglio del 1830, al domani delle tragiche delusioni in cui andaron travolti parecchi italiani; i quali non trovando in sè stessi e nella patria forze bastanti per scuotere il giogo, speravano soccorsi dalla sorella latina, la Francia! Luigi Filippo, duca d'Orléans, ch'era successo all'asceta Carlo X (atterrato dalla rivoluzione di luglio con tutt'i suoi decreti medievali), apriva infatti gli animi alle speranze; ma i disinganni non tardarono: e chi dovea fidarsi ancora d'un re Luigi Filippo, anima volgare e astuta, parodia di liberale, parodia di re?...
L'agitazione per liberare l'Italia era alimentata a Parigi per opera d'un discendente di Michelangelo, Filippo Buonarroti, veementissimo vegliardo, dai neri occhi che parean fulmini, specie quando egli usciva fremebondo in parole di sanguinose minaccie contro i despoti. Lo conosciamo.
Abitava vicino al Luxembourg; passeggiava sovente solitario in quel giardino. “Fu là (scrive Carlo Rusconi) che una mattina lo trovai; e mi accolse colla massima cordialità; procedeva incurvato, ma i suoi occhi brillavano d'una luce terribile.... Avea tutti gli ardori dei Montagnardi del '93, inacerbendoli anche, se di maggior acerbezza fossero stati capaci. Abborriva i re, e diceva come il vescovo Grégoire (già suo amico), esser eglino nell'ordine morale quello che i mostri sono nell'ordine fisico; nè altro essere la storia dei re se non il martirologio delle nazioni. I suoi occhi divenivano due carboni ardenti, quando si parlava di tirannide; e per tirannide intendeva ogni governo che non avesse la schietta forma repubblicana. La sua vita era trascorsa tutta fuori del campo della vita reale; egli non vedeva intorno a sè le cose che realmente vi erano; vedeva quelle della sua fantasia. Egli si creava così spettri e fantasmi; e, come a Platone o a Fourier, gli stava fissa in mente una società che avrebbe richiesto, per esistere, leggi e costumi dagli uomini interamente ignorati. Tutta la vita aveva passata nell'ordir congiure, istituir sêtte, spinger emissarii per abbattere i governi esistenti. Dalla Svizzera aveva carteggiato col Confalonieri pei moti del '21, e lo seppe Andryane, mandato da lui a Milano!... Da Parigi spediva messi in Irlanda, in Italia, in Svizzera, in Ungheria, dappertutto dove ci fosse speranza di far nascere un sollevamento. Un obbiettivo solo in lui: distruggere i governi esistenti quali che si fossero. Nessuna diversione a ciò; nessun componimento. Posto a capo di tre società segrete, spediva con un'operosità febbrile i suoi ordini in tutte le parti, e, incrollabile ai disinganni, aspettava ogni dì le notizie delle meraviglie operate. Io non ho conosciuto che Blanqui che potesse stargli a paro per l'audacia dei concepimenti e la tenacità dei propositi nel volerli eseguiti. Mazzini che gli era, a così dire, discepolo, andò poi sulle sue orme; ed ebbe gran parte delle sue virtù e dei suoi difetti.„[40]
Il Buonarroti, dal centro di Parigi, voleva risaldare la Carboneria (suo amore antico), che andava sfasciandosi per la diffusione ormai veloce della Giovine Italia; all'uopo, con un toscano, Giuseppe Gherardi d'Arezzo, e con Luigi Mussi di Parma gettò le basi della setta dei Veri Italiani per fondervi entro, come in una fornace, la Carboneria e la Giovine Italia. Il Mazzini scriveva da Marsiglia nell'ottobre del 1832 a Giovanni La Cecilia: “Comunicherò ai nostri centri il trattato fra le due società. Cerca d'avere dal Ciccarelli una copia degli statuti dei Veri Italiani. Per un incidente d'incendio, ch'io ebbi a patire, e che mi costò venti franchi, perchè arse la valigia che apparteneva al Menotti, fu guasta in parte la copia ch'ei me ne diede.„[41] Il Ciccarelli era un messo del Buonarroti. Il Menotti era Celeste, fratello di Ciro Menotti, tradito e giustiziato dal nefando Francesco IV duca di Modena nel quale quell'anima ardente e pura avea confidato per un sollevamento che dovea mettere quel duca stesso a capo d'un nuovo Stato costituzionale nel settentrione d'Italia!... Celeste Menotti, nato a Carpi, fu ben conosciuto dalla principessa Belgiojoso; magro, pallido, dagli occhi cerulei infossati, dalle sopracciglia nere, dalla barba nera e morbida come il velluto: bellissima figura: era fratello di Virginia contessa Pio di Savoja, quindi stretto parente d'un'ammaliante damigella, Eleuteria, che incontreremo ben presto a fianco, se non ai piedi, della principessa, a Parigi. Celeste Menotti esercitava la professione di negoziante: e, dovendo appunto pei proprii interessi portarsi qua e là, diffondeva entusiasta i principii del Mazzini, la Giovine Italia.
Filippo Buonarroti pensava alla nuova setta dei Veri Italiani (che presto sfumò), e il conte Carlo Bianco di San Jorioz fondava intanto un'altra setta: degli Apofasimèni. A Napoli, v'erano I Pellegrini bianchi; nella Romagna, I cavalieri tebani.[42]
Fra gli agitatori che a Parigi lavoravan alacri per la Giovine Italia, per la causa italiana, stringendosi intorno ai profughi, brillava il romano Michele Accursi, profugo anch'esso. Per le sue relazioni coi bonapartisti, l'Accursi fu sospettato dai fratelli di fede come traditore e spia.... Certo, il dottor Conneau, medico di Luigi Bonaparte, lo avea fra' suoi più famigliari; il côrso Pietri, tanto addentro nei misteri della polizia e così affiatato con Napoleone, si confidava di ogni cosa con lui.[43] Però il Mazzini non lo credeva traditore; e non andava a Parigi, se non riparasse in casa dell'Accursi.
Ma più dell'Accursi, e più dello stesso Buonarroti (del quale era intimo amico), merita cenno un altro italiano, un precursore, apostolo di libertà, Luigi Angeloni, nativo di Frosinone, che, esule a Parigi, ne fu scacciato perchè repubblicano; ma ivi, intanto, egli avea preparato men aspro il terreno agli altri esuli.... Avea la mente aperta ad ogni sapere, e l'animo intrepido. Fin dal 1815 esortava gl'Italiani a esser concordi, a confidare nelle proprie forze congiunte. Nel '21, fu in corrispondenza col principe di Carignano. Bandito da Parigi, nel 1823, riparò a Londra, dove fu amico degli esuli e dove morì in una casa di lavoro.... Com'è dimenticato!
Allo scopo d'affrettare la liberazione d'Italia, si era formato, a Parigi, un vero e proprio “comitato italiano„, nel quale emergevano Luigi Porro Lambertenghi di Milano, sfuggito colla fuga alle catene dello Spielberg, e Carlo Poerio di Napoli: vi entrò, nel 1831, un biondo filosofo e poeta, che strinse poi amicizia colla principessa Belgiojoso: il conte Terenzio Mamiani della Rovere, pronto agli elogi, al sorriso; più pronto a far rispettare tra i francesi il nome d'Italia.