— Son lasso, e debole. — Prega, e potrai.

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Qui mare instabile, là certo lito:

Porta dell'essere è l'Infinito....

Così egli canta; così egli prega.

In lui si fondono due nature, due razze; la slava per parte della madre (Caterina Cheesevich) slava; l'italiana per parte del padre (Girolamo) italiano. Scorgi lo slavo in certe sue idealità vaporose; e l'italiano in quella sua concretezza di forma che incornicia e stringe come in una morsa anche il sogno. Suo padre era uomo positivo, mercante. Sua madre, povera donna, addolorata da afflizioni, pregava.

E all'Italia sospirava il giovane Tommaseo. Si imbarcò; e venne nella Penisola; venne a Padova, dove il bell'abate Giuseppe Barbieri, conversatore ameno, predicatore famoso, che chiudeva in una forma classica le idee del Genio del Cristianesimo di Chateaubriand, lo protesse. Ma più lo protesse Antonio Rosmini, di cui Nicolò Tommaseo era ammiratore quasi fanatico. Tutte le volte che il giovane Tommaseo, stretto dalla necessità, avea bisogno di denaro, ricorrea al Rosmini; il quale lo soccorreva volentieri, senza fargli pesare il beneficio, come sogliono i più; e lo voleva sempre vicino.

Nicolò Tommaseo venne poscia a Milano, per esercitarvi il suo alto ministero di scrittore, che sentiva con fiera sicurezza; ma la fortuna poco gli arrise. Il bassanese bibliografo Bartolommeo Gamba avea raccomandato l'esordiente letterato a Giorgio Teodoro Trivulzio (congiunto, adunque, alla principessa Belgiojoso), e il marchese lo raccomandò, alla sua volta, al librajo Stella. Ma Antonio Stella (l'editore del Leopardi) non gli venne in ajuto. Guai se a Milano Alessandro Manzoni non avesse aperta la propria casa al povero dalmata! E guai se, nei colloquii con quel Sommo, ei non avesse trovato conforto ai giorni neri!

Spinto dalle tristi condizioni e anche un po' da spirito inquieto, Nicolò Tommaseo dice addio a Milano, e si mette in cammino, coi denari che gli ha offerti delicatamente donna Giulia Beccaria, madre del Manzoni.

In uno scritto autobiografico, Educazione dell'ingegno, il Tommaseo racconta la sua partenza da Milano, in una notte di febbrajo. Egli cammina solo, a piedi, perchè vuol serbare il denaro della benefattrice. La pioggia lo coglie; e, mal difeso dall'ombrello, sfanga lungamente nel bujo, finchè un campagnuolo, commosso alle sue iterate preghiere, gli fa un posticino nella propria carretta. Fattosi giorno, il campagnuolo lo guarda, e, vedendolo d'aspetto civile, e indovinando le sue miserie, dà in un accento d'esclamazione più potente d'ogni parola, “perchè gli era un misto di compassione, di meraviglia, di affetto.„