“Amav'io in essa l'affetto che a quando a quando traspariva dalle parole delicatamente lusinghevoli e dagli occhi vaganti? Amavo io l'ingegno agile, aperto? Amav'io 'l nome? e l'esile persona schiettamente adorna, e la casa riccamente addobbata, e la frequenza elegante poteva anco in me? Non credo. I suoi titoli a lei negai con reticenza affettata; e la trattai ora con famigliarità, or con durezza; e al suo sorriso feci più volte cipiglio. Ma pur mi sedetti alla sua mensa: e un giorno, perch'io disavvedutamente pigliavo il posto d'un conte, ella sollecita m'additò il mio minore. E soffersi....
“Lei, la donna ch'io penso, signoreggiare avrei voluto, tutta: ma come maneggiare agilmente vaso incrinato? Gli era pur bello e lavorato con arte! Mente serena: ma faceva sovente il cuore severo, e freddo cercatore de' difetti altrui. Chi sa qual vecchiaja l'attende! I piaceri, incautamente agitati, lasciano feccia di dolore: e io lo so.„[50]
La confessione d'uno sconfitto. E fra gli sconfitti e gli umiliati, notavasi un giovane profugo di Bari, che divenne nemico poco cavalleresco della Belgiojoso, se è vera l'atroce espressione ch'egli osava esprimere fra amici emigrati a Torino sul conto di lei; di lei, che lo ricambiava d'eguale disprezzo. Ella tracciava con poche beffarde parole la caricatura di Giuseppe Massari: la lèvre enflée d'emphase, la bouche macaronique....
Egli conobbe la principessa a Parigi, dove, per isfuggire alle persecuzioni borboniche, il padre (che lo sapeva legato alla società segreta della Giovine Italia) lo mandò appena seppe d'alcuni cospiratori caduti sotto il rigor del Governo. Ma il Massari non era nato ai silenziosi misteri delle società segrete. L'indole sua, aperta e loquace, non lo portava a resistere nei rigidi sistemi delle occulte cospirazioni. A Parigi, ebbe la ventura di metter subito piede in casa d'un suo conterraneo, il generale Guglielmo Pepe; ed ivi potè espandersi: ivi conobbe il Berchet, suo idolo poetico di giovinezza, Terenzio Mamiani, Giacinto Collegno, Giovanni Arrivabene, l'Arconati, tutti gli esuli italiani più onorevoli e più onorati. E fu presentato alla principessa Belgiojoso, che non si capisce come non avesse ribrezzo delle abitudini allora poco pulite del giovane barese; ma egli era così dilettevole e pronto parlatore, era così caldo patriota, così infatuato dell'abate Vincenzo Gioberti, cui la principessa grandemente ammirava! Il più arguto dei critici, Eugenio Camerini, lo chiamò “la tromba del Gioberti„. Non solo ei si fece banditore del verbo giobertiano, giurando in ogni concetto, in ogni parola del maestro piemontese, ma con incrollabile tenacia volle lodarlo coll'ardente parola anche allorquando nella coscienza forse dissentiva da lui. Coll'Introduzione allo studio della filosofia di Vincenzo Gioberti, il Massari fu il più efficace divulgatore di colui che tentava di conciliare la fede colla scienza, la Chiesa colla patria.
Il Massari discorreva spesso del Gioberti colla principessa: le mostrava le lettere che il filosofo gli mandava da Bruxelles, annunciandole che il Grande avrebbe rinnovati a fondo gli studii filosofici in Italia; il che non avvenne, passando egli pel nostro cielo, solo come meteora abbagliante. Il Gioberti pregò il Massari di rivedere le bozze del Primato; quel libro che avea squilli di risurrezione e che parve, e fu, una profezia; profezia avveratasi nella comparsa di Pio IX.
Nelle sue smanie amorose per la principessa, il Massari si confidava colla marchesa Costanza Arconati Visconti, moglie d'un sant'uomo, amica e protettrice di Giovanni Berchet. La dea della bellezza non avea sorriso alla culla della marchesa, il cui volto era schiacciato, dai lineamenti volgari; ma il carattere della colta gentildonna era franco; era quello d'una buon'amica.
La marchesa Arconati Visconti andava persuadendo il Massari di abbandonare il folle sogno d'amore; e il poveruomo, alla fine, dopo lunghi sospiri, ne guarì. In una lettera che il Massari mandò da Parigi alla marchesa Costanza Arconati Visconti, così a lei si confida riguardo a quella febbre e a quella guarigione: “Io avrò sempre simpatia e amicizia per quella signora; ma adesso null'altro. Due mesi fa, non avrei potuto dirlo: ora glielo dico con coscienza, e ringrazio lei di tutto cuore d'aver cooperato molto a guarirmi.„[51]
E nel salotto della Belgiojoso apparve un giorno la bella figura del Gioberti in persona, che esaltava il nome d'Italia con un'eloquenza focosa, a cui nessuno poteva resistere. Celebrando oltre misura i fasti, il genio d'Italia, e profetandone magnifici i destini, egli entrava nel regno abbagliante dell'iperbole; ma quelle iperboli eran sante. Quelle esagerazioni sue quali benefici effetti produssero alla causa precipua e finale dell'indipendenza d'Italia! Il Gioberti fu un grande seminatore. E quale impetuosa prontezza nell'apprendere, nel riferire, nell'avvincere gli animi! — Ma è questi veramente un figlio della compassata gente torinese? — chiedeva la principessa nell'ascoltare le infuocate parole del sacerdote ispirato; — sacerdote della Chiesa ch'ei voleva purificare ed innalzare come Dante, come il Savonarola, come il Rosmini; — sacerdote della filosofia, ch'ei voleva animare delle fiamme dell'artista; sacerdote della patria che ei voleva riporre maestra a tutte le genti. L'Italia crea l'Europa cristiana e moderna; l'Europa torna all'Italia; quante volte ei lo ripeteva!
Ma più volte il Gioberti si contraddisse riguardo alle forme di governo che volea dare all'Italia; e fra' suoi avversarii, qualcuno raccolse, in un libro, le contraddizioni del grande.[52]
Nell'isola di Oahù, nell'arcipelago delle Havaii nell'Oceania, i viaggiatori incontrano boschetti di haos dai fiori candidi al mattino, gialli a mezzodì, rossi la sera.... Qualche cosa di simile accadeva in certe opinioni politiche del Gioberti; ma bisogna considerare l'ampio, eccelso ideale di un'Italia grande ch'egli mai smarriva e ch'era l'anima dell'anima sua; bisogna ricordarsi il ritratto che, di sè stesso, il Gioberti ci lasciò nei Prolegomeni: “Io non ho due cuori, nè due pensieri, e dedicai da buon tempo tutte le facoltà del mio animo alla religione e all'Italia, indivise nel mio affetto e nella mia mente: questi sono gli amori che ardono nel mio petto, che addolciscono le mie sventure, che inspirano le mie parole, che guidano la mia penna, che sostengono, posso dire, e governano la stanca mia vita. Chiunque ama per lo meno l'una di queste due cose, chiunque adora la religione e l'Italia, è mio amico, qualunque siano i suoi portamenti verso la mia persona, i danni che io n'abbia ricevuti per lo passato, il disfavore o il pregiudizio che possa ridondarmene per l'avvenire.„