Il Gioberti ammirava nella principessa Cristina la patrizia che si consacrava al trionfo dei diritti del popolo. Il filosofo torinese nel Primato morale e civile degli Italiani, credeva infatti, al pari del Montesquieu, che missione del “ceto dei nobili„ era di farsi mediatore tra il sovrano e la moltitudine ed essere il “vincolo naturale e quasi l'armonia conciliatrice d'entrambi.„

Ma è vero che il Gioberti si pentì della lode e proferì aspre parole sulla principessa? Si pensi ciò che lo stesso Gioberti scrisse sul proprio fratello di religione Antonio Rosmini, e in qual modo ne giudicò le dottrine, dopo d'averle esaltate!... Le miserie dei grandi.


Il Gioberti giunse a Parigi sulla fine del 1833, perchè scacciato, qual liberale, dal Piemonte, egli, il cappellano di re Carlo Alberto. Il governo piemontese lo avea tenuto sette mesi in carcere per l'appassionata simpatia da lui espressa a favore dei calpestati Polacchi. Liberato e condotto al confine, lo lasciarono andar libero dove voleva; ed egli prese il volo per Parigi, a quel centro procelloso d'intelletti novatori, dove vivea, povero e grande, un altro abate novatore, ardente anch'esso di una fiamma comunicativa, il Lamennais, — colui che sollevò alto scalpore coll'Essai sur l'indifférence en matière de réligion, mirando anch'egli a innalzare il prestigio della Chiesa; e la Chiesa lo sconfessò. E allora il Lamennais aveva pubblicate le famose Paroles d'un croyant; parole di fuoco che un cavaliere dell'arte tragica sublime e della libertà tradusse e diffuse, a pro delle libere idee: Gustavo Modena.

A Parigi, il Gioberti potè respirare a larghe ondate quell'aria liberale che, in Piemonte, gli veniva tolta sino all'asfissia. Poi si recò a Bruxelles; ma nel novembre del 1845 tornò a Parigi.

Smessi gli abiti sacerdotali, il Gioberti non amava essere riconosciuto a Parigi qual prete: perciò all'amico Giovanni Baracco, prete, giornalista e archeologo di Torino, mandava queste parole: “Nel sovrascritto (della lettera) non mi dia dell'abate, nè del teologo, nè d'altro, ma scriva soltanto M. Vincent Gioberti, senza più. Quest'ultimo articolo è di molta importanza; d'ora innanzi, abitando nei Campi Elisi, i titoli preteschi sarebbero ancor più inopportuni.„[53] Egli alloggiava precisamente al numero 19 dell'Avenue d'Antin, in una meschina cameruccia, solo. Seguendo le sue consuetudini, questo povero figlio d'un sensale, che avea sofferto nell'infanzia ogni privazione, non teneva neppure una persona di servizio. Gli editori guadagnarono sacchetti d'oro co' suoi libri avidamente ricercati, diffusissimi; egli non guadagnò un soldo, tranne una misera somma per Il rinnovamento civile degl'Italiani, la sua più seria opera politica, dove invoca milizie italiane e forti.... come tre secoli prima il Machiavelli. Illibato nei costumi, sprezzatore del lusso, dei denari, dei soccorsi, come un filosofo antico, questo filosofo moderno doveva, pochi anni più tardi, diventare a Torino ministro e capo di ministri; e morì a Parigi d'improvviso, una notte, senz'ajuti: fu trovato mezzo avviluppato fra le coltri e le lenzuola, giù del letto, freddo cadavere.


Un nuovo fatto curiosissimo della principessa Cristina Belgiojoso attirò l'attenzione di tutta la Parigi intellettuale. Fu una sorpresa, uno stupore unanime.

Chi mai poteva immaginare che una signora come la Belgiojoso potesse scrivere un'opera sulla formazione del dogma cattolico?... Eppure, nel 1842, uscì a Parigi l'Essai sur la formation du dogme catholique senza nome d'autore, ma che passa per suo.[54] E sono quattro grossi, fitti volumi!... Le meraviglie non furono piccole a Parigi, e non piccole a Milano, perchè un'opera simile, non ostante i suoi vuoti, non poteva essere frutto che di tutta una vita di lunghi studii ecclesiastici. A Milano, Achille Mauri non risparmiò l'illustre amica, e, alludendo alla clemente filosofia (la filosofia del giovane clero parigino) che raddolcisce qua e là le rigidità jeratiche, — improvvisò un epigramma, poco felice epigramma che non merita l'onore d'essere riprodotto.

Il filosofo Mamiani, al quale la principessa fe' dono dell'Essai, si mostrò ben più cavalleresco, da quell'autentico gentiluomo ch'egli era. Le inviò una lettera dove esamina l'opera, la loda, e, con garbo, tocca lieve sul dubbio.... della vera paternità dell'opera stessa: è una bella lettera quasi ignorata, benchè edita nelle accurate “Lettere dall'esilio„ del Mamiani, citate poc'anzi.