Quel libro che, secondo il mio teologo, presenta molti appunti di letture “fusi in una buona e fluente pasta e rivelatori di spirito aperto e attento„ fu steso dalla principessa, che avea la penna rapidissima e pronta per ogni soggetto; ma ho l'assoluta convinzione che vi ha messo la mano un giovane, geniale predicatore francese: l'abate Cœur; lo stesso al quale madame d'Agoult ne' suoi Souvenirs accenna nei tratti poco benigni, che, per l'imparzialità dell'assunto storico, riportammo nel precedente capitolo.

Il padre Pierre-Louis Cœur emergeva fra i predicatori alla moda. Era nato a Tarare, la città delle mussoline, da una famiglia di commercianti che pretendeva discendere dal famoso, ricchissimo argentiere di Carlo VII; colui che, accusato poi di delitti immaginarii, scappò a Roma e comandò.... una mezza flotta contro i Turchi. I begli argenti del padre Cœur erano le sue lezioni di teologia alla Facoltà di Parigi; erano le sue prediche, che, per purezza e grandiosità, venivano paragonate a quelle del Massillon. Larghe le sue idee; aperto il suo intelletto agli aliti moderni. L'anno del suo trionfo fu il 1840, quando predicò a San Rocco, la chiesa dove dorme Corneille. I più entusiasti lo soprannominarono il San Cipriano del secolo XIX; ma avevano forse sentito predicare quel santo africano sulle rovine di Cartagine?... Anche il padre Cœur diventò vescovo.... non di Cartagine; e morì nel 1860, a cinquantacinque anni, non in odore di santità, ma compianto da chi ammira i liberi voli d'un nobile ingegno.


Alessandro Manzoni, scrisse una seria lettera alla Belgiojoso sul libro del dogma.[55] Giulio Simon, il quale diceva “une femme savante n'est pas une femme qui sait; c'est une femme qui fait parade de sa science„ e che a una filosofessa preferiva una povera sempliciotta, una pianella perduta nella neve, lodò il libro; ma spremeva la lode col conta-goccie. Il filosofo Victor Cousin, che pontificava alla Sorbona suscitando inenarrabili entusiasmi colla sua smagliante esposizione delle teorie dell'Hegel, intavolava volentieri discussioni colla principessa sull'Essai; ma, ecco, entrava d'improvviso nella sala un incorreggibile sarcastico poeta tedesco, Enrico Heine; il quale con un motteggio sconcertava il sorridente Cousin; e l'autore del libro sul vero, sul bello e sul buono, come se inondato da un secchio d'acqua fredda, ammutoliva, s'alzava, andava via.

Altri del circolo brillante di Cristina Belgiojoso parlavano dell'Essai sur la formation du dogme catholique, con quella sfumatura di sottile ironia della quale il parigino, uomo di mondo, vela tanto il vuoto quanto la sincerità de' proprii sentimenti; ma la principessa continuava negli studii filosofici, non temendo i mordaci oppositori, non temendo difficoltà. Come nel tempio d'Odino della leggenda scandinava, era proibito pronunciare davanti a Cristina Belgiojoso la parola “timore„.... Così, ella lanciò al pubblico l'Essai sur Vico; e Science nouvelle, Vico et ses œuvres. La traduzione della Scienza nuova di Giambattista Vico, nientemeno!; vale a dire del libro che mette, più d'ogni altro, a dura pazienza un traduttore per la scabrosità della forma, per la terminologia speciale del sommo filosofo![56]

L'Essai sur Vico è un pensato, ordinatissimo, lucido lavoro. In novantasei pagine fitte, l'autrice narra la vita travagliata di Giambattista Vico; espone e discute la Scienza nuova; e rivendica la priorità di certe idee del filosofo italiano contro coloro che volevano attribuire quella priorità ad altre menti sovrane. È quindi, anche, un'opera di giustizia e di patriottismo. La vita del Vico è narrata sull'autobiografia dello stesso filosofo: anzi, qualche passo è tradotto parola per parola. Bella è la pagina che descrive il giovinetto Vico immerso negli studii durante tutte le notti, con quella buona madre che va a pregarlo di desistere; commovente è la scena che narra gli angosciosi patimenti del Vico, quando, di notte, ode i passi dei gendarmi, che vengono ad arrestargli il figlio dissoluto e incorreggibile; quei gendarmi, ch'egli stesso aveva chiamati per emendare il giovane, ch'egli pur tanto amava.


I parigini si meravigliavano che un'italiana pubblicasse libri così serii in bel francese. Nessun altro muliebre esempio, prima di lei, la storia letteraria poteva offrire. La buona Maria Riccoboni, l'autrice dell'Histoire du Marquis de Cressy, dell'Histoire de deux jeunes amies, dell'Histoire d'Ernestine e d'altre storie, morta in povertà nel 1792, aveva sposato, è vero, l'italiano Antonio Riccoboni attore e autore mediocre, ma era nata a Parigi. La Francia salutava, peraltro, altre filosofesse, fiorite, specialmente nel secolo decimottavo: la marchesa de Lambert, detta la “première femme honnéte homme du dix-huitième siécle„ e che volle restar sempre “honnéte femme„ tutta irradiazione del Fontenelle; — madame de Tencin, tutta irradiazione del Montesquieu; — madame d'Epinay, tutta irradiazione del Rousseau; — madame Geoffrin, figlia d'un fabbricante di specchi, tutta irradiazione del Diderot e degli altri enciclopedisti; — la marchesa di Deffand, scettica come il Voltaire; — madamigella De Lespinasse, che preferì “l'uomo a Dio„ credendo nell'amore; — la baronessa de Staal, che preferì sè stessa all'uomo, credendo nella ragione; — e la marchesa du Châtelet, che avea gli occhi come due piselli e scrisse gli Éléments de physique, tradusse i Principes mathématiques de la philosophie naturelle del Newton; e morì di parto a quasi cinquant'anni (fatto che sollevò risa e pietà in tutta Parigi), dopo d'esser passata dal bacio del Voltaire al bacio del Saint-Lambert, dinanzi alla sorridente ingenuità del marito.

E ancora: la contessa d'Houdetot, brutta, ma seducente per lo spirito e per il sentimento: ella fu il primo e vero amore del Rousseau, come l'autore delle Confessions ci confessa. E la duchessa di Choiseul?... Pareva una statuina di cera, timida in conversazione come una mimosa; eppure, con mano sicura, con ferro anatomico, fe' l'autopsia dei contrasti, delle variazioni, in una parola del carattere del Voltaire.... Cittadini all'armi!... Passa ora la marescialla de Beauvau, nata Rohan-Chabot, energica volontà; madama du Deffand e madama de Choiseul la chiamano “la dominante„. Figge gli occhi al cielo, la pia marchesa de Créqui, vedova a ventisei anni; sostenitrice della religione, e, per questo, incarcerata dai rivoluzionarii. — E, sulla carretta dei condannati a morte, flagellata dalla pioggia furiosa dell'uragano, colle mani legate sul dorso, la credente, vecchia viscontessa de Noailles, s'avvia serena al patibolo; e con lei la figlia, dolcissima, vestita di bianco, e la piccola nipote, che prega.[57]

Nel secolo decimottavo, il Rousseau stese il proprio impero sulle donne più che il Voltaire; e si comprende. La donna è portata al caldo sentimento (e persino al sentimentalismo che ne è la degenerazione) non al gelido scherno. Cristina Belgiojoso aveva ammirato, ne' primi anni, l'autore della Nuova Eloisa; ma, poscia, s'innamorò del grande autore ispirato di Scienza nuova, tenendo, nello stesso tempo, in gran pregio un filosofo, esule anch'esso dalla terra materna, Giuseppe Ferrari, che, profondo interprete di Giambattista Vico, non lesinava alla principessa consigli nell'opera ardua e patriottica da lei coraggiosamente assunta: di diffondere tra i francesi il pensiero del filosofo precursore.