Non tutti sono concordi nel tributar lode a Giuseppe Ferrari, come storico e come filosofo. È vero: egli corre dietro alla verità, e torna in compagnia col paradosso; ma la sua mente è creata ai larghi voli. Vede nella storia due eterni principii in eterno conflitto, senza possibile aurora di pace, senza speranza di felicità umana: il principio della libertà e il principio della tirannide; e sì nell'uno che nell'altro, discerne germi di bene e germi di male. Questa visione del Ferrari (che lampeggia in tutta l'Histoire de la Raison d'État da lui pubblicata a Parigi) sembrava agli spiriti miti un'espressione di ateismo; ma non turbava la principessa Belgiojoso, che nel Ferrari vedeva un maestro. Tuttavia, le conversazioni del bel teologo abate Cœur, indefesso visitatore della principessa, temperavano le conversazioni del Ferrari: l'acqua santa del primo smorzava i tizzoni d'inferno del secondo. È proprio della Scienza e dell'Ideale insieme, l'avvenire umano. Le due forze, che finora corsero disgiunte e disperse cozzando fra loro, muoveranno concordi. La Scienza ritrarrà lume dall'Ideale, che non ammette confini alle vittorie del bene: si sentirà sorella d'una stessa forza, che emana da un'origine misteriosa, onnipossente. E l'Ideale coronerà di rose la fronte austera della Scienza; fronte impallidita nel lungo travaglio, nel superbo sforzo dell'assoluto dominio.

Giuseppe Ferrari, come quell'altra mente poderosa di Carlo Cattaneo, era stato discepolo e intimo amico di Giandomenico Romagnosi, magnifico apostolo d'alte dottrine, al quale manca soltanto la bellezza della forma letteraria per diffondere più ampio regno sulle menti. Il Ferrari esulò dall'Italia a Parigi nel 1837, l'anno stesso che il venerato suo maestro, spogliato d'ogni ufficiale soccorso dall'Austria, moriva a Milano in povertà. L'Austria non potea perdonare il grande filosofo dell'“incivilimento„ che ammetteva nei cittadini mal governati il diritto d'insorgere.

Quando s'avviava alla terra d'esilio, Giuseppe Ferrari avea già pubblicato La mente di Giandomenico Romagnosi e le opere di Giambattista Vico. E in Parigi diede alla luce Vico et l'Italie, opera che eclissa, naturalmente, le pagine della Belgiojoso sullo stesso alto soggetto.

Nel 1840, Giuseppe Ferrari saliva la cattedra di letteratura nella marinaresca città di Rochefort; ma non di rado lasciava quel porto e gli scolari per visitare a Parigi l'affascinante sua concittadina e indettarsi cogli “spiriti magni„ che intorno a lei parlavano di liberali instituti e di patria.


Un altro filosofo, anch'esso nato sotto il cielo di Milano, ma di scuola del tutto opposta alla scuola del Ferrari, visitava talora la principessa: era l'autore di Dante et la philosophie catholique au XIII siècle, l'emunto Ozanam, dai capelli lisci, neri, spioventi, che gl'incorniciavano il volto pensoso, accrescendogli quella solenne aria da asceta tanto ammirata dai giovani e dalle donne sognanti, nell'aula della Sorbona, dove l'Ozanam diffondeva la convinta parola. E, nel salotto della Belgiojoso, andava di tratto in tratto un altro lombardo, che avea pur egli aspetto e anima d'asceta: Giuseppe Sìrtori. Nato fra i sorrisi della Brianza, avido di studii, il Sìrtori passò a Parigi; e a Parigi abbandonò la veste talare, indossata fra gl'incensi del seminario di Milano. In mezzo alle facili follie parigine, il solingo giovane conduceva vita austera, quasi religiosa. Alla Sorbona e al Collegio di Francia, seguiva i corsi di geologia, di chimica, di fisiologia; materie tutte sulle quali la principessa Belgiojoso amava intrattenersi con lui. Chi poteva immaginare in quel giovane il futuro generale dell'indipendenza?... Il suo nome rimane scritto a caratteri di bronzo nelle tavole degli eroi.... Ed ei visse rigidamente tutta la vita, e portò nel sepolcro, come una fanciulla sacratasi a Dio, la virginità, la purezza.


In quel periodo di esaltazioni religiose e di misticismo, che signoreggiava la principessa Belgiojoso, sempre più ammalata nei delicatissimi nervi, un'altra stranezza i parigini videro in lei. Ella avvolse l'agile suo corpo nell'antica squallida tunica cinerea delle Suore grigie, istituite fin dal 1617 a Parigi da Luigia de Mérillac coll'ajuto di San Vincenzo de' Paoli. La principessa non lasciava quella veste da catacombe, neppur quando andava all'Opéra-Italien ad assaporare, nel suo palco, con sacro raccoglimento, le divine melodie dei grandi operisti italiani, specialmente di Gioachino Rossini e di Vincenzo Bellini, che frequentavano le sue sale; nume protettore l'uno; angelo protetto l'altro; entrambi glorie d'Italia. Sui nerissimi capelli, pettinati con estrema semplicità, la principessa faceva spiccare una ghirlanda di fiori bianchi freschi; e tutti contemplavano quella tacita, immobile visione, che parea discesa da una sfera soprannaturale.... E poichè dopo la rappresentazione dell'opera, dopo quell'onda di melodie, eseguite da cantatrici elette, come Giulia Grisi, Giuditta Pasta, la Persiani-Tacchinardi, l'Ungher, e da un Rubini e da un Lablache.... la principessa si sentiva stanca, spossata, incapace di scendere le scale del teatro, — un forte amico suo, lombardo, il conte Fausto Sanseverino, se la poneva sulle braccia come una languida fanciulla malata, come una naufraga, come Ofelia; e con quel carico fantastico discendeva le scale fra lo stupore della folla, che gli apriva il passo.

Chi poteva riconoscere in lei una vera sansimoniana? Cristina fu creduta, sì, una signora del Saint-Simon, che domandava l'abolizione di tutti i privilegi di nascita e di eredità, e voleva accomunare in massa tutti i materiali dell'attività umana, le macchine, i fondi, i capitali. Bazzicavano nel salotto di Cristina i sansimoniani Bazzard e Enfantin.[58] Ella li ascoltava, per amor delle dispute e delle novità; ma poteva seguirli? Sì; li seguì, ma per poco; e con lo scopo evidente di apparire ancor più singolare coi vermigli riflessi di quelle audacie.

VIII. Alfredo de Musset ed Enrico Heine.