Enrico Heine avea bisogno di denaro: ecco tutto, e fu lei, la potente protettrice, che gli fece accordare dal Thiers, ministro di Luigi Filippo, il sussidio annuo di 4800 franchi sui fondi secreti: il Mignet lo presentò al Thiers appunto per questo.[63]
Il signor Giulio Legras dimostrò nella Deutsche Rundschau[64] che tal pensione fu poi, per preghiera del Thiers stesso, elargita al poeta tedesco anche dal Guizot, che gli successe a capo del ministero. E anche in codesto generoso mantenimento del sussidio, potè assai la Belgiojoso.
Ma quanti sarcasmi saettarono il poeta per quei quattromila e ottocento franchi, ch'ei continuò a riscuotere fino al 1848!... Lo accusarono d'aver venduta la penna a Luigi Filippo.... Il quale, veramente, da quel perfetto sfruttatore che era, non avrebbe mai concessa quella somma per i soli begli occhi cilestri del cantore del Buch der Lieder!... Nel giugno del 1848, il poeta tentò di difendersi sui giornali di Parigi, offendendo gli altri; e non rifletteva ch'è pericoloso gettar sassi sulla capanna del vicino, quando il proprio palazzo è coperto di vetro.
Non passarono mai nere ombre fra la Belgiojoso ed Enrico Heine. È a lei, certo, che l'Heine allude nella prima delle sue Notti Fiorentine, dove parla di Vincenzo Bellini. Ei dipinge il quadro d'una serata (dopo cena) col giovane maestro siciliano a' piedi della dominatrice; la quale trattava l'autore della Sonnambula come un caro fanciullo.
“Mi ricordo d'un istante, in cui Bellini m'apparve in una luce così bella, che non potei restare dal contemplarlo con diletto, e mi proposi di conoscerlo meglio. Ma questa era pur troppo l'ultima volta che dovevo vederlo in vita. Ciò avvenne una sera, dopo cena, nella casa d'una gran dama, che ha il piede più piccolo di tutta Parigi; eravamo molto allegri, e le più soavi melodie salivano dal pianoforte. Lo rivedo ancora il buon Bellini come allora che, esausto finalmente dai numerosi e pazzi bellinismi che aveva spifferato, si lasciò cadere sopra una sedia. Questa era molto bassa, quasi come uno sgabello; dimodochè si trovò a sedere ai piedi d'una bella signora che, distesa in faccia a lui sopra un sofà, lo guardava colla più dolce cattiveria del mondo, mentr'egli si affaticava ad intrattenerla con quattro modi di dire francesi, che commentava poscia nel suo dialetto siciliano, per dimostrare d'aver detto, non una sciocchezza, ma il più delicato dei complimenti. Credo che la bella signora non facesse molta attenzione alle frasi di Bellini; essa gli aveva preso di mano il bastoncino, con cui egli cercava d'aiutare talvolta la sua debole rettorica, e scomponeva tranquillamente il delicato lavoro dei ricci sulle tempia del giovane maestro. Ben si addiceva a questa birichinesca occupazione quel sorriso, che dava alla di lei fisionomia un'espressione, quale più non mi fu dato di osservare sulla faccia d'un uomo. Non dimenticherò mai quel volto. Era uno di quelli che sembrano appartenere più al regno fantastico della poesia, che alla rozza realtà della vita; contorni che rammentavano Leonardo da Vinci, dal nobile ovale, colle ingenue pozzette nelle guance ed il sentimentale mento acuminato della scuola lombarda. Il colore aveva la delicatezza romana, l'opaco splendore di madreperla, l'altiero pallore, la morbidezza. Era uno di quei volti infine, che non si riscontrano che in qualche tela italiana, ov'è dipinta una di quelle grandi dame, di cui erano innamorati gli artisti d'Italia del Cinquecento, quando creavano i loro capolavori; a cui pensavano i poeti di quel tempo, quando s'immortalavano coi canti, ed a cui agognavano i guerrieri francesi e tedeschi, allora che cingevano la spada e, desiderosi d'azione, valicavano le Alpi. Sì, sì, era uno di quei volti su cui brillava un sorriso della più dolce malizia e della più altera bizzarria, mentr'essa, la bella signora, scompigliava, colla punta del bastoncino, i biondi ricci del Siciliano. In quell'istante, Bellini mi apparve come toccato da una magica bacchetta, come totalmente trasformato in una apparizione amica, e diventò ad un tratto congiunto del mio cuore. Il suo viso splendeva del riflesso di quel sorriso; quello era forse l'istante più fulgido della sua esistenza.... Non lo dimenticherò mai!...„[65]
Enrico Heine non avea mai potuto domare la propria malignità verso il Bellini. Vedendo quell'esile, ingenuo fanciullo, ch'entrava nel salotto della Belgiojoso, leggiero leggiero colle scarpette di vernice, lo salutava chiamandolo un soupir en escarpins! L'Heine rideva agli spropositi di lingua francese che al Bellini sfuggivano conversando. Il povero ragazzo, tutto rosso di collera, gli rispose una volta: C'est une bugie! Immaginarsi le celie di Enrico Heine! Il quale, peraltro, non avrebbe dovuto ridere, se avesse un po' pensato al proprio francese, che Gérard de Nerval gli correggeva paziente negli scritti destinati alla Revue des Deux Mondes. Tutte le volte che Enrico Heine entrava nel salotto, gittava in aria il suo intedescato Pon-ciùr, che faceva sorridere la principessa e faceva ridere madame de Girardin.... Nella sala dei manoscritti della Biblioteca Nazionale di Parigi, v'è una lettera del Bellini, il quale si lamenta di certe piraterie dell'editore Artaria di Milano; e quella lettera è stesa in un francese non certo peggiore del francese di Enrico Heine.[66]
Vincenzo Bellini era vittima d'un invincibile terrore: della jettatura! Il maligno Heine se n'accorse; e una sera, per ispaventarlo, gli profetò prossima la fine, perchè tutti i genii, Raffaello, Mozart, Pergolese, erano morti (diceva) giovanissimi!... L'autore della Norma, atterrito, fuggì subito dal salotto della Belgiojoso, lanciando verso il tristo profeta i noti segni di scongiuro contro la jettatura.... Poche settimane dopo (il 24 settembre del 1835) il povero Bellini moriva a Puteaux, d'una fulminea malattia intestinale, pianto dalla principessa Belgiojoso, che più volte avea tentato invano di difenderlo contro i motteggi di Enrico Heine; pianto da Gioachino Rossini, che lo amava come un figliuolo, specialmente dopo I Puritani, rappresentati a Parigi; ultimo canto innalzato da quel limpido genio, la cui musica effonde talvolta gemiti, sospiri, e talvolta impeti e scoppii d'una vita fremebonda che ha fretta d'espandersi prima di finire sì presto lungi dal cielo natìo.
I tedeschi non amano troppo la memoria di Enrico Heine, che schernì la patria; eppure fu ben egli che col suo pungolo valse a ridestarla dal sonno!... Noi, italiani, non dobbiamo scordare che l'Heine amò la nostra terra e compianse le nostre sventure, eccitato a questo, forse, e senza forse, dalla grande esule lombarda.