Come altri tedeschi, — dal Gœthe al Rückert, dal Platen a Paolo Heyse, — Enrico Heine levò grida d'ammirazione e talvolta di dolore alla vista delle nostre rovine fiorite. Teofilo Gautier, con finezza di critico e con brio d'artista, diceva di lui; “si le clair de lune allemand argentait un des côtés de sa physionomie, le gai soleil de France dorait l'autre.„ Ma si potrebbe pur dire che anche il sole nostro, anche l'Italia da lui commiserata nei Reisebilder, e tutto il dorato Mezzodì gli offersero onde di raggi e letti di rose, cari alla sua musa sibaritica.
Enrico Heine soffriva di spinite; e un estate, la principessa Belgiojoso, vedendolo alquanto malato, lo pregò di andar a dimorare alcun po' con lei alla Jonchère, delizioso castello, ch'ella avea comperato in campagna, sopra un'altura fra Rueil e Bougival, tra fronde e fiori. Appena sbrigato un affaruccio letterario col signor Buloz, direttore della Revue des Deux Mondes, Enrico Heine vi andò, e si presentò alla sorridente principessa con un'aria compassionevole di scimunito.
— Che cosa avete, Heine, — gli domanda la principessa, — che avete quell'aria d'imbecille?
E il poeta:
— Vengo adesso da una conversazione con Buloz. Ci siamo scambiate le idee.
Come gli uccelli canzonatori delle foreste d'America, di cui parla Carlo Darwin in un suo libro, Enrico Heine canzonava anche in campagna il prossimo suo. Un giorno, il malore l'avea ridotto al punto che non potea nemmeno aprire la bocca. Il medico gli disse:
— Potete almeno fischiare?
E il poeta con un fil di voce:
— Neanche una commedia di Scribe!