Come mai da quell'uomo impulsivo, infiammabile, rozzo, era nato l'uomo più grave, più riflessivo e più nobile?... Francesco Mignet era il più misurato degli scrittori meridionali. Il suo pensiero, che pur si dilettava d'ampie generalità, pericolose per chi vuol conquistare il vero esatto, splendeva d'una luce limpida, ma fredda. La riflessione andava congiunta in lui alla rettitudine. Egli era l'uomo equilibrato per eccellenza, era un savio; e appunto perchè tale, conquistò la Belgiojoso, la quale, nel turbinìo delle cospirazioni, s'era incontrata in tanti spiriti esaltati. Le donne più fredde in apparenza suscitano le nostre più calde passioni: e così avviene degli uomini. L'acqua tranquilla è la più profonda. Le calme c'est Dieu, diceva un'amica della Belgiojoso, Giorgio Sand, che se ne intendeva.

Francesco Mignet, non ostante l'origine popolana, sembrava nell'aspetto un gentiluomo sceso da un castello. Alto, di forme elette, dal nobile volto sbarbato e coronato di capelli biondi arricciati; piccola e delicata la mano, che accompagnava le parole con gesto elegante. Egli sapeva parlare, ma sapeva (virtù più difficile) anche ascoltare; sapeva esprimere ponderate induzioni su questioni storiche e politiche coi sapienti della Sorbona, ma sapeva pur sorridere con grazia alle dame; e allora i suoi vivi occhi brillavano ancor più, i suoi denti splendevano del loro candore.

La principessa vide la prima volta il Mignet (come Alfredo de Musset) nel salotto del generale La Fayette. Anche il Mignet alimentava le idee liberali, e, un giorno, non parve molto diverso dal Thiers, il suo intimo, fido amico; amico sin da' primi anni, e compagno di studii e d'ispirazioni, quando entrambi, lasciato il nativo mezzogiorno della Francia, andarono a dimorare a Parigi in due misere stanzuccie contigue, nell'oscuro, lurido “passaggio Montesquieu„, uno de' quartieri più popolari e più strepitanti della metropoli; e là, in alto, nella povertà più angusta, imbevuti d'idee liberali (essi si dicevano carbonari) scrivevano articoli pei giornali politici, studiavano insieme, sognavano insieme, inseparabili. E l'uno, il piccolo Thiers, vide i proprii sogni baliosi luminosamente sorpassati; conquistò la gloria di storico, la possanza di ministro, sbaragliò l'inferno della Comune, signoreggiò la Francia, divenne il capo della seconda Repubblica e il pacificatore della terra più agitata del mondo dopo le spaventose rovine del '70. L'altro, uomo più di penna che d'azione, raggiunse la fama, un seggio fra gl'immortali dell'Accademia (nientemeno che contro il re della lirica, Victor Hugo), e, conquista più superba e più difficile, s'ebbe il cuore della dama più ossequiata, più ammirata, più singolare del suo tempo, la Belgiojoso, che l'amico suo Thiers invano aveva adorata.

Le donne affrontano le più ardue questioni politiche e sociali; le affrontano con coraggio inaudito, spesso senza studii, senza preparazione; simili un po', in questo, a certi giornalisti pe' quali è scusa la fretta febbrile con cui devono sostenere l'ufficio di buttafuori per il pubblico. Le donne hanno, naturalmente, la passione delle idee; e la principessa Belgiojoso l'aveva in sommo grado, affrontando difficoltà intellettuali che spaventavano altri. Col Thiers, col Thierry, col Cousin, col Tommaseo, col Mamiani, col Gioberti, col Massari.... ell'amava discutere di politica, di filosofia; ma, sopratutto, amava conversare e discutere col Mignet. Così, una comunione intellettuale andò tessendo, fin dalle prime, le dolci fila fra que' due spiriti forti; e il Mignet, che possedeva la scienza di penetrare bene addentro nell'anima femminile, di attrarla colla frase persuasiva, non tardò a spiegare un fascino particolare sulla Belgiojoso; e ne divenne il fido e dolce signore, la cui memoria (è bene ripeterlo) ella serbò attraverso a peripezie d'ogni specie, sino all'ultimo sospiro, in un angolo inviolato del cuore. Le vicende politiche, la forza delle circostanze divisero la Belgiojoso dallo storico di Carlo V, di Maria Stuarda, della Rivoluzione francese: ma i due amici si ricordarono sempre.... anche senza scriversi. Sono tanto inutili spesso le lettere, e tanto bugiarde!...

Nel 1883, un diplomatico, il signor d'Ideville, (che avea soggiornato qualche tempo in Italia), fece visita al Mignet vecchio. I due uomini parlarono dell'Italia riguardo al Journal d'un diplomate en Italie; libro del signor d'Ideville, che avea sollevato clamori e scandali per certi racconti di Corte.... “Un nome sopra tutti (riferisce l'Ideville) ferì Mignet nell'intimo; il nome della principessa Belgiojoso. Evocato da me, quel nome risvegliò nel vegliardo i più cari ricordi. Io gli parlai della principessa con calore; eppure il mio entusiasmo fu presto sorpassato dal vecchio amico della “grande Italiana„ che s'intrattenne intorno a lei con fuoco e con soddisfazione non dissimulata.„[68] Dal Mignet, la Belgiojoso ebbe un bambino, che morì presto.


Ad un altro francese storiografo illustre, la principessa consacrò culto delicatissimo, ma culto di indole diversa: al povero cieco Agostino Thierry. Eppure nessuno dei biografi francesi di questo grande ricorda quanto Cristina di Belgiojoso operò spontanea per alleviargli la crudele sventura.

Guizot, Michelet e Thierry, ecco una triade che al tempo di cui parliamo, rappresenta tre fasi degli studii storici. Guizot svolge le questioni delle idee astratte e delle istituzioni politiche; Michelet quelle degli uomini concreti; Thierry quelle delle masse. Guizot sviluppa i progressi delle idee donde sorgono tutte le civiltà umane; Michelet si consacra a dipingere le aspirazioni, i dubbii, le lotte, le vittorie degli uomini; Thierry scopre l'importanza delle conquiste, della fusione delle razze, della nascita e dei progressi dei Comuni, questa culla della libertà moderna. A Guizot il problema dell'incivilimento; a Michelet quello degli uomini inciviliti; a Thierry il problema delle razze civilizzatrici.

Il Thierry, capo della scuola descrittiva, è l'artista vero della storia, che per lui è un grandioso spettacolo e (come per Cicerone) è una lezione eterna. Certo, l'immaginazione, bellissima, folle fata, s'infiltra qualche volta nel tempio austero della verità; certo, questo ammaliante drammaturgo della storia viene, e non da oggi solo, dardeggiato dalla critica.[69] Certo chi segue il metodo rigorosamente sperimentale d'oggi trova da ridire; ma chi fra i critici dei granelli di sabbia pesati sulla bilancia della pedanteria, può imitare quel drammaturgo della storia, quel coloritore?

Terenzio Mamiani nel suo Parigi or fa cinquant'anni, pubblicato nella Nuova Antologia del 1881, lasciò queste assennate parole: