“Fu detto, io credo, con giusta appropriazione che se Walter Scott introduceva nel romanzo la Storia, Agostino Thierry à in questa introdotto qualche po' di romanzo. Nella letteratura la meschianza dei generi torna pericolosa; e guardata nelle sue viscere è falsa e dannevole. Lusinga il volgo per la novità come qualunque ibridismo di piante allegra l'occhio del giardiniere; ma i fiori o non ispuntano, o poco olezzano, o perdono la veste nuova ripigliando ostinatamente l'antica. Pure, comunque si pensi di ciò, giustizia vuole che il Thierry venga salutato padre incolpevole di plebe corrotta.„

Il Thierry prese le mosse da Saint-Simon, suo maestro, ma, ben presto, si librò a libero volo in un cielo suo. L'Histoire de la conquête de l'Angleterre par les Normands, apparsa nel 1825, è storia ed epopea insieme. E che dire dei Récits des temps mérovingiens, di quei due fitti volumi che cominciano dalla primitiva costituzione della monarchia francese e finiscono col dolore materno di Fredegonda?... E che dire delle Lettres sur l'histoire de France, commiste di critica e di narrazione; narrazione animata come una scena, limpida come un cristallo?... Tutte le pagine di Agostino Thierry attestano lunghe ricerche e un'anima di poeta che intuisce, che scopre dove gli altri non iscoprono.... Ei non vendette la penna a nessun sovrano, a nessun ministro, a nessuna fazione politica, a nessun capriccio della moda: la consacrò alla letteratura.

Anche allora che la sventura lo colpì (nel 1826 divenne cieco e paralitico) non piegò l'animo alto e sereno. Sembran quelle d'un venerando sacerdote d'antica dea le parole ch'egli scrive nella prefazione dei Dix ans d'études historiques; parole che i giovani devono scolpir bene nel cuore:

“Aveugle et souffrant sans espoir et presque sans relâche, je puis rendre ce témoignage qui, de ma part, ne sera pas suspect: il y a au monde quelque chose qui vaut mieux que les puissances matérielles, mieux que la fortune, mieux que la santé même: c'est le dévouement à la science.„

La principessa Belgiojoso, che comprendeva le grandi cose e i grandi caratteri, comprese il Thierry; e, nel 1844, quando il glorioso storico restò vedovo della diletta consorte, signora Querangal, che lo avea consolato nell'infortunio col lungo affetto e colla dolce devozione, volle togliere l'infelice uomo alle tristezze d'una gelida, amara solitudine, lui, infermo, lui cieco e paralitico: volle che Agostino Thierry andasse ad abitare in un bel chalet del suo giardino nella rue du Montparnasse presso di lei; là, nella nuova dimora che la principessa avea comperato nel lasciare la palazzina di rue d'Anjou; e là il Thierry, questo Milton delle visioni storiche, il fulminato della sventura, visse gli ultimi anni in pace, circondato dalle cure affettuose d'una figlia di suo fratello Amedeo, pur egli a lui devoto, e storico anch'esso; confortato, sopratutti, dall'esule italiana.

Amici eletti visitavano Agostino Thierry,

Stuolo d'amici numerato e casto,

direbbe il Parini. Fra essi, il pittore di Paolo e di Francesca, Ary Scheffer, amico d'Italia nostra; Ary Scheffer che filosofeggiò più che non abbia dipinto, poichè debole è alquanto la tecnica sua, — ma come riesce nobile sempre, elevato!

La principessa Belgiojoso si trasformò in assidua infermiera, in suora di carità del venerando infermo; e non solo apprestava farmachi al corpo cadente, ma consolazioni all'anima.

“A me (scrive Terenzio Mamiani nel lavoro citato parlando d'Agostino Thierry) a me non fu dato d'avvicinarlo e ammirarlo nel suo corpo sano ed integro; bensì lo vidi assai volte in casa della Belgiojoso già cieco e paralitico di tutte le membra eccetto il capo e il torace; e mentre conveniva reggergli il braccio e la mano, perchè accostasse in un bicchiere un poco d'acqua alla bocca, la sua mente permaneva lucidissima e acuta come per lo passato; ed anzi di tutte le umane ricreazioni eragli rimasta sol quella di controvertere cose di scienza e di erudizione; salvo che quando la Belgiojoso, ospite sua generosa e infermiera amorevolissima, addrizzavagli alcuna parola affettuosa e impressa di maggiore pietà e dolcezza, scorrevano dalle chiuse palpebre di lui lacrime così abbondanti che ognuno rimanevane intenerito e angosciato, nè era facile di cogliere il modo di farle cessare.„