Voce ammaliante era quella del tenore Mario, bellissimo uomo. Giovanni dei marchesi De Candia, nato a Cagliari, ufficiale di Carlo Alberto, era fuggito in Francia per respirare libere aure. A Parigi, Emilio Belgiojoso, che amava il canto e cantava, lo incoraggiò all'arte; e il De Candia si diede alle scene col nome di Mario.
Eccellente patriota anche quel Mario!... Amico del Mazzini, apriva anch'egli la propria casa di Parigi agli emigrati italiani, e gareggiava coi principi Emilio e Cristina nel soccorrerli.
Piccolo di statura, l'autore di Roberto il Diavolo compariva nel salotto con un serafico sorriso, e facendo un profondo inchino alla principessa. Durante la conversazione, il maestro Meyerbeer stava zitto, solo esprimendo con esclamazioni ah! oh! calda ammirazione ad ogni frase, anche insignificante, che cadeva dalle labbra della dea. Egli aveva una terribil paura dei gatti. Di tratto in tratto, gettava qua e là spaventato gli sguardi, credendo di vederne spuntar qualcuno sulla soglia dell'uscio o sotto il pianoforte. Non andava a dormire, senza esaminare ansante sotto il letto, se mai vi fosse annidata qualcuna di quelle bestie, delle quali Teofilo Gautier andava pazzo a tal segno da tenerne una dozzina in casa, sulle poltrone e fra le rare porcellane; e l'autore di Mademoiselle Maupin descrisse il gatto, nello studio sul Baudelaire; le sue poche pagine squisite, scintillanti, vincono tutto il volume fisiologico che sulla domestica belva, pure cara al Petrarca, pubblicò il Rajberti di Monza. Enrico Heine e Gioachino Rossini andavano a gara (un duetto!) nel burlare, davanti alla principessa, il maestro Meyerbeer. Il Rossini diceva: “Oh, la mia piccola musica si eseguisce facilmente. È la grande ch'è difficile!„ E alludeva alla musica del Roberto.
Gioachino Rossini viveva giocondo, ma allora senza lussi. I suoi capolavori gli aveano fruttati pochissimi quattrini; e quando poteva riceverne dagli editori, n'era tutto beato: li riponeva in un ripostiglio, li teneva nascosti come un tesoro geloso. Fu sotto il secondo Impero che l'autore del Barbiere di Siviglia guadagnò fior di ricchezze. Egli era intimo amico, allora, del re delle finanze, il banchiere Rothschild, il quale gli diceva: “Caro maestro! Domani alla Borsa giuocate così e così, questo e questo....„ Il maestro s'affrettava a giuocare, naturalmente; e vinceva.
Ed ecco due pianisti di gran fama entrano nel salotto: Sigismondo Thalberg, ginevrino, e Teodoro Döhler, che, non ostante il cognome tedesco, vide la luce nella culla della melodia italiana: a Napoli. Il primo, ruvido, avido di denaro; il secondo, gentile, avido di sorrisi principeschi.
Il Thalberg componeva variazioni e fantasie su una folla di opere; fantasie e variazioni complicate, di pessimo gusto, che stanno all'arte come i giuochi d'un acrobata alle carole d'una Elssler. Le sue mani correan rapidissime sui tasti come lucertole sulle pietre. Il Döhler era più geniale: suonava perlato: un incanto di grazia. Sul ritmo delle sue scarpe inverniciate, ei passava di salotto in salotto, dove ripetea un proprio notturno preferito (quello in re bemolle) che godè gran voga.
Teodoro Döhler era stato un fanciullo prodigio. A tredici anni, le sue esecuzioni al pianoforte strappavano al teatro del Fondo di Napoli battimani fragorosi, urli d'ammirazione. Suo padre venne chiamato a Lucca per l'educazione di quei principi, e portò seco il piccolo Teodoro nell'artistica, silente città toscana, che pare un asilo di sognatori. Pochi mesi dopo, Teodoro seguì il duca a Vienna; e là, alla scuola di Carlo Czerny, allievo di Beethoven, maestro di Liszt, insuperabile nell'insegnamento della meccanica pianistica, stupì tutti: — a soli diecisette anni, venne nominato pianista del duca di Lucca; e accompagnò il principe nelle peregrinazioni per l'Europa, componendo fantasie sulla Norma, su Zampa, sul Roberto il Diavolo, opera, quest'ultima, ricca di colore, ma troppo lunga (non è vero?) trattandosi del diavolo, che ama far le cose presto!... In un giro artistico in Germania, le bionde Margherite restarono rapite al delicatissimo tocco di quel Faust del piano; ma fu a Parigi, e precisamente nel salotto della Belgiojoso, ch'egli venne consacrato maestro.
I buongustai, non ostante la presenza del Thalberg (detto da madame de Girardin “il re„) preferivano il Döhler quale esecutore al pianoforte. Le maniere del giovane pianista, imparate a Corte, così diverse da quelle di tanti altri artisti alla moda, incliti villani, piacquero anche alla gran dama milanese, certo più del talento delizioso. Le loro conversazioni alla sera si protraevano, destando inutili gelosie in Enrico Heine, che attanagliava il preferito con acerbi motti e risate. Tanto preferito, che la dama ne accolse il bacio fecondo....
Un giorno, Teodoro Döhler si congeda dalla principessa e da Parigi: e vola oltre la Manica ad altre conquiste, ad altre incoronazioni. Poi passa fra i mulini dell'Olanda e fra le slitte della Russia. Le sue mani s'aprono orizzontali sul cembalo, e solo colle dita ricurve toccano i tasti. Ma una principessa russa, Tschermeteff, vuole quelle mani per lei sola; vuole stringerle davanti all'altare. Ella porta una ricca fortuna al maestro, che ritorna colla sposa sotto il nativo cielo d'Italia; ma una malattia di languore lo assale, lo consuma, e lo spegne il 21 febbrajo 1856.