Sui leggii dei pianoforti, si trovano ancora alcuni pezzi del Döhler, ne' quali risplende la grazia ch'egli sfoggiava nell'eseguirli. I suoi Lieder essendo imitazioni delle melodie dello Schubert, subirono, invece, la sorte di tutte le imitazioni di questo mondo. Enrico Heine lasciò in Lutezia questo ricordo del Döhler: “Comme le plus grand d'entre les petits, nous nommerons ici Théodore Döhler.„


Tempeste, turbini, come gli uragani delle sue lande ungariche, sollevava Francesco Liszt sul cembalo; e le sue mani ossute e adunche come quelle d'un vecchio avaro volavano fulminee sui tasti, e la sua lunga chioma apollinea svolazzava, e tutta la sua magra persona vibrava, agitavasi, e l'aria tremava.

Un altro glorioso straniero, un altro amico della Belgiojoso, un polacco, Chopin, sedeva al piano.... Altra musica la sua! Musica dolente. Nella melanconia di quelle note profonde, sembra che gema l'anima della Polonia. La principessa ammirava grandemente Chopin, anche perchè le rappresentava una terra sorella all'Italia nelle sventure e nelle speranze. Parecchi esuli polacchi si univano cogli esuli italiani nel salotto della Belgiojoso a Parigi; e anche per essi era pronta la borsa della generosa gentildonna.

Ai primi del 1834, la principessa polacca Czartoriska, nata principessa Sapieha, commossa alle lagrimevoli miserie di tante famiglie polacche rifugiatesi in Francia, avea fondata a Parigi una società di beneficenza, tutta di signore; e, nella schiera, brillava primo il nome della principessa Belgiojoso, accanto a quello della signora di Lamartine, moglie del poeta, e al nome della contessa di Montijo, madre di colei che divenne imperatrice di Francia. E balli, e concerti, e fiere.... tutto veniva allora escogitato per accrescere i sussidii; e a quei balli, a quei concerti pubblici, a quelle fiere di beneficenza, la principessa lombarda emergeva per la singolarità della bellezza e degli abbigliamenti, scelti e adatti all'occasione.

Gli esuli polacchi, come gli esuli italiani, portavano in cuore l'immagine sacra della patria; se non chè, fra gl'italiani non iscoppiavan mai le discordie feroci, che spesso obbligavano i fratelli della Polonia a metter mano alla spada e lanciarsi a duelli fra loro.[72] Superfluo è il rammentare che, nel glorioso 29 novembre del 1830, i Polacchi si sollevarono contro la tirannia moscovita: superfluo il ricordare le lotte dei Polacchi contro le decuple forze dei Russi, lotte che durarono fino al settembre dell'anno dopo: i nomi del Chlopiçki, del Czartoryiski, dello Skrzyneçki, del Dembinski, splendono a caratteri d'oro nella storia degli eroi. La terra polonese fu seminata di cadaveri dal vincitore feroce; e fu allora che la terza colonna polacca potè attraversare la Germania e arrivare in Francia, a Parigi: altri Polacchi esularono nel Belgio, nell'Inghilterra, nella Germania, nella Svizzera; fu un lungo esodo di superstiti esacerbati, mestissimi, che si sparsero per l'Europa a mostrare di quali ingiustizie nefande era capace il despotismo della Santa Alleanza. Ma a Parigi, dove nel 1830 era stato lanciato il grido della rivolta e l'appello all'emancipazione dei popoli oppressi; a Parigi, dove si preparavano le nuove rivendicazioni, i Polacchi, più che altrove, trovarono larga eco alle loro aspirazioni di libertà; il popolo stesso li acclamava. Tutta una ricca letteratura cosmopolita sorse allora a favore della Polonia; letteratura segnatamente poetica, che durò lunghi anni, e tenne deste le sacrosante ragioni di quel popolo degno d'augusti destini.


Nessuna donna allora a Parigi, — neppur la classica tragica Rachel — vide curvarsi dinanzi tante fronti di pensatori, di poeti, d'artisti, come la Belgiojoso; ed era omaggio reso a lei e all'Italia, ch'ella rappresentava nel centro della civiltà europea colla magnificenza delle gentildonne del Rinascimento, coll'attraenza della donna liberale moderna.

Anche tre pittori francesi di grido andavano nel salotto della Belgiojoso, dove tutte le arti belle aveano altare: il pittore Gérard, Enrico Lehmann, e il Delacroix, che finì col detestar la Belgiojoso. Il Delacroix non era entusiasta, come altri, della pallida bellezza della principessa; eppure era romantico e amava i chiari di luna. Il solo sorriso della principessa gli rendeva il sentimento d'un essere vivente: almeno ei diceva così.

Madame Jaubert racconta ne' Souvenirs che la principessa lo avea invitato una volta a pranzo a Port-Marly, dove ella avea preso in affitto una villetta graziosa. Il Delacroix entra pian piano nella sala mentre la principessa, animatissima, questiona con Giacomo Alessandro Bixio, di Chiavari, uomo politico e semi-letterato, fratello di Nino Bixio, l'eroe garibaldino dei Mille.