Anche lo Chateaubriand rendeva omaggio alla Belgiojoso. Nei Mémoires d'outre-tombe, egli la ricorda.[75] Così le rendeva omaggio Carlo Agostino Sainte-Beuve; così il Quinet; così il Cousin.

Tocca ora un posto d'onore a un poeta grandemente stimato dalla principessa e da tutti i più chiari esuli italiani: il poeta Augusto Brizeux, traduttore della Divina Commedia. Il Mamiani scriveva di lui da Parigi al direttore dell'Antologia di Firenze, il prezioso Vieusseux: “È raro modello alla patria sua, di gusto purissimo ed elegante, e d'una soavità e naturalezza veramente antica; autore del bellissimo poema Marie e di una versione di Dante, quella che insino a qui è meglio riuscita in Francia a far sentire l'originalità e la profondità dell'Omero italiano.„[76]

E Augusto Barbier, al quale Terenzio Mamiani dedica gl'Inni sacri?... Il Mamiani ama anche il poeta dei Jambes: lo ama per “l'affetto grande che porta alla nostra Italia e per la compassione sincera che mostra delle sventure di lei„.[77]

Ma altri poeti venivan presentati alla principessa, del cui carattere italianissimo e del cui salotto di Parigi ben giustamente rileva l'alto valore l'Hanotaux nel libro su Henri Martin, — altro francese, questo, amico d'Italia nei lieti e, più, nei tristi giorni. “Elle fut avec plus de flamme ce que M.me du Deffand avait étè, au XVIIIe siècle, avec plus d'esprit; et vingt ans plus tôt, M.me Récamier, avec plus de majesté: elle fut un centre.... Personne ne fit plus qu'elle, en France, pour la propagation de l'idée italienne. Elle lui consacra sa vie, sa fortune, son cœur.„

Ah, la patria lontana, della quale la principessa avea illustri campioni sì vicini, come un Mamiani, un Rossini, un Bellini, un Gioberti, un Michele Amari! È lo storico, quest'ultimo, dei Vespri Siciliani, che preludiavano ad altri vespri; profugo dal regno borbonico delle Due Sicilie; modesto nella sua dottrina. Di tratto in tratto, l'Amari visitava la principessa; onde a un amico ei scriveva da Parigi: “Per lo più passo qualche ora dal marchese Arconati milanese, la cui moglie è molto istruita, da M. Thierry, che mi vuol bene, e dalla principessa Belgiojoso ch'è simpatica sempre!„[78]

Agli occhi della Belgiojoso, l'Italia era rappresentata da un'altra figura, che non si mescolava colla folla del salotto; che di rado andava a visitare Cristina Belgiojoso, ma l'apprezzava; un singolare ingegno, che dovea tragicamente finire sotto il pugnale della canaglia: Pellegrino Rossi.

Nella storia italiana del Quarantotto, questo nome purissimo è cinto dall'orrenda macchia d'un delitto; nella storia degli ordini liberi, risplende di luce perpetua. Il suo volto parea quello d'un'erma greca, tanto fini si disegnavano i lineamenti, e così placido, fortemente placido, era l'aspetto. Il Rossi, che lasciò ai posteri il Trattato di diritto penale; che fondò col Guizot la scuola politica dottrinaria, titolo poi falsato e significante la malattia, la degenerazione d'un sano concetto; il Rossi, che fondò col Sismondi, col Bellot, con Stefano Dumont, gli Annales de législation et de jurisprudence, ne' quali scolpisce, come nel porfido, la teoria dei “principii dirigenti„ per l'interpretazione delle leggi.... quel Rossi nato a dirigere popoli e stati, poichè avea sortito da natura tempra di statista, era poeta, e amava i romantici. Presso Ginevra, dove, esule volontario, s'era rifugiato in una piccola campagna, Pellegrino Rossi si alimentò della poesia funerea e grandiosa del Byron, poesia che sembra l'addio supremo a un mondo di rovine. Due erano i poeti degli esuli: Dante, il “ghibellin fuggiasco„, e Giorgio Byron, l'errante bardo, che a Milano, fra gli uomini del Conciliatore, si svelò carbonaro, e che oro, vita e canto immortale offerse all'indipendenza della Grecia. Quanti lampi del Byron balenano sulla prosa dello stesso Mazzini!... Non parliamo poi delle pagine di Carlo Bini e del Guerrazzi.

A Ginevra, Pellegrino Rossi venne da liberi suoi ammiratori innalzato alla cattedra di diritto romano: era la prima volta che, dopo trecento anni, fosse aperta a un cattolico l'Accademia di Calvino. Ma le continue malevolenze dei piccoli che addentano i piedi dei grandi, finirono coll'infastidire quel grande; e poichè al Collegio di Francia per la morte di Giambattista Say era rimasta vacante la cattedra di economia politica, il Rossi vi concorse, e, nel 1833, ecco egli parla autorevole da quella cattedra. E poco dopo, egli, benchè italiano, insegna diritto costituzionale alla gioventù francese; il che solleva scandalo, tempeste nella scuola; ma egli, impassibile, gira lo sguardo penetrante sulle teste agitate; e il suo tumultuoso uditorio lo applaude appena può intenderlo. Così il Mignet stesso rammenta nelle Notices et portraits; il Mignet che, al pari del Guizot, incontrava talvolta il Rossi presso la Belgiojoso nelle ore riserbate ai più eletti.[79]

Pellegrino Rossi parlava il francese dei classici francesi; precisamente come lo parlava la principessa Belgiojoso; la quale mai sarebbe discesa alle vivaci monellerie di Gyp!... Pellegrino Rossi “était un improvisateur concis et un démonstrateur élégant„, notava il Mignet. Ma erano tutti così quei grandi maestri italiani, che continuavano la tradizione latina, per la quale il vero non esclude il bello, la scienza non esclude l'arte!

Eppure, non ostante il genio, la dottrina e il coraggio contro la sventura, gl'italiani erano malmenati a Parigi; i poveri italiani, che solo anelavano alla liberazione della patria. Sulla fine del 1833, lo Scribe nella commedia Bertrand et Raton, e Hugo nella Marie Tudor, offesero gl'Italiani. Nel II atto di Marie Tudor, la regina infuriata contro l'italiano Fabiani, grida: