Oh! je devais le savoir d'avance: on ne peut tirer autre chose de la poche d'un Italien qu'un stylet, et de l'ame d'un Italien que la trahison.

E trascinando il Fabiani, urla:

Le poison! Le poignard! que dis-tu là, Italien? La vengeance traître, la vengeance honteuse, la vengeance comme dans ton pays!

Gli esuli nostri s'indignarono. I romagnoli Federico Pescantini e Angelo Frignani, direttori della rivista L'Esule, fondata nel 1832 dagli esuli nostri, a Parigi, e che usciva anche in francese (L'Exilé), inviarono allo Scribe e a Vittor Hugo una protesta. Il Pescantini mandò il milanese Marco Aurelio Marliani a Vittor Hugo, per chiedergli riparazione dell'oltraggio. Vittor Hugo rilasciò al Marliani una dichiarazione di simpatia per la Nazione italiana, la quale “presque toujours a eu en Europe l'initiative de la civilisation.„ E aggiungeva che i detti di Maria Tudor eran quelli d'“une femme aveugle et passionée„ — d'“une reine furieuse„ non già di lui, Vittor Hugo. Il Marliani e il Pescantini pubblicarono la lettera nell'Esule, e ne mandarono a tutt'i giornali di Parigi un “comunicato„; ma soltanto due o tre giornali la pubblicarono. Quel Frignani avea avuta avventurosa la vita. “Stette sedici mesi imprigionato, si finse pazzo, andò all'ospedale, ebbe permissione d'uscire per la città: fuggì domestico d'un maestro di scuola, che si spacciava conte e reggente dell'Università di Bastia„.[80]

Un altro dramma di Vittor Hugo, Lucrèce Borgia, pure scritto nel 1833, rappresentava l'Italia dei delitti. Un profugo milanese, amico dei Belgiojoso, il fulmineo barone Carlo Bellerio (un barone repubblicano incrollabile) fratello della dolce Giuditta Sidoli, la più intima amica del Mazzini, mandò due altri esuli, il Marliani e certo Valentini, a chiedere una riparazione a Vittor Hugo. Il poeta rilasciò subito, anche allora, uno scritto ch'esprimeva le sue candide intenzioni; i due amici lo portarono ai giornali; ma nessuno lo volle pubblicare, come lo ricordava il grande patriota-cospiratore modenese Nicola Fabrizi, esule anch'egli a Parigi.[81]


Una sera, in casa della Belgiojoso andò anche il futuro grande ministro di Vittorio Emanuele II, Camillo Cavour; e s'imbattè in una serata curiosa, nella quale la Belgiojoso, avida di esplorare ogni misterioso fenomeno, stava fra le tenebre intenta con alcuni amici ai picchi spiritici d'un tavolino.... Strano quell'ingresso del conte Cavour nella sala tenebrosa della principessa cospiratrice! Levata dal tavolino la catena medianica delle mani, e ricomparsa alfine la luce delle lampade, si vide sul canapè un giovane signore milanese profondamente addormentato. Era don Carlo D'Adda, il fiero gentiluomo tutto intenti pratici, il quale, annoiandosi nelle lunghe attese delle rivelazioni dell'altro mondo, avea pensato bene di schiacciarvi su un sonno filosofico. Il conte di Cavour, invece, mostrava d'interessarsi agli arcani esperimenti. Egli stesso, nel suo Diario, riferisce d'una seduta magnetica, presso la Belgiojoso a Parigi, nel febbrajo del 1843; nella qual seduta, una sonnambula giocò una partita di carte avendo gli occhi bendati....[82] “Ma non mi ci coglieranno più,„ soggiunse.


E quale altro italiano dall'anima accesa comparisce nel salotto della Belgiojoso?... Un improvvisatore dalle folte chiome alla Nazzarena, dall'ampia fronte e dalla voce sonora: Giuseppe Regaldi. Egli s'avanza e improvvisa sull'Italia; e gli astanti, fra i quali Victor Hugo, rimangono ammirati a quell'onda impetuosa di versi. Victor Hugo gli dice: “Vous avez l'âme et vous avez la voix: courage, poète!„ E il vagabondo errò da Milano a Costantinopoli, da Atene a Parigi, dall'Egitto alla Nubia. Anch'egli faceva amare il nome d'Italia: ne pareva la voce ispirata.

Il salotto della Belgiojoso a Parigi era cosmopolita, come la metropoli dove raggiava. Ma su un'ara ideale, una gran fiamma vi ardeva continua, alimentata da quella superba Vestale vigilantissima: la fiamma dell'idea dell'indipendenza italiana. Maria Amelia, consorte di Luigi Filippo, non volle ricevere la Belgiojoso, che ne rise. Così ella rise di Paride Zajotti e del processo che costui le aveva imbastito a Milano; processo troncato da un comando dell'imperatore d'Austria. Così rise della burla tentata presso i Faraoni austriaci per farsi credere una buona suddita “ravveduta„.