Dinanzi alla candidatura della principessa, Madame de Girardin si sentì vinta, ma non doma; abbandonò furiosa la candidatura, e afferrò furiosa la penna, per deridere le idee delle due gemelle, Castellane e Ancelot. Guizzano le sue ironie in una delle appendici, che dal '36 al '48, ella, Madame de Girardin, scriveva nella Presse, sotto il titolo di Courrier de Paris. Le firmava con un pseudonimo nobiliare (s'intende!): Le Vicomte Charles de Launay; e vi profondeva agilità di stile, brio.... ed acido corrosivo. Anche oggi son piacevoli a leggersi quei “corrieri„, modelli d'un genere che si crede facile ed è difficilissimo. Tutta la vita parigina di quel periodo passa, trasvola nei rapidi feuilletons della celebre giornalista. Ecco: quello era il campo dove ella raccoglieva allori veridici; gli altri suoi erano allori di carta. Madame de Girardin compose, infatti, parecchie commedie; ma esse provano una volta di più che le donne sul teatro possono regnare come attrici, come cantanti, come ballerine, non come autrici.

Nel feuilleton del 23 marzo 1844, madame de Girardin s'occupa dell'Accademia femminile. Ella sostiene che un italiano ha più spirito d'un'italiana; uno spagnuolo ha più spirito d'una spagnuola; un russo ha più spirito d'una russa; un greco ha più spirito d'una greca; ma una francese ha più spirito d'un francese....; “car en France (soggiunge maligna), excepté les bas bleus, toutes les femmes ont de l'esprit.„[89]

E finisce con questa variante della favoletta d'Esopo sulla volpe e l'uva:

“Quant aux femmes célèbres, elles vous diront qu'elles ne rêvent nullement les dignités académiques; l'art pour elles n'est pas une profession, mais une religion: leur talent n'est pas un trésor qu'elles exploitent, comme les hommes, par intérêt et par orgueil: c'est un don du ciel, qu'elles cultivent avec amour et respect.„

Ma, non contenta d'assalire l'Accademia, assalì anche la principessa Belgiojoso.... colla penna de' proprii amici. Ed ecco tutto uno stillicidio di veleni da penne più e men note contro la Belgiojoso! Ecco lo stesso Teofilo Gautier, il poeta della bellezza, macchiarsi d'un cattivo ritratto della grande Italiana. Madame de Girardin, nella terza lettera della Croix de Berny, introdusse quel ritratto, che assicurò al volume un grossolano successo di scandalo. La Croix de Berny è composta di lettere firmate da Irène de Chateaudun (ch'è Madame de Girardin); da Raymond de Villiers (ch'è Jules Sandeau), da Roger de Monbert (ch'è Mery) e da Edgard de Meilhan (ch'è precisamente Théophile Gautier), amico e biografo della Girardin, a' cui piedi aveva deposto penna e discrezione.

Il Gautier, che avea beffato un giorno l'addobbo del salotto della principessa, con egual grazia e malignità leggiera cincischia la dama. Senza nominarla (la chiama soltanto la marquise) ne esalta la bellezza, le belle mani aristocratiche, il piede minuscolo; ma dice:

“Je fus reçu avec toutes sortes de tendresses, bourré de petits gâteaux, inondé de the, et assassiné de dissertations romantiques et transcendantes.„[90]

Doveva essere soddisfatta l'acre Girardin.... Ma nossignori! Ella attirò alla sua ignobile causa una dea della moda, la contessa Merlin, nel cui salotto la principessa Belgiojoso andava di tratto in tratto, non certo in omaggio a lei, arricchita col più infame commercio (quello degli schiavi), ma pei celebri artisti, che la circondavano divertendo se stessi e divertendo tutti. Madame Merlin, che dilettavasi a scrivere, nelle Lionnes de Paris pubblicate sotto falso nome, trasformò la principessa Belgiojoso in una spaventevole avventuriera criminale e demoniaca. Ma questo romanzo, come tutti gli sfoghi ignobili, ebbe voga fugace, e solo nel “petit monde boulevardier„ dei cattivi soggetti.[91]

Come ne rimasero Madame de Castellane e la principessa Belgiojoso?... Une vieille St.-Simonienne racconta così:

“Néanmoins, malgré tous ces mécomptes, M.me de Castellane continuait bravement à aller de l'avant. En vain M.me de Belgiojoso elle-même terrorisée par tant d'injures, refusait-elle son concours. M.me Ancelot, qui avait toujours été l'àme de l'entreprise, ne lui consacrait pas moins toutes ses énergies.„