A Moltrasio, sul lago di Como, cominciò a spargere beneficenze copiose. Si svegliava di buon mattino; indossava un accappatojo bianco, si scioglieva per le spalle i capelli e, a letto, apriva la corrispondenza ch'era formata quasi tutta di suppliche di sventurati per sussidii: rispondeva agli amici, a tutti; poi si riaddormentava. Specialmente nell'estate, molti amici di Parigi andavano a visitarla a Moltrasio; amici dai grandi nomi, ch'empievano gli orecchi di quegli abitanti come una fanfara imperiale. Nel luglio del 1878, la duchessa stava per recarsi a Parigi, che dopo la sua fuga ella non aveva più riveduta. Molti de' suoi accusatori erano morti; gli anni aveano versato la cenere sul fuoco delle ire; perchè non sarebbe stata accolta con pietosa indulgenza?... Suo fratello poi la amava sempre; ed ella s'era purificata nella carità; una carità silenziosa, inesausta, talvolta sublime.
La duchessa fu presa da malessere. Subito dopo, una malattia ai bronchi ostinata, divoratrice, la prese, la distrusse, — e, alle 13 e mezzo del 23 di quello stesso mese di luglio, nella sua villa di Moltrasio, la sventurata chiuse gli occhi per sempre, invocando fidente il perdono di Dio.
Oscuri servi furono testimonii all'atto di morte di colei ch'era stata la principessa di Wagram, la figlia di chi aveva unito il proprio nome al nome di Napoleone I. La salma venne chiusa in due casse: una delle quali di zinco con un vetro per lasciar scorgere le sembianze del cadavere. E, l'anno dopo, fu trasportata a Parigi dove venne seppellita nella cappella di famiglia.
Così, silenziosamente, quegli avanzi lasciavano il lago di Como che avea consumato una giovinezza, una riputazione, una vita. Così finì colei ch'era chiamata la duchessa di Moltrasio.
Il principe Emilio Belgiojoso era morto da vent'anni. La Villa Pliniana era stata intanto abitata, a intervalli, dalla principessa Cristina; e la villa della duchessa, che serbava le traccie della sua sorridente eleganza, venne smembrata in varie parti e venduta: un pezzo ne acquistò un farmacista, un altro un erbivendolo di Milano.... È l'agonia delle cose: gli Dei se ne vanno!
Una parola qui, ancora pel principe, è doverosa. Il principe Emilio Belgiojoso non si era dato pace, mai pace, dell'abbandono improvviso della duchessa. Dopo qualche dimora nella desolata Pliniana, fuggì, per distrarsi, dalla Lombardia, fuggì dall'Italia, e percorse l'Oriente. Ma l'Oriente non valse a rifare quella vita rovinata. La salute del principe volgeva di male in peggio. Alla spinite, si unì una forma di demenza che strappava le lagrime. Il povero gentiluomo languiva a Milano, in quell'avito palazzo Belgiojoso, dove avea date tante squisite feste musicali e di scherma, nelle quali egli emergeva, corteggiatissimo, per la bella voce e per l'arte sua di tiratore eccezionale, quando la scherma era sapiente privilegio di pochi.
Il 17 febbrajo del 1858 fu l'ultimo per l'infelice principe, il quale contava soli cinquantasette anni. Egli sparve, compianto, nella febbril vigilia della liberazione della sua Milano, quasi all'aurora dell'indipendenza d'Italia, per la quale avea, nella giovinezza, cospirato col sentimento, col denaro, col prestigio del nome; e noi abbiamo il dovere di onorarne con riconoscenza la memoria fra quella dei patrioti più coraggiosi e più geniali della prima ora.
Nella Gazzetta privilegiata di Milano del 20 febbrajo 1858, si leggevano le seguenti parole:
Questa mattina nella chiesa di San Fedele, furono celebrate le solenni esequie del Principe Emilio Belgiojoso Balbiano.