La principessa Cristina Belgiojoso occupa un soglio eminente anche nella storia del giornalismo. Ella possedeva un talento di prim'ordine per cogliere gli argomenti del giorno. I maestri dell'arte del giornale, — arte sì facile in apparenza, sì ardua in sostanza — possono riconoscere le attitudini preziose di lei, esaminando i periodici ch'ella lanciò a Parigi con patriottica audacia. Ella inspirava articoli, li coordinava, li correggeva.
Nel 1845, ella fonda a Parigi un giornale italiano, con intenti italiani, la Gazzetta Italiana; la fonda (chi lo crederebbe?) in mezzo a una tempesta che alcuni amici italiani le suscitano intorno. La principessa, Pier Silvestro Leopardi e Giuseppe Massari, formano il “Consiglio di redazione„ della Gazzetta, ch'esce dalla Rue du Marché St.-Honoré, 5, dove pure si tiene deposito di libri italiani. Certo Marino Falconi, entusiasta ammiratore della Belgiojoso, attende all'amministrazione e corrisponde coi libraj d'Italia per raccogliere “nuovi fondi„ al periodico e per diffonderlo; ma egli dà ombra al Massari e al Leopardi, che vorrebbero allontanarlo. Ed ecco, entra in scena Terenzio Mamiani:
“.... Il Mamiani (scrive il Falconi al Vieusseux a Firenze) interpellato da Leopardi di far parte del Consiglio, si ricusò dicendo: Non convenire a lui solo stare a fronte della Principessa, mentr'egli, Leopardi, e Massari, non erano che due accoliti di questa donna, e troppo ripugnava che un giornale politico unico e primo di tal fatta fosse diretto da una donna; — ch'egli volentieri entrerebbe a tal direzione, quando insieme con lui vi fossero uno o due nomi indipendenti da poterlo sostenere in caso di divergenza di opinioni fra lui e la Principessa. Tale franco parlare scosse Leopardi, che si vide compromesso e tacciato di accolito di una donna, e, tutto sgomento, egli dichiarò che nulla farebbe più di quello che sarebbe per fare Mamiani.„[95]
Così la culla della Gazzetta Italiana, come la culla di Ercole, era seminata di serpi!
La principessa rimase addolorata del contegno del Mamiani e di Pier Silvestro Leopardi. Essi le aveano portati, è vero, buoni articoli, ma in fondo ella sola sosteneva le spese della rivista; e, sola, avrebbe continuato. E così fece. Salutò i suoi oppositori, e si tenne seco il Falconi. Era allora l'ottobre del 1845.
“Messi alla porta dalla Principessa gli oppositori, nacquero per Parigi, nelle trattorie e nei caffè, mille pettegolezzi, vantando che non vi erano più collaboratori per la Gazzetta; che quest'era diventata un ornamento da donna; che non v'erano mezzi da continuare neppure una settimana, e mille piccolezze stomacanti. A tanti raggiri, rispondemmo con un silenzio ed un contegno stoico.„[96]
Così ancora il Falconi scrive al buon Vieusseux: il Falconi, che, come si vede, prendeva arie di filosofo!
Il giornale veniva intanto proibito a Torino, a Roma, a Milano, a Firenze.... E Gino Capponi se ne lamenta così col Vieusseux:
“Mi dispiace di quella Gazzetta alla quale pigliavo gusto, e ce lo pigliavano parecchi; ma tutti si aspettavano con ragione, che ce ne fosse per poco....„[97]
Con ragione, naturalmente; perchè la Gazzetta Italiana della Belgiojoso era la prima, che con Cesare Balbo, proclamasse che l'opera della liberazione d'Italia non dovea essere riservata esclusivamente alle popolazioni, ma che e popoli e principi italiani dovevano operare d'accordo. Le Speranze d'Italia, il libro dal bel titolo e dal bell'ideale, del conte Cesare Balbo (che, uscito a Parigi nel 1844, l'anno della eroica spedizione dei veneziani Bandiera e Moro in Calabria, fu squillo avvivatore) aveva nella Gazzetta Italiana un'alleata. Le sêtte segrete, le cospirazioni, care al Mazzini, parevano ormai alla principessa, come a Massimo d'Azeglio, ferri vecchi. La Belgiojoso s'era, nel frattempo, allontanata dai principii dell'agitatore genovese; ma ne aveva conservata l'amicizia, fino ad accogliere articoli di quella penna poetica; articoli che, per altro, non contrastavano coll'indirizzo del periodico; uno, ad esempio, sull'educazione degli italiani, base del risorgimento!...