In pochi mesi, la principessa avea versati ottomila franchi, e nuove spese occorrevano. Ella si trovò costretta a rivolgersi a' suoi amici d'Italia, e, all'uopo scese a Milano, partendo da Parigi il 19 dicembre di quell'anno 1845. Perchè non dovea approfittare, pe' suoi scopi patriottici, dell'amnistia che Ferdinando I aveva concesso ai “pregiudicati politici„ salendo, nel 1838, sul trono d'Austria?...

E qui, a Milano, avvenne allora un fatto incredibile. La polizia, che conosceva benissimo lo spirito d'infaticabile propaganda e il giornale ardito della principessa, non le diede ombra di molestia; la lasciò liberamente raccogliere sottoscrizioni per la Gazzetta Italiana!... Il Governatore voleva che l'inclita principessa lombarda, cara alle umili classi per le sue beneficenze, fosse rispettata e ripartisse per Parigi senza odiose impressioni sul dominio austriaco in Italia. Era una galanteria, e, nello stesso tempo, un atto diplomatico. Tanto, la Gazzetta Italiana a Milano non penetrava! Quel governatore era il conte Spaur, successo al conte Hartig.

“Sia lode eterna all'ottima principessa Belgiojoso (esclama il Falconi). Ecco come dovrebbero essere i ricchi! Essa ha preso a cuore la cosa, e, a Milano ha già venduto trentotto azioni (da 100 franchi l'una); e non si ferma lì. Se dieci soli in Italia così facessero, non vi sarebbe da sperare assai più?„[98]

Ma fuori di Milano, poco o nulla si raccolse; e il Falconi se ne disperò tanto da buttarsi.... al commercio dei formaggi! E qui vediamo la principessa nel suo Locate, dove semina benefiche istituzioni a pro delle classi sofferenti. Ed ecco un nuovo lato di quello spirito.


Un grosso, grave carrozzone, bianco di polvere, conduceva per una lunga strada maestra, fra estese praterie da Milano a Locate, Cristina Belgiojoso. Quando non v'era la ferrovia, bisognava rassegnarsi per forza a quel viaggio interminabile, salutati appena da qualche passero fuggitivo. Una malinconia di piani, d'aere, di tutto! Lo stesso verde assume un tono di noja infinita. I “ruscelletti dei piani lombardi„ non sono che una figura rettorica del Nabucco. Le risaje si distendono squallide e avvelenano l'aria. È ben raro che si trovi qualche casolare isolato. Bisognava proprio avere per meta un pajo d'occhi fatati come quelli della principessa per affrontare la via polverosa e interminabile. Solo, in alcune sere, sulle silenziose praterie, s'inarcano immensi padiglioni di fuoco: sono tramonti grandiosi e tragici; sono le passioni del cielo, come li definiva l'infelice Elisabetta, imperatrice d'Austria. E, sparita la gran luce, nell'azzurrina penombra le praterie fumano: sono nebbie, e si direbbero incensi che la terra eleva al cielo che si va stellando.

Locate, terra dei Trivulzio, nella Bassa Lombardia, è un grosso borgo industre, patria di latticinii insuperabili. La villa dei Trivulzio, questa reliquia feudale in mezzo a una fattoria agricola di carattere spiccatamente lombardo, partecipa anch'essa del carattere dell'ambiente: non ha alcun aspetto di maniero, nulla di monumentale. Sembra, all'esterno, una grandiosa cascina, che si estende per un centinajo di metri; ma conserva alcune terrecotte del Quattrocento, sospiro dei buongustai, il che le imprime un certo carattere, più degli stemmi dei Trivulzio dipinti a fresco sulle muraglie, con esagerati sfoggi di terre rosse, da qualche Raffaello di cattivo umore. Il letterato Achille Mauri, additava alla principessa quegli stemmi majuscoli, e le diceva:

— Principessa! Democrazia, non è vero?... e questi stemmi?

E il brioso conte Toffetti, alludendo alla desolante monotonìa della rasa campagna, domandava alla principessa nel suo inalterabile dialetto veneziano:

Principessa, come se divèrtela fra ste coline?...