99. Comincia dal clima. Clima dolcissimo e mitissimo. Con questi calori eccessivi del giugno, scrive Guarino, altrove si muore, qui invece par di essere in primavera. Di giorno serenità incantevole, di notte si possono contare le stelle. Qui raramente spirano venti impetuosi; sempre mossa e dolce è l'aria, che col suo susurro invita al sonno. Qui si vive lunga vita e questi vecchi contadini sono vegeti e robusti e nel pieno possesso delle loro facoltà mentali. E la sua posizione? deliziosa. Valli apriche, nè profonde, nè scoscese, coronate tutt'all'intorno da colline verdeggianti e fertili al pari della pianura. Qua oliveti, là vigneti, altrove prati vestiti di erbe e irrigati da numerosi e perenni ruscelletti e giù in basso l'Adige serpeggiante.
100. Passando alla villa, essa è piantata su un dolce pendìo, nè troppo alto da stancare chi ci voglia salire, nè troppo basso da impedire la vista di un ampio orizzonte. Di dietro e ai fianchi è circondata da colli in forma di anfiteatro, la facciata si apre davanti a una estesa pianura, traversata dall'Adige, e in fondo alla quale torreggia Verona. Questo l'esteriore della villa. L'interno offre buone stanze; ci è un portico, dove all'estate si respira l'aria fresca e all'inverno si gode un buon sole. Le finestre dànno alcune sui prati, altre sulla pianura, altre sul fiume. Davanti ci è un'aia e nell'aia un pozzo ricco di acqua.
101. Noi non vogliamo negar fede alla descrizione di Guarino; ma ci sorprende che essa sia fatta quasi tutta con le medesime frasi adoperate da Plinio nel descrivere la sua villa di Toscana. La corrispondenza delle descrizioni ci obbligherebbe ad ammettere la corrispondenza delle due ville; però io amo meglio credere che qui Guarino abbia sacrificato un poco la realtà della sua villa alla idealità di una descrizione foggiata su un modello classico come Plinio.
102. Alla villa non mancavano feste di famiglia e visite di amici, che andavano a godere la compagnia di Guarino; e Guarino stesso di là faceva qualche escursione, come quella verso l'ottobre sul lago di Garda, nella tenuta Brenzoni. Ivi restò una settimana e ricevette una profonda impressione di quei luoghi montuosi, che egli vide forse allora la prima volta. Ed è graziosa la scherzevole caricatura che egli ne fa al Brenzoni, confrontando il carattere selvaggio di quei monti col carattere mite della sua Valpolicella. Ma anche nella caricatura si sente che Guarino ha colto in sul vivo quella natura orrida; e qui non segue nessun modello classico. Tutto reminiscenze classiche è invece il carme a Lodovico Mercanti sul lago di Garda, dove però spirano sentimento vero i pochi versi che alludono alla parentela fra gli abitanti del lago e i Veronesi.
103. Da Valpolicella tiene vivo carteggio coi suoi scolari, ai quali raccomanda di ripassare le poche lezioni imparate, per non trovarsi poi a disagio nella ripresa del corso. E scherza con essi, come col distratto Pisoni, e impartisce savi consigli, come al Polentino e al Pellegrini, e non rifugge dal correggere gli spropositi di lingua latina, come a Lodovico Cavalli e a Giacomo Verità, ai quali spiega come in latino non si adoperi, parlando a una persona sola, il voi ma il tu. In tutte queste lettere ai suoi scolari tra i consigli savi e le parole affettuose campeggia però una preoccupazione: la preoccupazione della peste, sulla quale non si sapeano far prognostici e che intanto gli impediva di tenere aperto il corso. È chiaro che Guarino da quell'interruzione dubitava potergliene venir danno. Egli non avea nessuna nomina ufficiale e forse cercava di guadagnarsela con la simpatia e la stima, che gli avrebbe procacciato il corso privato. Per questa ragione desiderava affrettare il ritorno a Verona, che fu fissato per il 28 ottobre.
104. Il Maggi, che in tali faccende si mettea sempre alla testa, reduce da Riva di Trento, e lo Zendrata e altri aveano progettato una dimostrazione per il ritorno di Guarino e di sua moglie. Si erano sposati a Verona nel Natale del 1418; indi Guarino era ripartito solo per Venezia, dove stette fino a tutto il marzo del 1419. Non si erano ben ricongiunti a Verona, che scapparono a Valpolicella. Chi li avea veduti gli sposi novelli? chi li avea festeggiati? E Guarino, il famoso maestro vagante, che alla fine rientrava in patria, chi l'avea festeggiato, se dopo un mese poco più dovette interrompere le lezioni? Era dunque giustissimo che il ritorno suo in città fosse accolto con una ovazione. Guarino tentò tutti i mezzi per eludere, modesto e riservato come era, le pratiche degli amici; ma possiamo credere che gli amici abbiano vinto.
105. Rientrato in città Guarino sentì di trovarsi, come ho già detto, in una posizione incerta; e infatti al Lamola scrive esortandolo a tornare, chè per un anno almeno contava di fermarsi in Verona. E intanto si dà le mani attorno per aprire solennemente il suo corso scolastico 1419-1420 e domanda al Gualdo e al Barzizza Asconio Pediano e Quintiliano. Intendeva fare un corso di retorica. E la prima orazione inaugurale pronunciata in Verona prelude effettivamente a un corso di retorica. Se Guarino non ebbe motivi di mutare il tempo, fu pronunciata verso il Natale.
106. L'impressione prodotta nel pubblico deve essere stata favorevolissima, perchè il Consiglio di Verona nel seguente anno 1420, il dì 20 maggio, con 45 voti su 50 nominò Guarino insegnante di retorica per un quinquennio con lo stipendio annuo di 150 scudi. Gli fu imposto di leggere le Epistole e le Orazioni di Cicerone; nel resto gli si lasciava libera scelta. Così gli fu lasciata libertà anche di dar lezioni private e di riscuotere per esse emolumenti.
107. E fu bene che Verona si fosse assicurato Guarino per un quinquennio, giacchè in quell'anno stesso, non molti mesi dopo, sembra che lo rivolessero a Venezia e a Firenze. Certo un invito formale gli venne da Vicenza. L'anno seguente o al più tardi il 1422 lo invitò, e con buone condizioni, alla sua corte anche il principe Gianfrancesco Gonzaga di Mantova, prima che ci andasse Vittorino da Feltre. Ma Guarino ricusò sempre, adducendo a tutti la medesima ragione, che egli era impegnato con Verona, dove non insegnava tanto allettato dall'interesse quanto indotto dall'utile dei suoi concittadini e da carità di patria.
108. Verso la metà del settembre di quell'anno, 1420, passava per il territorio veronese Lodovico Migliorati signor di Fermo, mandato da Carlo Malatesta a dar soccorso al fratello Pandolfo, che era assediato in Brescia dal Carmagnola. Guarino in nome della sua città indirizzò una lettera al principe, pregandolo di risparmiare nel passaggio i poveri contadini e le terre.