188. La pubblicazione dell'Ermafrodito a Bologna nel gennaio del 1426, se pure non uscì qualche mese prima, fu uno degli avvenimenti più memorabili di quei tempi. Le poche voci, che in sul principio gridavano allo scandalo, rimasero coperte dal coro universale degli applausi, che partivano dagli umanisti spregiudicati, ammiratori della forma disinvolta e facile e avidi di quelle nudità pagane, che aveano gustate in Ovidio, negli epigrammi di Marziale, nei Priapei e un pochino anche in Catullo. L'opposizione grossa e pericolosa sorse più tardi, quando, calmato il primo entusiasmo, i minoriti dal pulpito ebbero agio di scagliar l'anatema sul sacrilego libello. E dico anche opposizione pericolosa, intendendo quella che fu mossa al Panormita dal partito milanese, capitanato dal frate Antonio da Rho; poichè quel partito aveva una certa autorità e presso il pubblico e nella corte e a furia di punzecchiare scosse la posizione del Panormita in Pavia.
189. L'araldo dell'Ermafrodito fu il Lamola, che lo spedì a Guarino ad insaputa dell'autore stesso, e poi andò a Roma a diffonderlo tra gli umanisti della corte pontificia, dove lo lessero subito il Loschi, il Poggio ed altri. Guarino, l'uomo dei severi costumi, il paladino del matrimonio, l'esatto osservatore delle pratiche cristiane, divorò quegli epigrammi, dove si predicava tutto il contrario di ciò che egli sentiva e professava, e ne fece propaganda a Verona. Il giudizio che ne diede nella lettera al Lamola è rimasto famoso, possiamo dire, quanto l'Ermafrodito stesso.
190. Egli ammira la dolcissima armonia del verso, la spontaneità della dicitura, la naturalezza della frase, la scorrevolezza del periodo. Ma il componimento è lascivetto e alquanto procace. «E che forse per questo si dovrà scemar lode all'ingegno del poeta? Apelle e gli altri pittori dipinsero nude certe parti del corpo che devono star celate: meritano perciò minor lode? Non ammireremo la valentia di un artista, anche quando ci ritragga al vero e maestrevolmente un verme, una biscia, un topo, uno scorpione, una rana, una mosca, che pur sono bestie poco simpatiche, anzi moleste? Io per parte mia lodo il poeta e applaudo al suo ingegno e mi diletto dei suoi motteggi, faccio buon viso alle piacevolezze e approvo quella petulanza, che sa di postribolo. Del resto io mi rido delle prediche di certi sciocchi, i quali non vedono salvezza all'infuori delle lagrime, dei digiuni, dei miserere e non sanno che altro è vivere altro è scrivere. Io do retta invece al mio illustre compatriota Catullo, che ne sa qualche cosa più di loro e che dice chiaro e tondo, come l'onestà e la decenza si deva cercare nel poeta e non nei versi, i quali anzi dilettano, quando siano un tantino lascivi e solleticanti. E Catullo era pagano. Prendete un cristiano, S. Girolamo, scrittore severissimo e casto e vedrete che anche egli adoperava frasi oscene, quali non adoprerebbe il più sfacciato libertino». Termina proclamando il Panormita, poeta siciliano, il redivivo Teocrito.
191. Da questo momento in poi si strinse tra il Panormita e Guarino un'amicizia che durò, meno qualche piccola musoneria, cordiale e inalterata. La corrispondenza tra i due umanisti si fece subito frequente e il Panormita mandava codici a Guarino, come un Erodoto e un Cornelio Celso. Di Celso pare sia stato il Panormita lo scopritore. Certo lo pubblicò Guarino per il primo nel 1426 e l'ebbe da Bologna per mezzo del Panormita e del Lamola. In ricambio Guarino fornì loro le notizie fresche fresche delle strepitose scoperte fatte da Niccolò da Cusa in Germania, tra le quali nientemeno che la Repubblica di Cicerone, che si risolse poi nel Somnium Scipionis. Niccolò da Cusa, il futuro cardinale, era più conosciuto allora come Niccolò da Treviri; aveva accompagnato, ventiquattrenne appena, nel 1425 in qualità di segretario il cardinale Orsini nella sua legazione di Germania e avea scoperto a Colonia un gran numero di codici: dicono ottocento.
192. Negli anni 1426-1428 con la società del Panormita a Bologna c'era oltre il Lamola anche Bartolomeo Guasco, altro scolaro e maestro girovago, che fece il mercante in Sicilia, poi il diplomatico, indi il professore e finalmente di nuovo il diplomatico e che conosceva gli umanisti bolognesi e fiorentini. Degli umanisti fiorentini parlò al Panormita il Barbaro, passato da Bologna nell'ottobre del 1426, di ritorno da Roma. In quell'occasione il Barbaro avea riconciliato a Firenze il Niccoli e il Bruni. Nel 1427 si trasferì da Venezia a Bologna la famiglia Tegliacci e con essa l'institutore Martino Rizzoni. Al Rizzoni Guarino volea far conoscere il Panormita, affinchè d'accordo gli procurassero un Prisciano, di cui era in possesso Alberto Zancari; ma a quell'ora il Panormita non stava più in Bologna, essendo partito per Firenze e Roma. Il commercio epistolare col Rizzoni è sempre frequente; egli teneva informato Guarino delle novità bolognesi e scambiava con lui notizie letterarie. Un bel giorno venne la malinconia al Rizzoni e volea farsi monaco. Guarino glie ne scrisse, non proprio dissuadendolo, ma dandogli a capire che ci pensasse bene e che prima passasse parola con lui.
193. Il Rizzoni si trovò a Bologna col Filelfo, che vi era arrivato sin dal febbraio 1428, passando per Ferrara, dove raccomandato da Guarino fece conoscenza di quei signori e letterati e vi lasciò tanto buona impressione, che nel 1429 lo invitarono ripetutamente a insegnare colà. L'anno 1428 egli ottenne un collocamento a Bologna, per il quale sin da Venezia aveva fatto premure presso Guarino. Quando Guarino seppe dal Rizzoni, che il Filelfo si era collocato a Bologna, se ne compiacque, ma gli rincrebbe che avesse accettato l'offerta per un solo semestre. Non gli sembrava nè decoroso, nè vantaggioso. Addebitava al Filelfo, pare, un po' troppo di fretta. «Con un collocamento così precario non guadagna nè il professore nè l'insegnamento». Ma il Filelfo aveva altre mire: egli mirava a Firenze che, partito l'Aurispa, ricco di codici ma piuttosto povero di scienza, scorgeva nell'ingegno vasto e poderoso del Filelfo un ottimo acquisto per il proprio Studio. E infatti nel 1429 il Filelfo andò professore a Firenze.
194. Più che mai intimi sono i legami di Guarino coi letterati e la corte di Ferrara. Guarino avea colà molti conoscenti, come Federico Spezia, Stefano e Lelio Tedeschi, Giovanni Coadi, i cavalieri Alberto della Sale e Feltrino Boiardo, Ugolino Elia, Niccolò Pirondoli, col quale ultimo scambiava semi di ortaglia e di piante. «Desidero come pegno di amicizia che le tue piante allignino qui da me, in modo che col loro fiorire e crescere fiorisca e cresca l'amor nostro e invecchiando verdeggi e verdeggiando invecchi. Consegnerai al latore della presente alcuni noccioli di pesche duracine, ma badiamo bene! di razza genuina e degni del donatore. Me li hai promessi e so dall'altra parte che sei esperto coltivatore. È giusto poi che come dai miei orti sono partiti semi e piante a colonizzare i tuoi, così ne partano dai tuoi a colonizzare i miei. In tal guisa le pesche venute qui dal suolo ferrarese potranno ripetere quella sentenza platonica (riferita da Cicerone): noi non siamo nate solo per noi, ma anche per la patria e per gli amici. E poichè tu sai ben coltivare i campi, devi anche imitarli (come dice nuovamente Cicerone) nel rendere che essi fanno il cento per uno. Vi aggiungerai anche dei semi di finocchio». Come si vede, due citazioni ciceroniane in proposito di semi.
195. Fra tutti i Ferraresi i più assidui corrispondenti sono Ugo Mazzolati e lo Zilioli. Il Mazzolati era intimo di Guarino sin da Venezia; ora le relazioni diventano più cordiali e il Mazzolati tiene informato il suo illustre amico veronese di ciò che avviene a Ferrara, come della nomina dello Zilioli a consigliere del principe e degli scandali a corte, p. e. la decapitazione della Parisina e la fuga di Meliaduce, figlio del marchese; lo mette in relazione coi letterati che capitano a Ferrara, come col Biondo, che alla fine del 1422 mandava per mezzo di lui a Verona il Brutus di Cicerone; gli invia qualche codice da emendare, come un Gellio, uno Svetonio; gli regala delle penne d'oca, di cui andava rinomata Ferrara, non fosse altro per indurlo a scrivere più spesso; gli fa presente di pesci delle paludi ferraresi per la quaresima. «I tuoi pesci, gli risponde Guarino, mi sono arrivati quali messaggeri della imminente quaresima e mi hanno avvertito che purtroppo i giorni della baldoria sono finiti e che bisogna mutar dieta e sistema di vita, pensando un poco anche all'anima e tenendosi a stecchetto col mangiare. Anzi a rendere gli onori di casa ai tuoi illustri messaggeri ho destinato della gente non meno illustre, p. e. un Cicerone, un Fabio, un Lucio, un Lentulo, un Macrobio, un Cornificio, così saranno in buona compagnia».
196. Ma venne il giorno funesto che troncò questo legame di gaia e schietta amicizia: nella prima metà del 1427 il Mazzolati morì. «Perdita per me gravissima, chè era egli onest'uomo e fedelissimo amico, il quale in me amava un figliolo, venerava un padre, rispettava un maestro e io ho perduto in lui un padre, un figlio, un discepolo. Mi conforta però che egli tal morì qual visse. E chi infatti visse, più retto, più liberale, più fedele del mio Ugo? Ci è da trarre un ammaestramento da questa morte: che noi dobbiamo trovarci pronti al fatal passo, poichè da un momento all'altro siamo esposti a perire. Il mio Ugo io lo amai vivo e lo amo morto».
197. L'altro grande amico ferrarese di Guarino era lo Zilioli, consigliere intimo del marchese d'Este fin dal 1422. Egli era sempre a fianco del signore, di cui Guarino lo chiama «il fido Acate». Nel 1426 mandò a scuola a Verona i due figli minori Paolo e Bonaventura. Il figlio maggiore Ziliolo studiava a Ferrara, dove si dottorò in legge nel 1427 insieme col suo fedel compagno Ugolino Elia, altro corrispondente di Guarino. I due figli minori arrivarono a Verona nel 1426. Fu loro dato per aio un Antonio da Orzinovi, chiamato il Bresciano, che prima era stato copista a Padova e di là nel 1424 andò a Verona da Guarino. Furono poi raccomandati specialmente alle cure della Taddea, e in tal modo fra la Taddea e le donne di casa Zilioli si strinsero legami d'affetto; e le Zilioli mandavano spesso regali alla famiglia Guarino. «Abbiamo per legge d'amicizia, scrive egli allo Zilioli, tutto in comune fra noi; mancava che mettessimo in comune i figli, che come per nascita sono tuoi, così per adozione saranno miei. Io li abituerò a vivere socraticamente, cioè con poco cibo e alla buona. Ma il meno che darò loro in cibo lo compenserò in tanta maggiore istruzione e dottrina, acciocchè te li restituisca più buoni e più dotti di quando me li hai affidati».