198. Fra gli amici di Guarino, che in questo periodo di tempo andarono a Ferrara o vi passarono, notiamo il bolognese Zancari e il Panormita, che visitarono Ferrara, questi nel principio del 1427, raccomandato e presentato da Guarino, quegli nel principio del 1428. Vi passò Mariotto Nori quando tornava nel 1426 a Firenze; vi passò il Filelfo nel febbraio del 1428, diretto a Bologna. Il Biondo vi passò almeno due volte: la prima nel decembre del 1422, la seconda nel principio del 1428. La seconda volta egli avea con sè la famiglia; pare perciò che vi si sia trattenuto a lungo. In questa occasione tanto il Biondo quanto lo Zilioli trattavano con Guarino per trovare un maestro a Meliaduce figlio del marchese. Lo Zilioli aveva suggerito una persona, ma Guarino ne lo sconsiglia con frasi risolute; non sappiamo a chi si alludesse. Piuttosto credo che Guarino abbia messo innanzi il nome dell'Aurispa e si combina infatti che l'Aurispa si stabilì in quel tempo a Ferrara e che appunto poco dopo fu nominato maestro di Meliaduce.

199. Tutta questa intimità e questi vincoli con Ferrara contribuirono non poco a trarvi colà Guarino. Mancava solo una occasione ed essa venne con la pestilenza. Guarino cercava un rifugio e gli fu offerto a Ferrara. Egli accettò; ma c'era in lui l'intenzione di abbandonare Verona? Probabilmente non avrebbe saputo dirlo nemmeno lui stesso. Di Verona egli non si poteva lagnare; vi era anzi amato e gli dispiaceva staccarsene. Senonchè una volta messo il piede in Ferrara, si trovò quasi senza volerlo attratto nell'orbita di quell'astro maggiore; e Verona rivide il suo Guarino come cittadino e come amico, non lo riebbe più come insegnante.

Guarino a Ferrara Primo quinquennio
(1430-1435)

200. Guarino giunse a Ferrara nell'aprile del 1429 e appena giunto meditava di ripartirne, perchè anche ivi si era manifestata la peste. Si rifugiò in un paese vicino, ad Argenta, nella casa di Luigi Morelli, insieme coi figlioletti dello Zilioli, col loro institutore Antonio Bresciano e con alcuni amici ferraresi. Nei primi giorni tutto camminò bene; ma verso la metà di giugno Argenta fu invasa con violenza dall'epidemia. Guarino senza indugio sparpagliò parecchi dei suoi domestici, mandandoli chi qua, chi là, ma non potè evitare che tre della sua casa fossero attaccati: il suo parente Giovanni d'Este, Paolo Zilioli e l'institutore Antonio. Antonio si salvò, ma Giovanni e Paolo rimasero vittime. Lo Zilioli ritirò subito in casa l'altro figlio, Bonaventura.

201. La morte di Paolo fu un grave colpo a Guarino, ai genitori, ad Antonio Bresciano, il quale fece di tutto per salvarlo e non se ne potea dar pace. Il più forte fu il padre; la madre ne rimase tanto desolata, che solo al veder persone che glie lo rammentassero dava in smanie. Così l'11 novembre Guarino andò a Porto, su quel di Ferrara, dove villeggiavano gli Zilioli per tenersi lontani dalla peste; procurò bensì di nascondere la sua venuta, ma ciononostante donna Zilioli lo seppe e questo bastò per rinnovarle l'acerba ferita. Il povero Guarino sentì profondo dolore di quella perdita. Lo chiamava il «suo Paolo». «Giovinetto di buona indole, d'ingegno, modesto, studioso e che facea concepire di sè le più belle speranze. Oh quanto giovamento mi aspettavo da lui per i miei figli!» Morì munito di tutti i conforti della religione ed ebbe un accompagnamento se non pomposo, che non lo permetteano le condizioni sanitarie, certo affettuoso.

202. Dopo la disgrazia di Paolo, Guarino cambiò di alloggio, andando ad abitare nella casa di Giacomo del Bando. Nella casa di Luigi Morelli, che fu chiusa, lasciò una parte delle masserizie e supellettili, le quali più tardi, nell'agosto, gli furono rubate da un monaco, che vi si era introdotto nonostante che fosse luogo infetto. Quid non mortalia pectora cogis, auri sacra fames, esclama Guarino nel raccontare le prodezze del frate, homo religiosus, paupertatis professor!

203. In sul principio di luglio si diffuse la falsa notizia della morte di Guarino. La notizia giunse anche a Pavia, dove la udì il Panormita da un prete venuto da Venezia, il quale l'aveva intesa colà da certi veronesi. Il Panormita non si può trattenere dallo scriverne all'Aurispa, che era in quel tempo a Ferrara, sfogando il proprio cordoglio per sì grave perdita e tessendo sincere e magnifiche lodi di Guarino, di cui esalta specialmente la modestia, i meriti letterari e la bella abitudine che aveva d'incoraggiare gli studiosi e gli amici. Conchiude eccitando l'Aurispa a comporre lui più degnamente l'elogio dell'illustre defunto.

204. Effettivamente la notizia si era sparsa in Verona, dove e amici e cittadini tutti lo piansero morto, esaltandone le virtù e i meriti. Quando lo Zendrata si accertò della falsità di quella voce, ne scrisse a Guarino, esponendogli quanto lutto avesse destato in Verona il triste annunzio e congratulandosi, perchè annunzio di morte falsa è presagio di vita lunga. Guarino lo ringraziò chiamandosi fortunato che a lui vivo fosse toccato di sentire le lodi che gli sarebbero state tributate dopo morto. Coglie nel medesimo tempo occasione di dire quant'egli ami la sua città nativa, con la quale, anche peregrinante per diverse terre in cerca di aria salubre, mantiene pur sempre affettuosa corrispondenza.

205. Così egli si ricorda al compare Damiano Borghi, ad Agostino Montagna, a Bartolomeo Brenzoni, al Maggi, agli Ottobelli, ai Fano. A Verona si erano ricoverati anche alcuni amici di fuori, quali Stefano Tedeschi e Tommaso Cambiatore, che stava allora traducendo in ottava rima l'Eneide.

206. Lo Zendrata visitò Guarino ad Argenta, di dove passò nell'agosto diretto a Forlì. Per mezzo di lui Guarino affittò la propria casa di Verona. Ivi abitava la madre e per la madre sola era troppo vasta. «Sarebbe opportuno prendere a pigione per lei la casetta di Antonio Verità, che stava di faccia; la sua si poteva affittare per un paio d'anni, chè tanti egli contava di rimaner fuori: così se ne sarebbe cavato un certo profitto». Raccomandava però allo Zendrata di trattar la faccenda con la madre molto delicatamente, sia per l'affetto che ella portava a quella casa, sia perchè le rincrescesse l'assenza del figlio da Verona.