207. Quando nemmeno ad Argenta si sentiva più sicuro per il diffondersi del contagio, pensò Guarino di mutar paese e si recò nel 27 settembre a S. Biagio a cercarvi un'abitazione e scelse quella di Paolo Rasponi; poscia vi andò con la famiglia. Ivi rimase sino al 21 decembre, nel qual giorno ritornò a Ferrara.
208. La vita di Guarino in questi ultimi mesi di fuga fu molto angustiata. In famiglia continue malattie e morti: morti di amici e malattie delle fantesche e dei bambini. Niccolò, l'ultimo nato, ammalò di vermi e poi di febbre per la dentizione, Agostino e Gregorio di febbre, Manuele di una caduta, poichè vivace com'era giocando cadde e si ruppe la nuca. A Guarino toccava far da balia. L'abitazione era ristrettissima. «Una sola camera serve da dormitorio, da cucina, da granaio, da portico, proprio come la povera gente che del medesimo abito si fa ora mantello, ora camicia, ora lenzuolo. Spesso i bicchieri, le pentole, i piatti, i codici si disputano il posto. Mi accade di stender la penna verso il calamaio e la intingo nella saliera, intanto che i ragazzi mi fanno intorno uno strepito d'inferno».
209. Uno dei pensieri che più affannavano Guarino era quello dell'imminente parto della moglie; ma s'ingannò nei calcoli, perchè il 9 ottobre comincia a vedere i segni del prossimo parto e nel 30 decembre la moglie non aveva ancora partorito. Come trovare la levatrice? A S. Biagio ce n'era una abbastanza brava, ma nemica giurata dell'acqua e troppo devota di S. Martino. E il giorno del parto che sarà di lui? Avrebbe dovuto abbandonare il letto, nè solo il letto, ma anche la stanza, poichè un'unica stanza avevano. Dove andare a dormire, se nel paese non c'erano alberghi? alcuni lo consigliavano a rifugiarsi in una stalla, che là starebbe caldo; egli invece preferiva di farsi amico l'oste, affinchè la notte del parto gli desse alloggio. Oh perchè non sono ostetrico io! esclama Guarino. Però, aggiunge, la moglie ha fatto un patto con me, di partorire di giorno, così i miei sonni non saranno turbati.
210. Tra i dispiaceri di Guarino vanno pure contate le disgrazie degli Zilioli, i quali formano ormai coi Guarini tutta una famiglia. E con lo Zilioli mettiamo insieme i suoi due generi: Niccolò Pirondoli e Ugolino Elia. A Giacomo Zilioli morì prima la madre Teodora e quindici giorni dopo il piccolo Paolo; al Pirondoli morì la moglie, figlia di Giacomo, a Ugolino il piccolo figlio Girolamo, nipote di Giacomo; senza parlare della malattia mortale di Giacomo stesso, felicemente curata dal medico Filippo Pelliccioni. E in mezzo a tutti questi colpi l'animo dello Zilioli si mantiene sempre imperterrito. Guarino gli scrive lettere meste per compiangere le sventure di lui ed egli risponde dandogli coraggio, sicchè Guarino deve più d'una volta esclamare: «ero venuto a consolarti e sono invece consolato». Nei primi di novembre Guarino cominciò a lavorare intorno all'elogio di donna Teodora, dal quale ricaviamo ch'ella visse 65 anni, che si maritò a 16 anni con un Zilioli ed ebbe da lui sette figli, di coi il primogenito fu il nostro Giacomo. Guarino attinse queste notizie dai due Zilioli, padre e figlio. Egli mette specialmente in rilievo la cura che donna Teodora aveva per i poveri.
211. Guarino fu visitato di quando in quando da quelli di casa Zilioli: nel luglio andò ad Argenta la contessa Pirondoli, moglie di Niccolò; nel settembre ad Argenta e nel novembre a S. Biagio Ziliolo Zilioli. Guarino fece una corsa a Porto per trovare Ugolino Elia. Giacomo Zilioli mutava anche egli paese per fuggire la peste; ma gli affari lo trattennero gran parte a Ferrara, dove Guarino gli raccomandava spesso amici e conoscenti, p. e. Guido da Bagnacavallo imputato di furto, il visconte di Argenta, calunniato malignamente di non aver assistito ai funerali di Paolo; Giacomo e Pietro del Bando, Biagio e Domenico de Martiis, don Antonio rettore di una chiesa di Argenta, Anna vedova di Luigi Morelli. «Tu ti seccherai di tante raccomandazioni, gli dice Guarino, ma la colpa è tua. Tu mi ami, mi stimi, la gente lo sa e corre da me, affinchè io interceda presso di te. Dall'altra parte a costoro io vado debitore di molti beneficii; quando e come potrei io ricambiarli? Ricambiali tu per me, giacchè essi mi hanno servito con la persuasione di servir te».
212. Tornato a Ferrara il 21 decembre si dà attorno a preparare il corso delle sue lezioni. Rimpatriare non gli sembra prudente, così nel cuor dell'inverno, coi bambini e con la moglie imminente a partorire. Dall'altro lato la gioventù ferrarese lo invitava ad aprire scuola a Ferrara. Non gli pare svantaggiosa la proposta e intende fare l'esperimento.
213. Fu alloggiato primieramente in casa dei fratelli Strozzi: Niccolò, Roberto, Lorenzo, Tito; dal 1437 in poi abitò casa propria, che era stata degli eredi Boiardi e gli fu pagata dal marchese.
214. Poco dopo l'arrivo a Ferrara la moglie gli partorì una bambina, Libera, che doveva essere tenuta a battesimo da Ziliolo Zilioli; ma siccome era a Roma per un'ambasceria, così lo sostituirono il padre e la moglie Caterina. Al battesimo assisteva anche il marchese Niccolò. Per tal modo gli crescevano i Guarinelli ed egli aveva il suo bel da fare ad attendere al loro allevamento e alla loro educazione. Girolamo il primogenito, sugli otto anni, già cominciava a scombiccherare qualche lettera, come nell'occasione che scrisse a Stefano Tedeschi, anche a nome dei fratellini, per ringraziarlo di alcuni doni loro mandati. I doni consistevano in formaggi, vino, vasellami; ma quello che più dilettava i Guarinelli erano certe saliere con figurine grottesche. Quelle figurine, quando essi si mettevano a tavola, erano fatte segno a mille giochi e motti: i Guarinelli le chiamavano per nome, le mostravano a dito, le castigavano, le ammonivano, mandavano loro sorrisi e le contraffacevano. Il padre invece contemplava la damigiana di vino, la quale egli votava molto parcamente, affinchè gli durasse un pezzo: «così in luogo di essergli incentivo alla intemperanza, essa gli era cagione di temperanza».
215. La cultura letteraria a Ferrara quando vi arrivò Guarino era su per giù a quel medesimo livello, in cui si trovava nelle altre città italiane avanti che vi penetrasse l'umanismo. Nelle scuole s'insegnava come e quanto si poteva insegnare in una scuola medievale; il latino che vi si imparava e vi si scriveva non veniva attinto alle fonti classiche, ma alla tradizione e alla consuetudine curiale; era il latino dei notai, dei glossatori, dei teologi; di greco manco l'ombra. Di quelle condizioni della cultura ci lasciò un quadro desolante il Carbone; ma ivi c'è della esagerazione retorica. E poi egli scriveva nel 1460, in un tempo in cui Ferrara possedeva una delle più fiorenti scuole umanistiche italiane. Di Mantova prima di Vittorino, di Padova prima del Barzizza, di Pavia prima del Panormita e del Valla si poteva fare il medesimo quadro.
216. Del resto anche prima che Guarino vi arrivasse, era penetrata a Ferrara la sua influenza per opera di Ugo Mazzolati. Del 1422 poi vi si era fermato qualche tempo il Biondo e alla fine del 1427 vi si stabilì l'Aurispa. L'Aurispa aveva cultura latina e greca, avea tra l'altro insegnato un anno nello studio di Bologna e un anno in quello di Firenze, ma non era stoffa da caposcuola. I codici più che interpretare ed emendare, li sapeva mercanteggiare; tutt'al più poteva essere un institutore privato, un buon pedagogo. E infatti a Ferrara fu chiamato dal marchese Niccolò quale institutore di Meliaduce, uno dei suoi ventun figli bastardi. E dell'aver scelto l'Aurispa gli va data lode; quantunque vi ebbe certo la sua parte Guarino.