217. Meliaduce era stato destinato dal padre alla vita ecclesiastica; il figlio vi si oppose, anzi nel luglio 1425 scappò da Ferrara a Milano: cosa che naturalmente levò scandalo. Ma finalmente vi si adattò e vestì l'abito di abate del monastero di Pomposa vicino a Ferrara; fu anche protonotario. L'Aurispa, che già nei suoi primi anni era stato cantore nella collegiata di Noto, ne seguì l'esempio e nel 1430 vestì l'abito religioso, ottenendo dal marchese il posto di priore della chiesa di S. Maria in Vado, posto che non abbandonò mai per tutta la vita.

218. Nel 1431 fu chiamato alla corte di Ferrara anche Giovanni Toscanella e a lui fu affidata la educazione di Borso, un altro figlio di Niccolò. Alla chiamata del Toscanella non fu probabilmente estraneo Guarino. Borso fu uno dei successori del padre nel marchesato. Parimenti Guarino venne invitato a Ferrara quale institutore di corte e gli fu affidato Leonello, il figlio prediletto di Niccolò, che gli successe immediatamente nel governo. Come si vede, Niccolò non pensava da principio alla fondazione di un grande Studio pubblico, ma a raccogliere in corte un circolo dei migliori maestri del tempo; per l'appunto lo stesso scopo si era prefisso Gianfrancesco Gonzaga, quando nel 1423 invitò alla sua corte Vittorino da Feltre. L'idea dell'università sorse più tardi spontanea, dopo che già erano a Ferrara tutti gli elementi per costituirla. E il primo, il più forte impulso lo diede Guarino, il quale pur facendo il pedagogo di Leonello, apriva un corso privato per la gioventù ferrarese desiderosa di entrare nella nuova via degli studi classici; e intanto raccoglieva intorno a sè altri ingegni, quali l'Aurispa, il Toscanella, il Cappelli, il Marrasio, il Lamola, il Faccio, correggendo con essi testi e cercando codici; e formava per tal modo un fascio di tutte quelle operosità individuali, che prepararono il terreno all'università, nella quale Guarino inaugurò nel 1436 il suo corso ufficiale.

219. Guarino a Ferrara assunse subito quella medesima posizione, che egli aveva a Verona e che forma una delle sue più notevoli caratteristiche. Egli cioè non è soltanto l'institutore del marchesino, il maestro della gioventù, ma è pure l'ambasciatore confidenziale della corte, l'oratore delle solennità sì principesche che cittadine. Così nel palazzo di Belfiore la pasqua del 1430 il marchese insigniva del cavalierato il veronese Paolo Filippo Guantieri, che andava magistrato a Firenze, e Guarino pronunziava il discorso d'occasione. E con un discorso egli salutava nell'anno stesso il ritorno di Ziliolo Zilioli da Roma, dove era stato con un incarico del marchese. Il discorso è un inno entusiastico alle virtù di Giacomo Zilioli e della sua famiglia.

220. Chi avrebbe allora pensato che soli quattro anni dopo, nel 1434, i due Zilioli padre e figlio sarebbero stati per reato di tradimento gettati nella torre di Castelvecchio? Strani contrasti nella sorte degli uomini! Il padre fu strangolato l'anno stesso; il figlio fu lasciato in carcere tredici anni, dopo i quali venne rimesso in libertà, ma senza poterne godere i beneficii, perchè morì subito. Monumento della sua prigionia ci resta una commedia, la Michaelida, nella quale egli raffigurava il suo misero stato.

221. Nel gennaio del 1431 Guarino andò a Ravenna, accompagnato da Brandelisio de' Boccamaiori, ad esprimere, d'incarico del marchese Niccolò, le proprie condoglianze ad Obizzo da Polenta, signor di Ravenna, al quale era morto il padre. Nel luglio del medesimo anno fu creato vescovo di Ferrara Giovanni da Tussignano, e Guarino lo felicitò con un pubblico discorso. Solenne fu pure l'avvenimento del marzo 1432, che provocò due orazioni, l'una di Guarino, l'altra di Paolo Maffei. Due nobili spagnoli, nemici implacabili, si erano sfidati a morte e dato l'appuntamento a Ferrara; l'8 marzo i due rivali erano sul terreno per azzuffarsi, quando il marchese Niccolò con bei modi si intromette e riesce a pacificarli. L'orazione del Maffei è una eccitatoria al marchese perchè impedisca il duello, quella di Guarino è una gratulatoria per la riconciliazione ottenuta.

222. L'anno seguente, 1433, passava per Ferrara l'imperatore Sigismondo reduce da Roma, dove era stato incoronato. A Ferrara arrivò il 9 settembre e ne ripartì il 16. Il giorno 10 Leonello salutò l'illustre ospite con un discorso scritto da Guarino. L'imperatore conferì le insegne equestri a cinque figli del marchese, tra i quali a Leonello. La cerimonia ebbe luogo il 13 settembre e in quell'occasione Guarino disse un discorso in onore di Leonello. E il discorso non mancò in altra occasione, pure fausta, quando nel febbraio 1435 Margherita Gonzaga andò sposa a Leonello. Come dono di nozze Guarino gli offrì la traduzione delle Vite di Lisandro e Sulla di Plutarco.

223. Guarino, che amava molto i ragionamenti filosofici e religiosi, aveva a Ferrara l'opportunità di appagare questo suo bisogno. Una delle persone, con le quali si intratteneva di filosofia, era il milanese Filippo Pelliccioni, medico della corte Estense e di casa Guarini, quanto valente nella sua professione altrettanto dotto negli studi letterari ed esemplare nei costumi. Una volta nel 1430 si trovarono insieme nella villa di Belfiore, dove ragionarono di Platone. Frutto di quel ragionamento fu un lavoro di Guarino su Platone, nel quale narra la vita ed espone le dottrine dell'illustre filosofo greco. Il lavoro fu dedicato al Pelliccioni.

223 bis. Del resto prendeva parte volentieri anche agli spassi, specialmente se conditi di reminiscenze classiche, quale fu la mascherata mitologica del carnevale del 1434. La ideò e la allestì Giovanni Marrasio. Spirito bizzarro questo siciliano! Dopo aver trascorso gli anni giovanili a Siena, amando e cantando nell'Angelinetum la sua bella Angelina, si ridusse nel 1430 a Firenze, dove godè le simpatie di tutti quegli umanisti; ma fuggito di là quell'anno stesso per la pestilenza, si recò a Padova a studiare medicina, «in mezzo alle paludi e alle rane». Fece tre anni di medicina; passò indi a Ferrara, dove si stabilì parecchio tempo; da ultimo finì prete in Sicilia. Nella mascherata si vedeva un Apollo con raggiera in testa e un manto sino ai piedi, un Bacco barcollante e col tirso in mano, Esculapio con gran barba bianca, Marte e Bellona a braccetto e armati, Mercurio con le ali alle calcagna, Priapo con una canna in testa, Venere col pomo, Cupido con le freccie; e dietro a loro le Furie, le Parche, Ercole, Cerbero e via via. Il Marrasio, in costume di Bacco, declamò dinanzi al marchese un carme sulle maschere; rispose poi per il marchese con un altro carme Guarino.

224. Memorabile fu in quell'anno (1434) anche la quaresima, nella quale predicò a Ferrara frate Alberto da Sarteano, l'alunno di Guarino. Che gioia non dovette essere per Guarino, dopo dodici anni che non rivedeva il suo scolaro, e ora poterlo ammirare nella pienezza della sua vigoria oratoria! «Che specchio di virtù quel frate! che fascino nella sua parola, che erudizione, che scienza di cose divine ed umane, che facondia, che fulmini contro i vizi!» Guarino forniva ad Alberto buoni codici di testi sacri, p. e. il suo Lattanzio, e gli dedicò la Vita di S. Ambrogio. E nei loro colloqui fra i tanti altri argomenti devono aver toccato spesso dell'Ermafrodito del Panormita, l'idea fissa di frate Alberto, e c'è da supporre che il frate si sia fatto promettere da Guarino la ritrattazione di quel giudizio sull'Ermafrodito, che era diventato famoso e che aveva scandalizzato tante persone. E in vero quando dopo la pasqua Alberto passò a Padova, scrivendo di là al ferrarese Bendidio, lo pregava di chiedere a Guarino se si rammentava della promessa fattagli: chè a Padova pur tra le persone rispettabili il nome di lui non sonava troppo accetto, appunto per quel malaugurato giudizio. Finalmente pare che Guarino abbia preso una risoluzione e nel primo gennaio 1435 scrive la ritrattazione; scelse il primo dell'anno e la scelta fu certo meditata: anno nuovo, vita nuova.

225. La ritrattazione è indirizzata al Lamola, lo stesso a cui era stata scritta la prima lettera. Questa ritrattazione produce, direi, una penosa impressione; sembra di sentire Guarino sotto il peso di uno scrupolo, che non è sorto spontaneo dalla sua anima, ma che gli fu suscitato da altri. Il pretesto poi della ritrattazione è puerile. Finge infatti di avere ricevuto una edizione dell'Ermafrodito con la sua lettera premessavi come introduzione. Ma vide con grande suo stupore che la lettera era mutila di alcuni passi, di quelli appunto che temperavano, anzi distruggevano le lodi che egli aveva date al Panormita. Egli aggiunge adesso i passi tolti, spiegando meglio il suo concetto e pregando il Lamola che come aveva disseminato la prima lettera, la quale avea fatto il male, così disseminasse anche la seconda, la quale portava il rimedio. Ma Guarino si tradisce e qua e là nella lettera si incontrano delle espressioni troppo trasparenti, nelle quali egli dimentica che vuol correggere il suo antico giudizio e fa chiaramente scorgere che lo ritratta.