236. Dei suoi studi classici Leonello ha lasciato documenti in alcune orazioni e lettere. Le prime volte gliele sbozzava o gliele correggeva Guarino, se forse non gliele componeva per intero, ma in seguito egli potè fidarsi alle proprie forze. Non c'è da lodare ivi nè la scelta dei concetti, nè la eleganza della forma; una certa facilità vi si incontra, ma nulla più. Guarino vedeva in lui tutto bello, ma l'affetto gli preoccupava il giudizio. In ogni modo lo stile ha tutto il colorito Guariniano.
237. E ora che abbiamo esaminato l'operosità di Guarino in Ferrara, usciamo di là e vediamo quali vincoli lo congiungono con altri centri di studi. Col Friuli era in rapporti per mezzo del professore Giovanni da Spilimbergo suo parente, che fino al 1432 insegnò a Cividale, indi a Udine. Lo Spilimbergo gli chiedeva dei sussidi per l'illustrazione dei classici latini, specialmente di Plauto, e Guarino lo teneva informato delle ultime novità e nel medesimo tempo gli faceva delle benevole esortazioni di carattere molto intimo: si direbbe che in famiglia ci fossero delle discordie.
238. A Verona Guarino aveva tanti amici e parenti ed è naturale che egli fosse in continua corrispondenza con la sua città natia. I Fano, gli Ottobelli, i Lombardi, lo Zendrata, il Maggi, Galasio Avogari non si dimenticavano di lui, che seguitava a indirizzarli e soccorrerli nei loro studi. Ma nel febbraio del 1430 lo colpì una grave e inaspettata sventura: gli morì la madre. L'aveva lasciata a Verona, donde la buona vecchia non si era mai mossa. Era solita ammalare d'inverno, ma la primavera le riportava la salute; questa volta le portò la morte. La dolorosa notizia gli fu data dallo Zendrata giusto appunto quando egli attendeva buone nuove di miglioramento. «È proprio così la nostra vita: siamo destinati a morire. Lo so bene che il pianto è inutile, ma è un legittimo tributo di affetto filiale». Sollievo nel grave lutto gli fu l'essere stata la madre assistita premurosamente nella malattia e le parole di sincera lode dettele sul feretro dal Maggi.
239. I Veronesi non si sapevano rassegnare di aver perduto Guarino e cercavano di farlo rimpatriare. Pratiche erano state avviate a questo scopo sin dal 1432; ma era il tempo in cui ardeva la guerra tra la Repubblica veneta e il Visconti; e Guarino, per mostrarsi grato dell'invito, rispose doversi aspettare migliore occasione. L'occasione si presentò l'anno dopo, 1433, in cui fu conchiusa la pace. Il Consiglio di Verona aveva portato lo stipendio da 150 scudi a 200 per allettare maggiormente Guarino. E l'affare pareva conchiuso e se ne parlava a Ferrara, a Verona, a Venezia; quando tutto a un tratto Guarino dà al Consiglio una risposta gentile sì, ma che toglieva l'adito a ogni ulteriore speranza. Si capisce che nella deliberazione ci entrava anche la questione economica, perchè Guarino prendeva a Ferrara 350 scudi, ma il vero motivo fu che il marchese vi si oppose risolutamente, desiderando che si compisse l'educazione di Leonello. Allora Guarino seguitava ad essere maestro di corte.
240. Capitava poi a Verona or questo or quello, per cui Guarino aveva occasione di mettersi in corrispondenza coi suoi concittadini. Così nel 1430 vi fece una gita il marchese Niccolò per assistere a un matrimonio nell'illustre famiglia dei dal Verme. Nell'autunno del 1434 vi andò podestà Francesco Barbaro, al quale appunto allora Guarino dedicò la Vita di Focione tradotta da Plutarco. Il Barbaro per la via dell'Adige arrivò a Lendinara, dove fu ospitato dal conte di Sambonifacio, col quale parlò di Guarino, indi pernottò nella casa di Guarino a Villa Bartolomea. Il conte di Sambonifacio era stato nei suoi primi anni governatore di Padova, quindi fece la carriera militare sotto Braccio di Montone; presentemente viveva ritirato nel suo feudo di Lendinara, dove attendeva agli studi teologici, per i quali ricorreva spesso ai consigli di Guarino. Tenne a cresima un figlio di lui e così gli diventò compare.
241. Comica fu la comparsa a Verona nel 1433 di un Calabrese. Era di statura piuttosto bassa, di persona smilza, gambe un po' storte, volto di color terriccio, guardatura guercia. Costui un bel giorno con un vestito stracciato e in stivaloni si presenta sulla piazza di Verona, seguito da un gran codazzo di curiosi, e improvvisa dinanzi al podestà un rimbombante discorso, infarcito di versi dei poeti d'allora. Quando dagli astanti gli fu chiesto chi fosse, egli rispose: «sono Antonio Panormita, poeta laureato, al servizio del duca di Milano». Sarebbe curioso sapere se questo ciarlatano avesse veramente veduto il Panormita e l'avesse praticato in modo da poterlo contraffare, chè non è improbabile che il Panormita offrisse qualche appiglio alla caricatura. Comunque, a Verona il nome del Panormita, da quando Guarino vi avea diffuso l'Ermafrodito, era venerato; e i Veronesi fecero a gara per rendere onore all'illustre ospite. Intanto qualcuno ne scrisse a Ferrara a Guarino, il quale capito di che si trattava rispose subito dando i connotati del vero Panormita. Seppero così che il vero Panormita non era guercio e domandarono al Calabrese come avesse quel difetto. Il furbo matricolato inventò che era stato per una malattia. Gli domandarono il diploma della laurea poetica ed egli rispose che l'aveva dovuta vendere per comprarsi da mangiare. E continuò a menare per il naso i Veronesi, finchè Guarino non spedì a Verona una lettera a lui diretta dal Panormita; allora si persuasero; e il ciarlatano andò altrove forse a ripetere il gioco, poichè l'aveva già fatto anche prima nel Piceno.
242. Intima, come si vede, e frequente era la corrispondenza di Guarino col Panormita; e tale essa si conservò tutto il tempo che il Panormita rimase a Pavia, cioè sino al principio del 1435, quando passò al servizio di Alfonso d'Aragona. Anzi fu per mezzo del Panormita che Guarino si tenne in stretta relazione col circolo letterario lombardo di Pavia e Milano, ma più di Pavia.
243. Fra i tanti del circolo pavese, oltre il Panormita, conosciuti da Guarino nomino Catone Sacco e Maffeo Vegio, luminari della giurisprudenza, il secondo anche poeta e autore di libri educativi, e Lorenzo Valla, che allora faceva il suo primo ingresso, diremmo, ufficiale nella grande famiglia degli umanisti italiani.
Bello e veramente eroico quinquennio fu questo (1431-1435) per lo Studio pavese! Francesco Pizolpasso, vescovo allora di Pavia e più tardi arcivescovo di Milano, uno dei più dotti ecclesiastici del tempo, pigliava parte attiva a quel movimento letterario; Francesco Bossi vescovo di Como vi insegnava diritto. Era viva ancora l'eco della voce venerata di Gasparino Barzizza, che aveva chiuso a Pavia nel 1430 la sua lunga carriera di insegnante e la sua lunga vita, quando vi venne a insegnare il Valla, presentato dal Panormita.
244. C'era tra costoro due una differenza di 15 anni, eppure il Panormita già celebre non disdegnava di andare a sentire le lezioni del Valla, giovanotto appena; se non che questa fraterna armonia non ebbe a durare più di due anni. Intorno a quei due grandi si raccoglieva una turba numerosissima di allievi ed insegnanti, che cercavano godersi la vita alternando la serietà e l'operosità dello studio con la gaiezza clamorosa e con la spensieratezza dei convivia e delle compotationes. Fu di là che il Valla lanciò nel mondo stupefatto e scandalizzato il suo libro Sulla voluttà, in cui per la prima volta venivano solennemente rivendicati e affermati i diritti del senso sullo spirito; fu di là che il Panormita diffondeva per la prima volta in Lombardia la conoscenza di Plauto. E tempo di fiere polemiche fu quello: del Valla contro i giuristi, che egli mandava a imparar grammatica; del Panormita contro i minoriti, che non gli sapevano perdonare l'Ermafrodito; e da ultimo del Panormita contro il Valla; poichè i due umanisti avevano troppa coscienza delle proprie forze e, come suole avvenire, non poterono star lungamente insieme senza che sorgesse l'invidia a dividerli.