245. Il primo passo a mettersi in relazione col circolo pavese lo fece Guarino. Già da Ferrara a Pavia andavano e venivano spesso persone d'affari e di studio e c'era quindi occasione di scriversi. Una di queste occasioni si presentò a Guarino nel 1430, quando andava a Pavia suo nipote Lodovico Ferrari. Quel nipote e sua madre Cecilia avevano una questione di eredità ad Alessandria e Guarino li raccomandò al Panormita, il quale parte con l'opera sua parte con la cooperazione di alcuni personaggi della cancelleria ducale riuscì a dar loro vinta la causa. Egli pose molto impegno nella protezione assuntasi e mostrò sincero affetto ai due raccomandati, che egli chiamava scherzosamente i suoi Guarinastri e ai quali concesse ospitalità nella propria casa.
246. Verso il luglio dunque del 1430 Lodovico Ferrari andò a Pavia e Guarino ne approfittò per mandare un saluto al suo Panormita, a cui da qualche tempo non scriveva, e per dargli notizie della sua nuova posizione a Ferrara.
247. La gradita impressione prodotta da questa novella sull'animo del Panormita è da lui manifestata con queste caratteristiche parole: «posso senza commuovermi sopportare l'inedia, le malattie, la povertà, fin anco l'invidia degli uomini; ma non so padroneggiarmi davanti alla propizia fortuna degli amici». Di ricambio egli annunziò a Guarino la sua nomina di poeta aulico del Visconti e nel 1432 l'incoronazione poetica per mano dell'imperatore Sigismondo. Ad ognuno di questi annunzi l'animo di Guarino esultò di gioia.
248. Il Valla e Guarino non si erano ancora veduti; ma il Valla trovò una occasione di andare a Ferrara a visitarvi l'illustre umanista, per il quale nutriva sincera stima. Egli aveva pubblicato nel 1430 il suo libro De voluptate in forma di dialogo, nel quale gli interlocutori erano personaggi del circolo romano e fiorentino: tra essi anche il Panormita. Nel 1433 pubblicò la seconda edizione col titolo mutato De vero bono e mutò anche gli interlocutori, sostituendoli con personaggi del circolo pavese e milanese, ma escluso il Panormita, col quale allora era in discordia. Di questa seconda edizione il Valla deliberò di far dono anche a Guarino e di portargliela in persona, per aver così opportunità di stringere conoscenza con lui. Ciò fu nel settembre 1433, quando il Valla si licenziò da Pavia. Il Panormita cercò di predisporre l'animo di Guarino contro il Valla, prima che costui arrivasse a Ferrara. Guarino però, uomo di molto buon senso e prudente, rispose alto alto al Panormita, schermendosi con frasi generiche, che non compromettessero la libertà del proprio contegno. Il Valla faceva allora un giro per Ferrara e Firenze, donde si sarebbe recato ad insegnare a Milano e a Genova. A Ferrara si trattenne un paio di giorni.
249. L'accoglienza di Guarino deve essere stata soddisfacente, perchè il Valla la ricorda con una certa compiacenza. Noi del resto sappiamo che Guarino professava verace stima al Valla, a cui più tardi lodò le Eleganze con quelle parole, che il Valla ripeteva non senza orgoglio: Laurenti laurea et Valla vallari corona ornandus es. E quest'amicizia reciproca fu cementata da Girolamo Guarini, quando andò nel 1443 a Napoli al servizio di re Alfonso, raccomandato al Valla. Si capisce che quella visita a Ferrara sia stata sentita con dispiacere a Roma dal circolo del Poggio, del Loschi, del Rustici, tutti nemici del Valla. A Roma anzi dicevano che tra il Valla e Guarino si era un poco mormorato del circolo romano e che Guarino erasi mostrato freddo verso il Valla: voci nate, come è facile spiegare, dalla gelosia e in parte anche da una erronea relazione che di quell'incontro mandò a Roma ad Antonio Loschi il figlio Niccolò, il quale allora studiava sotto Guarino a Ferrara.
250. In questo tempo Guarino oltre che per la sua fama di dotto e venerato maestro, correva sulle bocche dei Pavesi e dei Milanesi per una polemica, che gli venne sollevata contro da Pier Candido Decembrio. La cagione più che letteraria era politica. L'orazione di Guarino in lode del conte di Carmagnola, composta nel principio del 1428, si era divulgata per tutta la Venezia e la Lombardia, suscitando sentimenti molto diversi, giacchè i Veneziani si compiacevano di quegli elogi prodigati al loro gran generale, il vincitor di Maclodio, e i Milanesi se ne rodevano, scorgendo elevato alle stelle il disertore del Visconti. Quando Guarino passò a Ferrara, gli amici di Pavia e di Milano facevano a gara per avere, col mezzo del Panormita, copia di quell'orazione. L'ebbe anche Cambio Zambeccari e da lui Pier Candido Decembrio. Allo Zambeccari, il cospiratore bolognese, che non si preoccupava della questione politica, l'orazione piaceva; ma non piacque al Decembrio, attaccato al partito ducale, tanto più che giusto allora, nel 1431, si erano riaccese le ostilità fra Venezia e Milano. E giusto allora sentivano a Milano la mancanza del Carmagnola, sicchè il Decembrio non potè soffrire di sentirlo tanto lodato nel discorso di Guarino. Intraprese dunque una confutazione di esso, indirizzandola, non so quanto opportunamente, allo Zambeccari.
251. La confutazione, pedantesca, minuziosa, aggressiva, procede passo passo col testo di Guarino, verso cui è talvolta molto acre e in generale poco rispettosa. Nè l'orazione di Guarino ci perdette, bensì ci guadagnò, perchè la confutazione la rese più ricercata e dell'una e dell'altra si moltiplicavano gli esemplari. Guarino seguendo il suo costume non se ne dette per inteso, ma ci fu chi pensò di prender le sue difese: il Panormita. Egli infatti ribattè gli argomenti del Decembrio, ritorcendogli contro i propri colpi, e tessè l'apologia di Guarino. E il Decembrio non si diede vinto, ma replicò, lanciando una invettiva contro Guarino e il suo apologista. La questione però non ebbe altro seguito, poichè dietro consiglio del Panormita stesso Guarino poscia, non si sa se con una lettera o con dei versi, disse le lodi del Visconti, per mostrare che nelle lodi del Carmagnola non c'era entrata la partigianeria. Ciò del resto dovea corrispondere anche agli intendimenti del marchese Niccolò, la cui politica era conciliativa e il quale non voleva dar motivi di disgusto a nessuno dei suoi vicini.
252. Partito da Pavia il Panormita, i legami di Guarino col circolo lombardo si rallentarono molto, anche perchè il movimento intellettuale si andava trasportando sempre più da Pavia a Milano e quindi allontanavasi dal centro di attività, dove operava Guarino. Il Panormita lasciò Pavia nel principio del 1435 e andò a Palermo, sua patria. Ivi si fermò poco tempo, dopo di che si imbarcò a Messina nell'aprile dell'anno stesso con Alfonso di Aragona e si diresse alla volta di Gaeta. D'allora in poi egli fu attratto nell'orbita del re Alfonso e le sue relazioni con l'Alta Italia e con Guarino diventarono più rare. Anzi a Guarino nella partenza cagionò un grave dispiacere.
253. Guarino nel 1433 circa gli aveva prestato la propria copia delle nuove dodici commedie di Plauto del codice Orsiniano, la quale il Panormita si portò seco a Palermo. Quando di là si trasferì a Gaeta, egli vi lasciò una parte de' suoi codici e tra essi il Guariniano. Guarino avendo inteso della partenza del Panormita e come si era portato via il proprio codice, se ne accorò profondamente e scrisse a parecchi amici pavesi, i quali gli confermarono che il Panormita non sarebbe più tornato. Per allora Guarino dovette mettersi l'animo in pace. Quando poi nel 1442 Alfonso d'Aragona entrò vincitore in Napoli, allora si diresse a lui con lettera, pregandolo di ottenergli dal Panormita la restituzione del codice Plautino: invano. Si rivolse direttamente al Panormita: invano; nuovamente al re Alfonso: sempre invano. Gli fu forza aspettare l'anno 1444, in cui il Panormita fece una corsa a Palermo. In quell'occasione riprese i suoi codici, tra i quali il Plautino e lo rimandò a Guarino nei primi mesi del 1445.
254. Quanto penò ora Guarino a riavere il suo apografo di Plauto, altrettanto avea penato prima ad avere l'archetipo Orsiniano. L'Orsini, pur non sapendolo leggere, lo teneva gelosamente custodito presso di sè e per parecchio tempo non ne fece parte agli umanisti, che d'ogni dove gli rinnovavano gli assalti per cavarglielo di mano. Inutilmente gli fu chiesto da Milano, inutilmente da Ferrara, donde partirono due suppliche: l'una di Leonello d'Este, l'altra, molto caratteristica, del nipote di Guarino, Lodovico Ferrari. Lo stesso esito ebbero le pratiche del Traversari e del Niccoli da Firenze. Quante volte non ritentò a Roma la prova il Poggio! ma sempre senza successo; tanto che in un momento di cattivo umore protestò che ormai non l'avrebbe più preso, nemmeno se gli venisse offerto. Guarino ricorse a un altro mezzo. Era andato a Roma, con un incarico del marchese, il giovane giureconsulto Ziliolo Zilioli; a lui si rivolse acciocchè facesse pratiche per avere il codice: anche questa volta fatica sprecata. Solo Lorenzo dei Medici, che si era recato nel 1431 a Roma con l'ambasciata fiorentina a fare omaggio al nuovo pontefice Eugenio IV, solo egli riuscì con molta arte a trar di mano all'arpia il codice e a portarlo a Firenze. A Ferrara esso giunse, direttamente dall'Orsini, l'anno seguente 1432. Così Guarino lo copiò e mandò il proprio apografo al Panormita.