255. Si è veduto Ziliolo Zilioli a Roma nel 1430. Per mezzo suo e per mezzo di Meliaduce d'Este e del suo institutore Aurispa, andati a Roma alla fine del 1431, Guarino ebbe occasione di rinfrescare le proprie conoscenze coi porporati e con gli umanisti della curia, quali il cardinale Albergati, il cardinale Capranica, il Poggio, il Loschi, il Rustici. Ma la corrispondenza con quel circolo si animò di più, quando Guarino lo ebbe più prossimo, giacchè nel giugno del 1434 la corte pontificia si trasferì a Firenze.

256. Senza di che le comunicazioni tra Ferrara e Firenze erano già prima assai vive, specialmente perché Ferrara era il consueto convegno degli ambasciatori degli stati belligeranti italiani. Il marchese d'Este manteneva con molta astuzia e prudenza la sua posizione neutrale e veniva per questo sempre scelto come intermediario nei trattati di pace. Così nel 1432 e nel 1433 ci fu convegno di plenipotenziari a Ferrara; la prima volta vi andarono come incaricati della repubblica fiorentina Cosimo dei Medici e Palla Strozzi, la seconda volta il solo Strozzi: entrambi erano stretti da vincoli di antica amicizia con Guarino. Nel 1431 era passato, di ritorno da Verona, per Ferrara il Niccoli e si abboccò con Guarino, col quale ragionò di codici e di studi; e nel 1433 era andato da Ferrara a Firenze il Lamola, come institutore privato in casa Strozzi. Ora poi che la corte pontificia stava a Firenze vi si recarono a far visita ad Eugenio IV i due fratelli Estensi Leonello e Meliaduce, coi loro aiutanti il cavaliere Feltrino Boiardo e il cavaliere Alberto della Sale.

257. Quegli anni nei quali la corte pontificia si piantò a Firenze, prima dal 1434 al 1436, poi dal 1439 al 1443 nel tempo del Concilio, costituiscono uno dei momenti più fecondi e più felici dell'umanismo italiano. I letterati della corte papale si trovarono allora insieme con quelli di Firenze, la culla del grande movimento umanistico, dove erano nel massimo fiore il Traversari, il Bruni, il Niccoli, il Marsuppini. Ne era partito o ne stava per partire il Filelfo, ma in compenso veniva da Basilea l'Aurispa coi suoi nuovi codici scoperti in Germania e specialmente col commento di Donato a Terenzio. E in quell'intreccio di attività, in quello scambio di cognizioni e di vedute si agitarono grandi questioni, che nel periodo umanistico ebbero varia fortuna e spesso divisero il campo in due partiti. Esse versavano sulla preminenza fra i capitani antichi, sulla natura della lingua latina, sulla preferenza da darsi al latino o al volgare italiano, sulla superiorità dei Latini o dei Greci. Le due ultime furono cominciate specialmente a discutere nella seconda dimora della corte pontificia a Firenze (1439-1443); le altre due furono discusse nella prima dimora e propriamente nell'anno 1435, anzi su per giù nello stesso mese: tra il marzo e l'aprile. In esse, la questione cioè sulla preminenza fra i capitani antichi e quella sulla natura dell'antico latino, si trovò impegnato anche Guarino.

258. Era a Firenze con la corte pontificia un giovane ferrarese, Scipione Mainenti, amico comune di Guarino e del Poggio. Avea studiato diritto civile a Bologna e di là era passato a Firenze nel 1429. Nel 1433 avea fatto la sua gita a Basilea, donde era tornato con alcuni codici nel 1434. In quell'anno stesso si era dottorato a Bologna. Fatta una breve sosta in patria, si era trasferito a Firenze, dove si accompagnò alla curia che egli seguì poi sempre. Fu eletto nel 1436 vescovo di Modena e morì nel 1444. Scipione Mainenti era entusiastico ammiratore del suo omonimo romano, tanto che il pio Alberto da Sarteano ne lo rimproverava, sembrandogli che paganeggiasse un pochino troppo.

259. Per deferenza all'ammirazione dell'amico Mainenti il Poggio gli scrisse una lettera, nella quale fra i capitani antichi dà la palma a Scipione. A Scipione aveva dato la palma anche il Petrarca; Pier Candido Decembrio invece presso a poco nel tempo stesso della lettera del Poggio dava la palma a Cesare. Ciò era naturale nel Decembrio, che rendeva così omaggio alla maestà Cesarea del suo Filippo Maria Visconti. Ma il Decembrio a riscontro di Cesare poneva Annibale, il Poggio al contrario confrontò Cesare con Scipione. Egli nella sua lettera esamina anzitutto i giudizi degli antichi, indi la vita dei due grandi capitani e viene alla conclusione che Scipione nella virtù e nella rettitudine fu molto superiore a Cesare e che non gli fu inferiore nella gloria militare.

260. Leonello reduce dalla sua gita di Firenze portò a Guarino a Ferrara i saluti del Poggio e una copia della lettera sulla preminenza di Scipione. Guarino lesse la lettera e ne rimase scandalizzato. Egli scorse nel Poggio addirittura un detrattore, un calunniatore di Cesare, un Caesaro-mastix e gli scrisse contro una violenta confutazione: «Come hai il coraggio di chiamar Cesare parricida linguae latinae? No parricida ma litterarum expolitor et munditiarum parens». E cita le testimonianze degli antichi, mettendo in chiaro quanta cultura ci fu in Roma e dopo Cesare e sotto Augusto e durante l'impero e come Cesare promosse molto gli studi. «Nè Cesare tolse le istituzioni repubblicane: le vere cause della rovina di Roma furono l'avarizia e il lusso. E se vi furono imperatori iniqui, ve ne furono anche di buoni; e Cesare non è responsabile degli iniqui, come S. Pietro non ha colpa dei papi malvagi che gli succedettero». Indi esamina l'adolescenza di Cesare e mostra, contro l'asserzione del Poggio, che in essa Cesare diede ottimi indizi di animo forte e generoso. «Perchè vai pescando, o Poggio, tutte le accuse mosse a Cesare dalla malignità e che sono naturalmente sospette e taci il buono di cui si ha notizia sicura? Perchè interpreti malamente azioni di Cesare, che considerate da un animo imparziale sono invece oneste? — Cesare si servì di largizioni per farsi eleggere console. — Ma lasciando le largizioni, cosa allora comune, chi ha più merito dei due: Cesare eletto con tanta lotta o Scipione eletto perchè nessuno si presentava? Non vedo che si deva rimproverare a Cesare di aver proposto il domicilio coatto dei Catilinarii, giacchè non fu egli il solo; e Catone che lo osteggiò non era poi quell'irreprensibile uomo, che potrebbe parere. — Ma si fece prorogare il comando della Gallia. — E non pensi alla capitale importanza di quella guerra? Del resto Cesare in guerra fu clementissimo e umano. — Ma si avvilì negli amori di Cleopatra. — E Scipione non amò una schiava? Dici che fu poca gloria vincere i Galli imbelli. Leggi il giudizio di Sallustio e mi saprai poi dire se erano imbelli». Da ultimo Guarino difende Cesare dall'accusa di essere stato il distruttore della libertà, mostrando che la libertà di Roma era già morta da prima e che Cesare fu anzi quegli che la difese. Conchiude che Scipione fu vir bonus, civis pusillanimis, imperator excellens, che Cesare fu civis magnanimus, princeps prudentissimus, imperator excellentissimus.

261. La lettera di Guarino fu intitolata a Leonello, l'ammiratore di Cesare; e fu certo per deferenza a lui, se mise tanto calore e, diciamolo, acrimonia nella confutazione del Poggio. Il Poggio replicò indirizzando la lettera al Barbaro, da lui scelto arbitro della contesa. Nel preambolo egli confessa di non sapersi persuadere come mai Guarino abbia preso in sul serio una questione accademica, trattata unicamente per esercizio di ingegno, e che vi abbia mischiata tanta acrimonia; egli non trova altra ragione di tanto accanimento se non il supporre che c'entrasse di mezzo Leonello: e non s'ingannava.

262. La replica del Poggio è molto moderata. Egli ribatte uno per uno tutti gli argomenti di Guarino. Cicerone, Vergilio, Sallustio, Orazio vissero sotto Cesare, ma nacquero e furono educati al tempo della repubblica. Vi furono valenti grammatici sotto l'impero, ma tutti insieme non valgono una pagina di Varrone; dopo morto Cesare non si trova un comico come Plauto, un oratore come Cicerone; e questo dicasi pure dei filosofi, dei giureconsulti. Da ultimo il Poggio con una lunga serie di testimonianze antiche dimostra l'assurdità della tesi di Guarino, che Cesare cioè non abbia distrutta la libertà di Roma, anzi la abbia promossa.

263. Quest'ostilità terminò meno d'un anno dopo con l'interposizione di Francesco Barbaro. La personalità era assolutamente esclusa dalla disputa e l'amicizia tra Guarino e il Poggio fu delle poche veramente costanti e sincere di quel tempo; fu quindi facilissimo il riavvicinamento.

264. L'altra questione, non oziosa e accademica, almeno per noi, come la prima, ma vitale e di un grandissimo valore storico, si aggirava sulla natura della lingua latina. Ecco come è nata. Nel marzo 1435 in Firenze nell'anticamera del palazzo dove alloggiava il papa si trovavano il Biondo, il Loschi, il Poggio, il Rustici, Andrea Fiocchi. Discutevano sulla lingua latina e sulla sua natura, se cioè al tempo di Roma antica gli illetterati e i letterati parlassero la medesima lingua. In mezzo alla discussione comparì nell'anticamera il Bruni, mandato a chiamare dal papa. Subito colleghi ed amici si rivolsero a lui per sentire la sua autorevole parola. Fu allora che il Bruni lanciò quel suo audace e famoso giudizio: il volgo romano antico parlava il medesimo linguaggio delle nostre plebi presenti. La parola del Bruni divise senza altro il campo in due partiti; stettero con lui il Loschi e il Rustici, gli si dichiararono contrari il Biondo, il Poggio, il Fiocchi. Più tardi si schierarono contro il Bruni anche Carlo Marsuppini e Leon Battista Alberti. Ma intanto il Bruni dovette entrare dal papa e la discussione rimase interrotta.