265. Portavoce del partito contrario al Bruni si fece il Biondo, il quale tornato a casa pensò di ordinare e raccogliere le proprie idee e quelle degli amici e dare ad esse forma di dissertazione. La dissertazione uscì il primo aprile 1435 intitolata al Bruni.
266. Il Biondo pone la questione nei suoi veri termini; indi ribatte gli argomenti addotti dal Loschi, dal Rustici, dal Bruni nella prima discussione; da ultimo entra nel tema e sostiene la propria tesi, appoggiandosi alle testimonianze di Cicerone. Egli ammette una differenza di grado tra la lingua della classe colta e quella della classe incolta. Quella differenza è dovuta in parte allo studio, in parte al contatto con la migliore società. Ma tutti i Romani parlavano il latino grammaticale, perchè così lo aveano da natura. La moltitudine intendeva non solo ma sapeva anche apprezzare tanto le orazioni del Foro quanto le rappresentazioni del teatro. Del resto non fa bisogno per capire aver la cultura di chi parla: altro è parlare, altro intendere.
267. Il Bruni rispose al Biondo in data 7 maggio. Ribattè l'argomento degli oratori, dicendo che in senato e nei tribunali il pubblico era di gente colta e che perciò parlava il latino letterario; il pubblico del Foro era misto e quelli che capivano erano colti; del resto non doversi dimenticare che gli oratori parlavano un linguaggio volgare, che poi traducevano in linguaggio letterato per la pubblicazione. Ribattè l'argomento del teatro, cercando di mostrare che il pubblico non vi andava tanto a sentire la recitazione, quanto a vedere l'apparato scenico e la mimica. La confutazione specialmente di questo secondo punto è addirittura puerile. Però non manca una certa felice intuizione. Il Bruni con tatto fine distingue, sulla scorta di Cicerone e di Varrone, le forme volgari Bellius vella vellatura dalle letterate Duellius villa vectura, ma è troppo poco.
268. Il vero argomento del Bruni è un sentimento soggettivo. Egli non può nè persuadersi nè credere che altri, specialmente se istruito, si persuada, che una donnicciola romana sapesse p. e. distinguere filiis da filiabus, cecidi da cecidi e parlasse il latino di Terenzio e di Cicerone senza averlo studiato. Quel latino lo sapeva ben lui quanta fatica gli era costato e non si rassegnava che a Roma si avesse a così buon prezzo.
269. A Ferrara la questione si era pure agitata e Guarino ne parlò spesso con Leonello, con Angelo Decembrio, col Boiardo e col Pirondoli. Questi due ultimi pareva che stessero dalla parte del Bruni; risolutamente col Bruni stavano Leonello e il Decembrio, i quali notavano che in Roma c'erano scuole e maestri e che perciò la lingua si doveva impararla; se il volgo la avesse posseduta per natura, erano inutili i maestri e le scuole. Guarino invece si mise dalla parte del Biondo. Egli ripiglia i due argomenti tratti dal Foro e dal teatro, aggiungendo nuove citazioni e nuovi schiarimenti. Soprattutto riguardo al Foro insiste sull'esistenza degli stenografi anche in antico e ritiene perciò che noi abbiamo le orazioni quali venivano recitate. Si indugia a lungo a dimostrare, con l'autorità specialmente di Cicerone, che la latinità in Roma non si imparava, come sostiene il Bruni, ma ciascuno la portava con sè nel sangue per eredità.
270. Distingue però i tempi primitivi nei quali la latinità si parlava incoscientemente, dai tempi recenti, nei quali la si parlava coscientemente cioè studiandola. I periodi della lingua latina secondo Guarino sono quattro: il periodo di Giano, il periodo di Latino, il periodo dei monumenti letterari e il periodo della decadenza. Nei tre primi il latino è litteralis e va man mano perfezionandosi, nel quarto per influenza dei barbari si imbastardisce, perde la propria fisonomia, si snatura e diventa vulgaricus. Solo qua e là nelle provincie si incontrano ancor tracce dell'antica fisonomia litteralis e in questo proposito Guarino cita alcuni esempi dallo spagnolo. Dichiara da ultimo, che vi doveva essere una differenza tra la lingua del volgo e quella dei dotti, il latino dei quali possedeva vocaboli di una secretior quaedam intelligentia.
271. Su questa differenza, già notata dal Biondo, ritorna il Filelfo, il quale ha trattato la questione in due lettere, schierandosi contro il Bruni. Il Filelfo distingue in Roma un sermo litteralis grammaticus e un sermo vulgaris latinus forensis. Il sermo litteralis appartiene allo stile elevato, p. e. alla filosofia ed alla poesia epica; così Cicerone adopera calliditas per indicare una facoltà intellettuale, dove che il popolo prendeva la parola in ben altro senso; così Vergilio adopera olli invece di illi. Il sermo vulgaris era la lingua usuale del senato, dei tribunali, del foro, dei teatri, del parlar domestico; il sermo vulgaris contiene naturalmente delle sgrammaticature; p. e. Terenzio adopera emoriri per emori. Ma la differenza fra l'uno e l'altro sermo è admodum parva; esempi di sermo vulgaris rispetto al litteralis sono i genitivi ornati tumulti senati victi rispetto ai genitivi ornatus tumultus senatus victus, le forme barbaries barbariei rispetto a barbaria barbariae. Così i grammatici non ammettono il nominativo nex, che si può adoperare nel sermo vulgaris; non ammettono che il solo ablativo sponte, dove che Cornelio Celso ha suae spontis.
272. Una obbiezione muove il Filelfo al Bruni sull'esistenza del volgare italiano nei tempi di Roma antica, che cioè di esso non c'è rimasto nessun monumento. Inoltre Guarino e il Filelfo, per mostrare l'assurdità della ripugnanza che aveva espresso il Bruni ad ammettere la grammaticalità del volgare romano, citano un fatto del quale essi furono testimoni. Entrambi erano stati a Costantinopoli, Guarino nel 1403, il Filelfo nel 1427, e ivi aveano notato che il volgo parlava il greco grammaticalmente, conservando cioè le terminazioni dei casi, dei numeri, dei tempi, come si riscontra negli antichi autori greci.
Guarino a Ferrara Secondo quinquennio
(1436-1440)
273. Col 1435 Leonello esce dalla tutela pedagogica di Guarino, quantunque il suo maestro non lo abbandonò mai anche dopo, soccorrendolo sempre dei suoi consigli negli studi. Terminata così la condotta, per la quale Guarino era stato invitato alla corte degli Estensi, un'altra e non meno onorifica gliene offerse la città.