274. Con un primo decreto in data 29 marzo 1436 il Consiglio gli assegnava di stipendio 150 ducati, non compresa la pigione di casa, per la quale gli venivano pagate 100 lire marchesane. Naturalmente Guarino fece delle rimostranze sullo stipendio, poichè egli come institutore privato di Leonello riscoteva 350 ducati e ora come pubblico insegnante ne avrebbe riscossi meno della metà. In un seconda deliberazione del 30 aprile il Consiglio gli assegnava per lo stipendio 400 lire marchesane e gli lasciava le 100 per la pigione; così su per giù si arrivava a 300 ducati e Guarino potè accettare. La nomina valeva per un quinquennio dal giorno in cui egli cominciava il corso. Le condizioni erano: due lezioni nei giorni feriali, una nei giorni festivi e che il corso fosse gratuito.
275. Guarino inaugurò il corso il 1.º maggio, ma fu corso breve; e per giunta a S. Luca non si potè ripigliare, perchè Guarino era fuori di Ferrara a cagione della peste. Nel decreto di nomina c'era la clausola che in caso d'assenza per motivo di epidemia gli si sarebbe pagato solo metà dello stipendio. Ciò prova che il morbo doveva già serpeggiare nell'aprile. Nell'agosto Guarino si risolse a partire. Sul principio di settembre avea mandato innanzi il figlio Girolamo ed egli si apparecchiava al viaggio col rimanente della famiglia. Per luogo di rifugio fu scelta la sua villa di Valpolicella. Ivi avrebbe riprese per un momento le antiche abitudini, sarebbe tornato alle gradite occupazioni della vendemmia, avrebbe riveduti i vecchi amici.
276. Quale delusione! gli parve di andare in paese nuovo, le vecchie conoscenze non c'erano più, procacciarsene di nuove non era il caso; laonde egli senza volerlo si sente trasportare col pensiero alla nuova patria, «che gli è nutrice anzi madre adottiva», al suo Leonello, che egli ama tanto e dal quale dovrà con suo rammarico star lontano per più mesi. Come ingannare il tempo dell'assenza? con la corrispondenza epistolare. Ma egli, Guarino, non vuol presentarsi con le mani vuote; invierà dei frutti del suolo veronese, non però di quelli che pascano il corpo, bensì che siano cibo allo spirito. E i frutti sono usciti dall'intelletto di due vergini veronesi, le sorelle Nogarola, Isotta e Ginevra.
277. Queste due donne sono fra le produzioni più caratteristiche del periodo del rinascimento. In esse per la prima volta l'umanismo si sposa alla gentilezza femminile, specialmente nella Isotta, che rimase per questo riguardo insuperata; e con esse l'indirizzo Guariniano toccò in Verona il suo apice. Non è solo ora che la nobile famiglia veronese dei Nogarola fa la sua comparsa nella letteratura; già prima l'Angela e Giovanni, il poeta petrarchesco, aveano levata fama di sè, ma vere umaniste non sono che le due sorelle. Noi le possiamo dire uscite dalla scuola di Guarino, quantunque non sia stato egli il loro maestro; ma quei due fiori gentili sbocciarono sul suolo che egli aveva fecondato e loro maestro fu un suo scolaro, Martino Rizzoni.
278. Martino Rizzoni, prediletto alunno di Guarino, fu alla sua scuola di Verona sino al 1425, nel settembre del quale anno passò a Venezia, dove si collocò come institutore privato nella famiglia dei Tegliacci. Con essi era stato a Bologna negli anni 1427-1428; di là si trasferirono a Firenze, finalmente verso il 1430 il Rizzoni tornò in patria e ivi aperse scuola pubblica, che fu frequentata dalle sorelle Nogarola. Un esame accurato delle lettere delle Nogarola e specialmente della Isotta mostra evidenti le tracce dell'influenza Guariniana: la stessa verbosità, gli stessi sentimenti, le stesse frasi, le stesse reminiscenze poetiche innestate continuamente nella prosa. Però se nella educazione delle due sorelle Guarino ebbe solo parte indiretta, l'ebbe invece diretta nell'introdurle e presentarle ai circoli umanistici del suo tempo.
279. Coi letterati veronesi le Nogarola si erano già messe in corrispondenza, come con Giacomo Lavagnola, alunno di Guarino, che sposò la loro sorella Bartolomea, con Damiano ed Eusebio Borghi padre e figlio, con Giorgio Bevilacqua, che era andato a studiare giurisprudenza prima a Padova, indi a Bologna e che non si potea dimenticare di quella bellissima partita di caccia fatta insieme con le Nogarola a Verona, nella quale «la più bella preda che egli riportò fu la loro amicizia». Erano in relazione anche con Venezia, dove aveano dei parenti, p. e. Antonio Borromeo, e con Vicenza, dove il maestro Ogniben Leoniceno tradusse per loro un opuscolo di Grisostomo. Molto giovò alla diffusione del loro nome la presenza di Francesco Barbaro, che si trovò a Verona come podestà dall'ottobre 1434 all'ottobre 1435, e al quale le due sorelle scrissero poi lettere. Quelle lettere si leggevano avidamente in pubblico con gran plauso di tutti, i quali proclamavano le Nogarola degne di esser figlie di Cornelia; Giorgio Bevilacqua aggiungeva che la miglior gloria di Verona era stata sino allora Guarino, ma che le due sorelle lo avevano oscurato. Per mezzo del Barbaro esse fecero conoscenza col nipote di lui, il protonotario Ermolao, e con Giacomo Foscari, figlio del doge Francesco; e scrissero all'uno e all'altro. Ma più fortunate senza confronto furono le lettere scritte al Foscari, perchè capitarono in mano di Guarino.
280. Le due lettere al Foscari sono dell'ottobre 1435 e ci rappresentano forse i primi saggi letterari, coi quali le due sorelle entrarono nel consorzio degli umanisti. Quelle due lettere furono trasmesse l'anno di poi (1436) dal Foscari a Guarino, che allora villeggiava a Valpolicella. Guarino ne rimase entusiasticamente ammirato e rispondendo al Foscari esaltò l'eleganza e l'erudizione delle Nogarola, chiamandole le «mosche bianche» di quel secolo, a petto delle quali perdono e Penelope e Aracne e Camilla e Pentesilea. «Sogliono i Veronesi lodare chi le nostre biade, chi le nostre frutta, i nostri vini e i nostri olii, chi l'aria delle nostre campagne e dei nostri colli; ma pare non si siano accorti di queste due fanciulle, che sono il più bel frutto di cui possa andare orgoglioso il nostro suolo. O giovani, state ora attenti a non lasciarvi passare innanzi da queste due fanciulle, altrimenti si ripeterà a voi il motto antico: le donne sono uomini e gli uomini sono donne».
281. Guarino mandò copia delle due lettere al suo Leonello, il quale fu ad esse largo di altrettante lodi. Non è a dubitare che il Foscari appena ricevuta la risposta di Guarino la trasmise all'Isotta, la quale di quegli elogi si sentì profondamente tocca e solleticata e ne prese ardimento a scrivere a Guarino. Ma come fare a indirizzarsi a un tant'uomo, essa per la prima, appena iniziata negli studi letterari e per di più donna? Nella lotta tra il pudore e la gratitudine vinse la gratitudine ed ecco l'Isotta ringraziare Guarino delle lodi che egli si degnò di prodigarle e che la tramanderanno ai posteri immortale congiunta col nome di lui. Questa lettera è la più caratteristica, la più elegante, la più erudita di quante ne scrisse l'Isotta. Vi sono citati autori greci e latini, antichi e moderni, non escluso lo stesso Guarino; il discorso è infiorato di aneddoti classici e di versi latini. L'elogio che ella fa di Guarino supera in entusiasmo quello che egli fece di lei; e compiange Verona che si lasciò sfuggire un così illustre personaggio, l'onor degli studi e il più gran vanto d'Italia, e chiama felice Ferrara e accorto Leonello d'Este, che se lo seppero acquistare.
282. Guarino sul finire dell'anno (1436) ritornò da Valpolicella a Ferrara, fermandosi a passare il Natale a Verona. Vuoi per le noie della partenza e dell'arrivo, vuoi per le occupazioni che lo sopraffecero nei preparativi del nuovo corso, egli non pensò nemmeno che dovea rispondere alla Nogarola. Ma ci pensò ben ella, che di quel ritardo ebbe a soffrire tristi conseguenze. Tutti a Verona sapevano che ella avea scritto per la prima a Guarino. Gli uomini probabilmente non ci avran fatto caso, ma le donne sì. L'invidia è soprattutto una passione femminile; e chissà come le Veronesi doveano sentirsi crucciare di quella fanciulla, che si era tanto sollevata al disopra del suo sesso e che riceveva tributo di lodi da ogni parte. La Isotta visse e morì vergine e nessuno può osare in sul serio di gettare anche l'ombra del sospetto sulla condotta di lei. Ma le donne che emergono fra le altre offrono purtroppo il fianco alla malignità; è la sorte toccata a Saffo. Se pertanto le donne veronesi aveano malignato sull'ardire, che esse chiamavano spudoratezza, della Nogarola nello scrivere per la prima a Guarino, ora che Guarino non rispondeva, esse si sentivano vendicate. Anche Guarino col suo silenzio dava ragione a loro ed esse erano bene nel diritto di insultare la sfacciata: e la insultavano veramente.
283. La povera Isotta si vide perduta e scrisse novellamente a Guarino, mendicandogli una risposta, ma nel medesimo tempo accusandolo di poca generosità, perchè egli, uomo, avea permesso col suo silenzio che si recasse onta a una donna. La risposta di Guarino questa volta non potea farsi aspettare e infatti partì il giorno stesso che egli ricevette la lettera della Nogarola. Le scuse del ritardo venivano da sè: le innumerevoli occupazioni scolastiche e domestiche. Le muove affettuoso rimprovero d'essersi lasciata vincere dallo sconforto, dove che ella col suo ingegno e con la sua dottrina aveva il dovere di mostrarsi superiore al suo sesso oltre che nella cultura anche nella forza del carattere. Le dà poi piena soddisfazione, confermando il proprio giudizio favorevolissimo sui meriti letterari di essa e accordandole la facoltà di servirsi della sua risposta per mettere a tacere i malevoli e gl'invidiosi.