284. La parsimonia epistolare di Guarino verso la Nogarola fu largamente compensata dai suoi scolari veronesi che studiavano con lui a Ferrara, e in particolar modo da suo figlio Girolamo, da Luigi Zendrata, da Tobia Borghi. Tutti tre questi giovanottini fecero le loro prime prove nel campo letterario scrivendo ciascuno la sua brava epistola alle Nogarola, sfoggiando la loro recente erudizione classica e citando versi e bruciando un grano d'incenso all'ingegno e alla fama delle due straordinarie fanciulle. E la Isotta, puntuale rispondeva a uno per uno, ringraziando, lodando, incoraggiando. Il Borghi per le nozze di Ginevra nel principio del 1438 compose un'egloga, della quale mandò una copia alle due sorelle e a qualche altro amico di Verona, come Galasio Avogari, che cominciava allora ad entrare nella repubblica letteraria. L'Avogari studiava di preferenza Plauto e nei dubbi ricorreva per consigli a Guarino. Il Borghi lodava molto lo stile di lui. Apparteneva al circolo veronese degli Ottobelli, del Fano, degli Zendrata, del Rizzoni, dei Mercanti, di Asino «il quale di asino non ha che il nome e beati gli altri asini che fossero asini siccome lui».

285. Del resto il quinquennio 1435-1440 fu il periodo veramente fecondo, veramente umanistico delle due Nogarola o meglio dell'Isotta, perchè Ginevra nel 1438 pigliato marito, disse addio agli studi. Nel 1438 stesso l'Isotta con la famiglia si trasferì a Venezia, per sottrarsi ai pericoli della guerra che allora infieriva tra i Veneti e i Milanesi. In Venezia potè conoscere da vicino i letterati di quel circolo; con Verona si mantenne in relazione per mezzo di Damiano Borghi; ma quando nel 1441 rimpatriò, essa era mutata di molto. Avea sorpassata la trentina; si trovò sola senza la sorella, la sua compagna di studio; a prender marito non volle pensare e così si abbandonò interamente alle proprie tendenze ascetiche, che già fanno capolino qua e là nelle lettere del periodo anteriore. L'ascetismo soffocò in lei l'umanismo; il fenomeno non era isolato; un decennio prima Gregorio Correr veneziano disertava gli studi e i circoli umanistici per consacrarsi al culto di Dio.

286. Nell'aprile del 1437 Guarino ebbe una doppia prova di stima e di affetto dal marchese, che lo fece cittadino di Ferrara e gli pagò la casa allora comprata dagli eredi Boiardi. In riconoscenza di tale generosità Guarino dedicò a Leonello la traduzione delle Vite di Pelopida e Marcello di Plutarco. E oltre che dal principe, egli riceveva testimonianze di vero affetto e di stima dai suoi scolari, tra i quali pubblica e clamorosa prova, che costò poi parecchie noie a Guarino, glie ne dette un Andrea Agasone.

287. Costui nel marzo 1437 era andato per alcune faccende da Ferrara a Venezia. Ivi, alunno come era di Guarino, nelle ore libere cercava libri e ragionava di studi e del suo maestro, che era tanto amato a Venezia. Fra le novità letterarie gli capitò in mano la Retorica di Giorgio da Trebisonda, che era stata composta verso il 1435. La percorse e con sua sorpresa si imbattè in quel passo, dove il Trebisonda fa la critica stilistica della orazione di Guarino in lode del Carmagnola. Si accorse che in quella critica c'era dell'acrimonia. Nè vide male.

288. Il Trebisonda sin dal tempo che insegnava a Vicenza avea concepito gelosia di Guarino, che allora insegnava a Verona; egli anzi credette che il licenziamento da Vicenza fosse dovuto alle mene di Guarino. Passato a Venezia, trovò occasione di dir male di lui, specialmente quando gli fu mostrato l'elogio funebre per Teodora Zilioli, il quale egli giudicò assai sfavorevolmente, non fosse altro perchè colui che glielo mostrò proclamava Guarino il primo oratore d'Italia. Non gli parve quindi vero di cogliere un'occasione qual si fosse per sfogare il suo malanimo contro il grande oratore e l'occasione gli si offerse nello scrivere la Retorica, dove criticò la più famosa delle orazioni di Guarino, quella in lode del Carmagnola.

289. Andrea Agasone non potè trattenere lo sdegno e scrisse a un condiscepolo di Ferrara, Paolo Regini, denunziando al pubblico lo scandalo, inveendo contro «il vile calunniatore» ed eccitando la scolaresca ferrarese a vendicare solennemente l'onore di Guarino. Non è a dubitare che la lettera di Andrea andò in mano anche di Guarino e che egli vietò a chiunque di immischiarsi nella faccenda, come non se ne immischiò egli stesso. Ma se ne occupò bene per proprio conto il Trebisonda, il quale buttò giù contro Guarino un'invettiva ignobile e piena di insolenze e per giunta la dedicò a Leonello, quasi volesse mostrargli quanto torto avesse avuto a concepire sì grande stima di Guarino. Veramente il Trebisonda non potea scegliere più infelicemente la persona, a cui confidare gli sfoghi della sua invidia, poichè è tutta invidia quella che schizza dalla lettera. Si fece però forte di un pretesto; infatti egli credette o finse di credere che Andrea Agasone fosse Guarino stesso, il quale avesse per viltà cercato di nascondersi sotto la maschera di un pseudonimo. Il cognome Agasone potrebbe essere un pseudonimo, perchè in latino significa mozzo ma non era pseudonimo il nome: in ogni modo non certo pseudonimo di Guarino.

290. L'anno dopo Guarino e il Trebisonda s'incontrarono a Ferrara, dove il Trebisonda si era recato al Concilio, essendo da poco entrato al servizio di Eugenio IV; e in quell'occasione Guarino gli fece capire che certe ragazzate non erano permesse ad uomini seri e che perciò bisognava por termine alla polemica.

291. Il Concilio portò nel 1438 un insolito movimento a Ferrara. In sul principio dell'anno arrivarono Eugenio IV con la sua corte da Bologna e l'imperatore Giovanni Paleologo col suo seguito da Costantinopoli. Quante vecchie conoscenze non rivide ora Guarino! il Poggio, il Traversari, il Mainenti, l'Aurispa, il Rustici, il Biondo, il Pisanello. E quante non ne strinse di nuove! quella di Leon Battista Alberti, del Porcelli, del melanconico Lapo da Castiglionchio, morto l'anno stesso; e fra i Greci del Bessarione, di Gemisto Pletone, di Niccolò Sagundino, senza contare i dignitari ecclesiastici che in tale occasione convennero a Ferrara. Ivi egli potè praticare da vicino Eugenio IV, a cui dedicò la versione di due omelie di S. Basilio; al Mainenti dedicò la versione della Mosca di Luciano e scrisse un carme in lode del Pisanello, che gli donò un quadro di S. Girolamo fatto da lui e che allora appunto diede mano alle sue famose medaglie, aprendo la serie con quella dell'imperator greco. Guarino si chiama superbo di potere aver comune la patria con quel grande artista, il cui nome sarà immortale come sono immortali le sue figure, nelle quali sa infondere tanta vita.

292. Oltre a queste produzioni letterarie, a cui fornì pretesto la presenza della corte pontificia in Ferrara, Guarino ebbe anche noie dal Concilio, poichè dovette recitare un discorso di apertura e servire d'interprete fra i Latini e i i Greci e correr di qua e di là or per questa or per quella faccenda. Eppure a lui pareva di intorpidire e di batter la fiacca: «malattia del resto che gli aveva appiccicata il Concilio, che di tutto si occupava fuorchè di risolvere l'importante questione, per la quale era adunato, l'accordo cioè tra i Latini e i Greci, e che si cullava nella quiete e nei passatempi e la cui maggior sollecitudine era di liberarsi da ogni sollecitudine».

293. E così in effetto il Concilio poco o nulla conchiuse a Ferrara, donde levò, non appena terminato l'anno, le tende e le trasportò a Firenze: si avanzavano due grandi nemici, la pestilenza e la guerra. Dei due pericoli il più temuto era la guerra, che allora più che mai si combatteva accanita fra Venezia e Milano; ma questo pericolo fu dissimulato e venne messo invece in rilievo quello della pestilenza. Giusto il contrario di ciò che succedeva a Guarino, il quale della guerra non dovea preoccuparsi più che tanto, ma si preoccupava seriamente della pestilenza. Sin dagli ultimi di settembre egli pensava già alla fuga e aveva designato due luoghi: o Rovigo o Lendinara presso il conte Sambonifacio, al quale si era raccomandato per l'alloggio. In ultimo però preferì Rovigo, dove lo troviamo stabilito con la moglie e coi dodici figli già nel gennaio del 1439.