294. A Rovigo stette l'intero anno, poichè il 23 decembre non ne era ancora partito; e viene il dubbio se abbia colà tenuto scuola, come avvenne altra volta, che in tempi di pestilenza lo Studio fu trasportato per un anno da Ferrara a Rovigo; ma questo non pare sia stato il caso nel 1439. Ad ogni modo Guarino ebbe continua occasione di corrispondere con gli amici ferraresi, vuoi per congratulazione, siccome quando Giacomo della Torre fu creato vescovo di Reggio e quando a Soccino Benzi nacque un figlio, del quale egli era stato scelto a padrino; vuoi per condoglianza, siccome quando morì il figlio a Feltrino Boiardo. Altra luttuosa circostanza fu la morte di Margherita Gonzaga, moglie di Leonello da appena cinque anni, mancata ai vivi il 7 luglio e per la quale Guarino scrisse un'orazione.
295. Con Leonello più volte ancora ebbe occasione di carteggio sia per commendatizie, sia per ammaestramenti, quale quello sul modo d'intestare le lettere. Qualche volta invece coglie il destro di dargli ammonimenti civili. Così nell'agosto Leonello andava a caccia e si credeva che arrivasse fino a Rovigo, ma tornò indietro, perchè non trovava selvaggina. «Eppure, gli scrive Guarino, qui ci sarebbe da far buona preda, non però di selvaggina, bensì di uomini, che val molto di più. Questa brava gente ha per te e per la tua dinastia profondo e sincero rispetto, pur non essendo tu mai stato in mezzo a loro; chissà quanto ti amerebbero vedendoti qui. È saggio consiglio che i governanti si mostrino di quando in quando ai loro sudditi, per dar loro una sensibile prova d'affetto e per accertarsi delle loro condizioni e dei loro veri bisogni».
296. Tal altra volta sono ammonimenti filosofici, che Guarino vuol dare al suo allievo, ma incorniciandoglieli con un bozzetto. Un giorno infatti di ottobre essendo Guarino uscito da Rovigo a passeggiare sull'argine dell'Adige, si incontrò in un solitario: aspetto severo, larghe spalle, lunga barba, fronte rugosa. All'abito lo riconobbe per greco. Doveva essere uno dei tanti venuti con l'imperatore al Concilio l'anno precedente. Scambiatisi il saluto, il Greco domanda a Guarino che facesse a Rovigo; a cui risponde, che era fuggito dalla pestilenza. Il Greco rimane scandalizzato di una simile pusillanimità in un uomo, che avendo tanto studiato i classici avrebbe dovuto imparare da essi il disprezzo della morte. Guarino da quell'animo schietto ed ingenuo che era gli rispose, non senza uno spruzzo d'ironia, che il disprezzo della morte in teoria lo insegnava anche lui, ma in pratica avea paura della morte, la quale priva l'uomo di tanti beni e lo getta a marcire in una fossa. Allora ripigliò il Greco, mostrando come la vita ha più guai che beni e che paventare la morte è pazzia, perchè il corpo quando è morto non ha più senso e l'anima immortale vola in cielo. E perchè non ti uccidi dunque? replica Guarino, anche questa volta un po' ironicamente. Il Greco gli oppose la massima, che della nostra vita non siamo padroni noi, ma Dio solo. — Tutto questo ragionamento filosofico tra il Greco e Guarino non è altro che la parafrasi di quanto è esposto nel Somnium Scipionis di Cicerone.
297. Tutta la corrispondenza di Guarino in quest'anno si riduce al circolo ferrarese e al circolo veneto. Da Padova gli è venuta l'offerta di una nuova amicizia, del Baratella. Antonio Baratella nacque in Camposampiero nel Padovano, sulle rive del Musone, che egli celebrò nella sua Musonea. Abitava una villa detta Lauregia. Fu alunno del Barzizza e amico di Sicco Polenton e di Lodovico Sambonifacio, il compare di Guarino; morì nel 1448. Nel 1439 stava componendo l'Antenoreis, poemetto su Padova, quando gli venne tra mano l'Astyanax del Vegio. Allora concepì l'idea di cantare anche Polidoro, un altro degli infelici troiani periti miseramente. E compose la Polydoreis, intitolandola e mandandola a Guarino con una prolissa accompagnatoria in versi. Guarino gli rispose anche in versi, ma secco secco, limitandosi a dirgli che i suoi poemi erano degni di Vergilio, ed eccitandolo a condurre a termine l'Antenoreis.
298. Del resto Guarino aveva ben altra voglia che di occuparsi di letteratura e di poesia. L'anno 1439 fu per lui uno dei più fortunosi. Ardeva la guerra micidiale di Venezia e Firenze contro il Visconti, nella quale il marchese di Ferrara avea preso parte in favor di Venezia, mandando nel campo veneto il conte Taddeo d'Este. Taddeo si era trovato alla difesa di Brescia nel famoso assedio del 1438, nel quale si immortalò Francesco Barbaro, allora governatore di quella città in nome della repubblica veneta. Condottiero in capo del Visconti era il Piccinino, il quale nella prima metà del 1439 fece scorrerie sul territorio veronese; e in quella occasione ebbe a soffrire gravi danni anche la villa di Valpolicella di Guarino. Glieli raccontò un Veronese venuto di là: «cacciati i contadini, calpestate le messi, spogliata la villa, gettati a terra i tegoli, scassinate le serrature; appena i muri si erano salvati».
299. E questo fu nulla a petto di un altro dispiacere, che afflisse Guarino in quell'anno malaugurato. Correva da qualche tempo per le bocche di tutti un distico latino oltraggioso alla repubblica veneta. Di quel distico fu da taluno designato come autore Guarino, il quale quando gli fu riferita quella voce stava a letto malato di febbre con due figliuoli. Lo assalse un indicibile dolore e uno sconforto disperato, che trasfuse in un'angosciosissima lettera al Giuliani e al Giustinian, ai quali protesta solennemente essere quella una nera e vile calunnia e li scongiura di difendere presso il senato veneto la sua innocenza. Naturalmente il Giustinian gli rispose, che non se ne desse pensiero, perchè tutti a Venezia conoscevano la devozione e i meriti di Guarino verso la repubblica; che del resto quel distico era noto da un gran pezzo prima.
300. Ma intanto la pestilenza, la guerra, la febbre, il distico finirono con lo stordire il povero Guarino, «come quel tale che ricevuto un colpo nella testa da dotto che era diventò stupido e perdette la memoria». A farlo risensare molto giovarono le lettere dei suoi amici veneti, dopo che era tornato in Ferrara nel gennaio del 1440, quali Gabriele Tegliacci e Leonardo Giustinian, ma soprattutto quest'ultimo, a cui rende grazie entusiastiche di essere stato prosciolto dalla calunnia del distico. Nell'occasione che Guarino scriveva al Giustinian, Girolamo suo figlio scriveva al figlio del Giustinian, Bernardo, accludendogli nella lettera alcuni versi. Bernardo rispose molto affettuosamente a Girolamo, congratulandosi dei progressi che faceva negli studi e ricordando con vera compiacenza i tempi, in cui essi erano stati insieme a Verona scolari del padre Guarino.
301. Un altro Giustinian, il cavaliere Orsato, mandava a Guarino i saluti del Barbaro, reduce a Venezia dalla guerra; ed ecco Guarino congratularsi con l'illustre patrizio della gloria immortale acquistatasi nella difesa di Brescia. «Non era più solo ormai Archimede che obbligò Marcello, fino allora invincibile, a levar l'assedio di Siracusa; anche il Barbaro insegnò al Piccinino, tante volte vincitore, ad esser vinto, obbligandolo a levar l'assedio di Brescia. E tutto ciò non tanto con la forza e la violenza, quanto con l'astuzia e l'ingegno, con la mansuetudine e con l'affabilità, trattandosi dall'una parte di respingere gli assalti degli assedianti e dall'altra di mantener l'ordine e la perseveranza negli assediati. Meritata fu dunque l'accoglienza trionfale che gli fecero i Veneziani».
302. Di qui ognun vede che Guarino, diversamente da altri umanisti, non perdeva mai d'occhio tra le cure degli studi gli avvenimenti politici del suo tempo. Ma nessuna guerra attirò tanto la sua attenzione e gli tenne l'animo sospeso e angustiato, quanto quella dei collegati contro il Visconti. E veramente delle guerre italiane che egli potè vedere fu la più accanita e la più grave. Era però giusto che, come ne seguì con ansia le varie vicende, così ne salutasse con gioia la fine, specialmente quando la pace gli parve per sempre assicurata con l'adempimento di una promessa, tante volte lasciata balenare e tante volte delusa, del matrimonio cioè di Bianca Visconti col conte Francesco Sforza. E nell'ottobre del 1441 finalmente si celebrò il sospirato matrimonio, «che sarebbe stato all'Italia intera pegno di perenne pace e di tranquillità dopo i miserandi disastri della guerra. Si levi dunque giulivo l'inno nuziale ai ben augurati sposi: allo Sforza, il sapiente reggitore del Piceno, il ristoratore della potenza pontificia, fiorentina e veneta, il condottiero glorioso che tiene in pugno tutta l'Italia; a Bianca, la candida stella nunzia di prosperità all'uman genere, delicato rampollo della magnanima stirpe, che generò Galeazzo, Bernabò, Giovanni, Filippo Maria; la novella sposa sabina, che riconcilia i genitori coi mariti, la novella Giulia, che riconcilia i suoceri coi generi».
303. Nel 1441 Guarino fu colpito da due disgrazie di famiglia. A Verona gli morì più che sessagenario Battista Zendrata, cugino di sua moglie e padre di Lodovico, suo scolare, il quale in questo tempo avea già lasciato Ferrara ed era ritornato a Verona. Battista era stato molto affezionato alla famiglia di Guarino, al quale avea reso in ogni tempo, e specialmente nelle calamità, preziosi servigi e di cui fu sempre l'intimo confidente e lo schietto consigliere. Anche Girolamo Guarini lo amava molto e nella consolatoria che scrisse al figlio Lodovico mostra profondo rammarico per la perdita del brav'uomo, di cui con compiacenza ricorda le carezze ricevute quand'era piccino a Verona e che ardeva dal desiderio di rivedere, desiderio ahi! bruscamente deluso: «Dio ce l'ha dato, Dio ce l'ha tolto, sia fatta la sua volontà». La lettera spira tutta la rassegnazione che noi siamo usi di sentire nelle consolatorie di suo padre. Nè Guarino lasciò Lodovico senza conforto e gli scrisse ricordandogli come oltre al diritto di succedere nelle sostanze del padre, avea pure il dovere di succedergli nelle virtù. E in effetto Lodovico fece onore alla memoria paterna e come magistrato e come letterato.