304. L'altra disgrazia toccata a Guarino fu la morte di una bambina. Era l'ultima di tredici figli, natagli da poco. Morì mentre egli villeggiava nel tempo delle vacanze estive. Agli amici che gli recarono la triste novella rispose da vero stoico: «Se fosse vissuta, l'avrei avuta cara tra la corona degli altri figli, ma sia fatta la volontà di Dio. I beni terreni devono considerarsi come le rose; finchè ci sono, prendiamo pure diletto della loro presenza; quando sono scomparse, a che pro' crucciarsi più di quando non esistevano ancora? Ringraziamo intanto Iddio, che la puerpera abbia avuto un parto felice».

Guarino a Ferrara Ultimo ventennio
(1440-1460)

305. Nel maggio del 1441 Guarino venne confermato professore in Ferrara per un secondo quinquennio. Fu questo l'ultimo anno che servì sotto il dominio del marchese Niccolò, il quale morì nel 26 decembre del 1441. Morì a Milano, donde fu trasportato il 28 dello stesso mese a Ferrara e quivi seppellito nella chiesa di S. Maria di Belfiore da lui edificata.

306. Pochi giorni dopo, nel 6 gennaio 1442, Guarino ne scrisse la commemorazione in forma di lettera a Leonello. «La piena del dolore mi ha fin qui tolta la facoltà di parlare e scrivere; ora dopo i primi sfoghi, rimessomi dalla commozione, posso darti quei conforti, dei quali io stesso avevo bisogno quando il colpo era troppo recente». E gli fa un quadro lusinghiero delle virtù paterne. «Fu prudente nel saper mantenere l'integrità del suo piccolo Stato in mezzo a Stati potenti e ambiziosi e fra tante guerre, che gli romoreggiavano intorno. Fu benigno e le porte del suo palazzo erano aperte a tutti i cittadini che ricorrevano a lui. Fu mite nelle pene ed è notevole quella sua risposta: che un regnante non deve mai esercitare la crudeltà, qualche volta la severità, sempre la clemenza. Fu liberale e arricchì molti dei suoi sudditi; soleva dire che la ricchezza dei re è costituita dalla ricchezza dei cittadini. Fu grandioso e lo provano i monumenti che egli seminò come gemme in città e nel territorio. Fu forte nelle fatiche e lo attestano le guerre da lui sostenute nel primo periodo del suo governo, mentre nel secondo periodo egli attese alle arti della pace, acquistandosi anzi grandi meriti come moderatore e arbitro nelle contese altrui».

307. Guarino qui è panegirista e perciò mette in rilievo le parti buone e lascia nell'ombra le meno buone. Comunque, se p. e. sulla mitezza e sulla benignità di Niccolò lo storico fa le sue riserve, un merito incontestabile egli ebbe, quello di essersi costituito moderatore nelle controversie degli altri principati italiani; e a quell'arte egli va debitore dell'incolumità del suo Stato e della fama di principe scaltro.

308. Il passaggio dall'un governo all'altro avvenne in Ferrara senza scosse, tanto che Leonello non sentì nemmeno il bisogno di circondare il proprio palazzo di guardie: «la guardia la faceva l'affetto dei cittadini». Già prima della morte del padre era Leonello stato da lui assunto collega nell'amministrazione e avea perciò avuto occasione di mostrare le sue buone qualità, per cui era ben voluto dal pubblico. «La sua faccia bella, la fronte aperta, gli occhi sereni, la statura alta, la capigliatura bionda gli conciliavano la simpatia della gente. Inoltre di belle doti morali, come la religiosità, il sentimento della giustizia, l'accorgimento nella scelta dei propri consiglieri, avea già dato prima luminose prove; e ciò era sicuro pegno e buon augurio che egli si sarebbe dimostrato degno successore del padre».

309. Le previsioni si avverarono; anzi egli fu migliore del padre, se non nella politica, certo in tutte le altre virtù e specialmente nella protezione delle arti e delle lettere. E cominciò senz'altro dal riformare l'università, chiamando da ogni dove illustri insegnanti; basti notare tra i principali acquisti Teodoro Gaza, venutovi nel 1444. La solenne inaugurazione del nuovo istituto fu fatta da Guarino nel 1442 il 18 ottobre, festa di S. Luca, che era il giorno consacrato all'apertura delle scuole. L'oratore assunse di dimostrare che Ferrara per opera di Leonello era diventata la vera sede degli studi; e passando in rassegna le discipline, che erano rappresentate nell'università ferrarese, cioè la grammatica, la dialettica, la retorica, la fisica, la filosofia, la medicina, il diritto civile e il diritto canonico, mise in rilievo i pregi di esse e la loro reciproca connessione.

310. Guarino faceva doppia scuola: pubblica e privata. Alla pubblica dedicava il giorno, alla privata la sera. La lezione pubblica era doppia, nella mattina spiegava un poeta e un prosatore latino, nel pomeriggio leggeva ordinariamente greco. La sera e la notte erano dedicate ai convittori, che egli teneva in casa; essi lavoravano sotto i suoi occhi e l'avevano sempre lì presente e pronto a rispondere a tutte le difficoltà che incontrassero.

311. Uno dei convittori più famosi e che merita di esser conosciuto un po' da vicino fu Giano Pannonio. Il suo nome era Giovanni, ma egli se lo latinizzò; il cognome Cesinge, con cui è comunemente chiamato, è storpiatura di Csezmicze; era di origine ungherese e perciò assunse il soprannome di Pannonius. Era nipote di Giovanni Vitez, che fu cancelliere nella reggia ungherese, vescovo di Waradino, arcivescovo di Gran e da ultimo, nel 1471, cardinale. Fu mandato dallo zio a studiare sotto Guarino a Ferrara. Quando arrivò nel 1447 a Ferrara aveva un dodici anni e in breve tempo diede prova d'ingegno vivacissimo e di memoria straordinaria; s'impadronì ben presto del latino e del greco e cominciò a pubblicare saggi poetici, che riscotevano il plauso universale.

312. Giano aveva per il suo maestro un vero culto, come dimostra il Panegyricus composto in lode di lui, bellissimo monumento di ammirazione, di riconoscenza e di amore. E non solo a lui, ma alla sua famiglia egli nutrì schietta affezione. Così tanto nei fausti quanto negli infausti eventi di casa Guarini sapeva trovare una parola sincera di congratulazione o di condoglianza. Per la morte della Taddea compose l'epitafio; per le nozze delle due figlie Fiordimiglia e Libera compose l'epitalamio: Fiordimiglia sposò Guglielmo Calefini e Libera Salomone Sacrati, entrambi cittadini ferraresi. Maggiore dimestichezza strinse Giano coi figli maschi di Guarino e specialmente con Battista, che era press'a poco della sua età, anch'egli ingegno svegliato e precoce, e col quale «ebbe comuni gli studi, il tetto, la cella, il maestro».