313. Dopo di Giano altri ungheresi vennero a Ferrara, p. e. un Simone, un Czepes, un Policarpo, che poi fu arcivescovo: una piccola colonia, come si vede. Fra i condiscepoli di Giano e di Battista c'erano a Ferrara p. e. Roberto degli Orsi di Rimini, Basinio da Parma, Galeotto Marzio di Narni, i quali diventarono poi famosi.
314. Nei cinque o sei anni che Giano fu a Ferrara noi possiamo, guidati dai suoi versi, gettar lo sguardo entro la vita e i costumi della scolaresca Guariniana. Ivi si studiava con vera passione: «Noi che dormivamo, dice Giano a Galeotto, sempre nella medesima stanza e mangiavamo alla medesima mensa, quante volte non vegliammo insieme fino alla mezzanotte, facendo violenza ai nostri occhi; quante volte non ci alzammo tre ore avanti giorno, lasciando il dolce tepore del letto». Vero è che capitava pure il caso (e quale studente potrebbe in ciò scagliare la prima pietra?), nel quale i libri passavano dal tavolo di studio alla bottega di un rigattiere ebreo; sorte toccata una volta a un Lucano, a un Ovidio, a un Vergilio, ai quali Giano avea chiesto inutilmente dieci scudi in prestito.
315. I convittori costituivano proprio una famiglia e Guarino facea da padre, con la sua bonaria severità, lasciandoli liberi nei loro leciti passatempi. Un giorno una brigatella di essi con a capo Giano combinarono una refezione, alla quale invitarono anche Guarino. Ma egli rispose che i giovanetti non dovevano essere turbati nella loro baldoria chiassosa dalla musoneria di un vecchio; e Giano a replicare: che la sua presenza, oltre all'essere l'onor della tavola, sarebbe stata un freno a qualche trasmodamento dei commensali; che del resto la sua burletta poteva dirla anche lui, quantunque vecchio, e che essi aveano imparato giusto da lui come Tullio, Socrate, Catone con tutta la loro serietà si permettessero di quando in quando lo scherzo.
316. Però i suoi giovanetti egli li teneva sempre d'occhio; e Giano in una occasione che fu dai compagni portato, senza saperlo, in un cattivo ridotto, minacciò di denunziarli a Guarino. Ma non sempre il buon vecchio riusciva a evitare le scappatelle dei suoi scolari e talvolta gliele facevano i propri figli e sotto gli occhi, in casa, come quando uno di loro si prese troppa confidenza con la domestica; e Giano a cantargli: «La tua indulgenza ti fa torto, o Guarino, e intanto sei la favola della città; uno dei tuoi figli ti ha reso suocero della tua fantesca e nonno; pensa che hai in casa delle figliuole da marito e apri gli occhi».
317. Fra quegli scapatacci non mancava certo la satira, la quale diventava anche impertinente, come quando Giano si prendea gioco del suo confessore Lino, un frate francescano, o consigliava Rinuccio di portar fuori le sue figliole, p. e. alle prediche di padre Roberto o ai balli in piazza, se voleva maritarle. Talora la satira era di buona lega. Con Lodovico Carbone, alunno di Guarino, Giano non se la dicea troppo: «prima eri bragia, ora sei carbone, tra poco diventerai cenere». Paolo poi gli dava a correggere i suoi versi, che egli rimandava senza nemmeno un segno: «sfido! bisognerebbe segnarli tutti; del resto tu non sai pronunziar bene il tuo nome, la prima lettera devi aspirarla» (paulus φαῦλος).
318. E si fossero fermati alla satira! C'era dell'altro. Molestavano le donne maritate e davano la caccia alle facili donzelle. Quella Tecla, che «quando cammina per le strade ha l'aria di una aitante matrona, dove che in casa pare una civetta spennacchiata», quella Silvia, che «va cercando in ogni studente il padre del proprio frutto», sono fino a un certo punto macchiette che possono correre. Ma quando discendiamo alle Lelie, alle Orsole, alle Lucie, allora il colorito degli epigrammi di Giano diventa marzialesco, anzi addirittura priapeo, tanto che certi vocaboli osceni egli non ha il coraggio di scriverli in latino e li scrive in ungherese. Incliniamo del resto a credere che fossero più parole che fatti, più imitazione classica che realtà, come era il caso dell'Ermafrodito di Antonio Beccadelli.
319. Questa la studentesca. Un altro scolaro di Guarino ci guiderà per entro al circolo letterario ferrarese. Il circolo socratico, quale fu idealizzato nei dialoghi platonici e quale rivisse in Roma p. e. nei dialoghi di Cicerone e nelle Notti attiche di A. Gellio, ebbe una larga rifioritura tra gli umanisti. Rifiorì a Ferrara per opera di Guarino, nel tempo specialmente del governo di Leonello d'Este, il quale ne era il centro e l'anima; il relatore fu Angelo Decembrio con la Politia literaria.
320. Angelo Decembrio, fratello di Pier Candido, dalla scuola del vecchio Barzizza, dove si trovò fanciulletto, era passato a quella di Guarino. Stava a Ferrara sino almeno dal 1438 e vi si trattenne per tutto il tempo che governò Leonello, morto il quale, si trasferì alla corte di Alfonso in Napoli e, morto anche Alfonso, a quella dei re di Spagna. Compose epistole, panegirici poetici, elogi funebri, opere grammaticali e la Politia, importantissima, perchè con essa diffuse e rese popolare l'insegnamento e il metodo guariniano.
321. Nel circolo ferrarese c'era l'elemento vecchio e l'elemento giovane. Fra i vecchi nominiamo anzitutto il maestro. Guarino. Gli altri erano Uguccione Contrari, uno dei più autorevoli consiglieri del marchese Niccolò, Giovanni Gualengo, i due cavalieri Feltrino Boiardo e Alberto Costabili; il Boiardo avea tradotto in volgare l'Asino di Apuleio, il Gualengo si dilettava di fabbricare e in una sua villetta del suburbio aveva imitato quella di Plinio. Fra i giovani notiamo il principe Alberto Carpi, alto della persona ed eloquente, imparentato con gli Estensi, Carlo Nuvoloni, i fratelli Nicola e Tito Strozzi, Francesco Ariosto, Leonello Sardi e il cavalier Tommaso Morroni da Rieti, maestro dell'arte mnemonica.
322. Alle riunioni del circolo non mancavano di quando in quando gli interlocutori avventizi. Così vi faceva qualche comparsa il minorita Agostino, ferrarese, buon predicatore e rispettato da Leonello e dagli altri; ma non erano accettate le sue teorie sui danni che provenivano dalla lettura dei poeti antichi. Tito Strozzi su questo punto non voleva dar quartiere al monaco; Guarino, più moderato, lo confutava con buone ragioni, alle quali il monaco non avea che ribattere, ma faceva le sue riserve: «non c'è da fidarsi troppo con voi altri oratori, che mutate il nero in bianco». E la brigata rideva.