323. Peggio quando capitava nel circolo un pedagogo, come dicevano loro, o maestro di grammatichetta, come diciamo noi. Tito Strozzi lo prendeva a frustate, se lo lasciavano fare. Verso quella genìa perdeva la moderazione persin Guarino, il quale metteva in canzonatura le loro pedanterie. Uno di essi a Ferrara, un tal Palamede, si vantava di sapere a memoria tutto Vergilio e che, sentitone un verso da chiunque, avrebbe continuato col seguente. Tito lo incontra e gli recita il verso 19 dell'Ecl. I: Urbem quam dicunt Romam Meliboee putavi; Palamede senz'altro seguitò: Stultus ego. Tito non ne volle più: «te lo sei detto da te».

324. Ma comica sopra ogni altra fu la comparsa nel circolo di Ugolino Pisani. Si presentò nel suo consueto atteggiamento teatrale, con la capigliatura arruffata e lunga barba. Portava a leggere una delle sue commedie in prosa, nella quale gli interlocutori erano arnesi di cucina; gli astanti se la passavano di mano in mano, ridendo sotto i baffi e strizzando l'occhio. Però il volumetto era di una perfetta calligrafia e rilegato elegantemente. Quel povero Ugolino era mezzo pazzo e morì pazzo, appena quarantenne. Entusiasta di Plauto, scrisse commedie in prosa, imitandone lo stile. Per pochi versi ottenne nel 1432 l'alloro poetico dall'imperatore Sigismondo. Girò le corti italiane ed estere, facendo il giullare, recitando le sue commedie, prendendo parte alle mascherate ed eccitando la curiosità specialmente delle donne. Gli era stato affibbiato il nomignolo di scimia letterata.

325. Il circolo si raccoglieva di solito nell'appartamento di Leonello, dopo il pranzo; qualche volta anche inter pocula. Altre volte invece la brigata si recava a caccia o faceva una gita nella villa di uno degli amici o al palazzo suburbano di Belfiore o al castello di Bellosguardo; e ivi o sotto un portico o all'ombra delle piante si intrattenevano in amichevoli discussioni letterarie.

326. Le discussioni versavano su argomenti di vario genere. Erano preferiti gli argomenti di letteratura romana e in specie la letteratura poetica. I due grandi poeti di Guarino erano Terenzio e Vergilio; da essi citava continuamente e su di essi fondava la prima educazione dei suoi allievi. E per riverbero l'attenzione sua si fermava molto anche sui commentatori di quei due poeti, cioè Donato e Servio. Nè solo studiava Vergilio in sè, ma pure nelle sue attinenze con gli autori che lo precedettero e che lo seguirono, specialmente con gli storici, mettendo a raffronto tanto la materia quanto lo stile. Se dovea spiegare agli amici la teoria degli omonimi, egli traeva ricca messe di esempi da Vergilio. Se poi voleva proporre un maestro di moralità, designava Terenzio.

327. Nel circolo venivano trattate importanti questioni estetiche, come quella dei rapporti tra il sostantivo e l'aggettivo nel verso e l'altra della vera natura della brevità sallustiana. Faceano argomento di discussione anche la proprietà dei vocaboli, l'ortografia, i dittonghi; qualche volta il tema era archeologico, come sulle corone, sui pesi, sulle sigle, sui monumenti. Le interpretazioni si discutevano con la massima minuziosità.

328. Frequenti erano le questioni critiche: anzitutto sull'autenticità dei testi. Non è di Cicerone la Rhetorica ad Herennium e il libercolo sui sinonimi, non di Ovidio il carme De Vetula, non di Giovenale la satira XVI, non di Seneca le lettere a S. Paolo, non di Catone i distici morali, non di Cesare il Bellum Alexandrinum. Dopo l'autenticità, l'emendazione dei testi. Molto lavorò Guarino per colmare le lacune dei passi greci, particolarmente in Macrobio, Gellio, Quintiliano, i due Plini. Egli ha un concetto assai chiaro dell'opera dei copisti, i quali scambiano le parole l'una per l'altra (iuvenis con veniens) o le mutano di posto, introducono nel testo le glosse marginali o lo alterano con le proprie interpolazioni. E qui Guarino si mette in cerca di codici, esercitando, fin dove può, coscienziosamente la critica diplomatica; ma dove i codici gli vengono meno, ricorre alla critica congetturale, chiamando in soccorso il nesso dei pensieri, i principii estetici, l'uso peculiare dello scrittore.

329. Fornivano materia a quei discorsi anche gli autori contemporanei e del secolo precedente. Il Valla era molto stimato a Ferrara e molto studiato e i suoi principii grammaticali e stilistici facevano ivi legge. Poca stima si aveva invece dei tempi, a cui appartennero il Petrarca, il Boccaccio, il Salutati: tempi d'ignoranza e di lingua barbara. Gli scrittori in volgare non erano apprezzati o tutt'al più riservati da leggersi ai nonni e ai bimbi d'inverno sotto il camino. A Dante poi non sapea Guarino perdonare la prolissità della Commedia e l'avere nel noto verso vergiliano Quid non mortalia inteso quid per cur.

330. Ferrara nel 1447 ebbe una seconda visita di frate Alberto da Sarteano, che vi predicò il quaresimale e l'ottavario dell'Ascensione. Guarino non mancò di andare a sentire «la cignea voce di quel celeste usignolo», il quale «quando inveiva contro i vizi diventava tromba, anzi tuono». Il 7 maggio frate Alberto aprì l'ottavario con un discorso sulla dottrina teologica. Passò in rassegna tutte le discipline antiche e moderne, sacre e profane, mostrando la loro utilità e il diletto che se ne ritrae sì per lo spirito che per il corpo e proclamando regina di tutte la teologia. «Che profondità e vastità di erudizione in quel discorso, che acutezza di giudizio, che fiume di eloquenza! pareva il Po quando straripa; e parlò conservando sempre il suo timbro di voce per quattr'ore di seguito e nessuno se ne accorse più che se avesse parlato una sola ora».

331. Quale differenza tra questo monaco e Giovanni da Prato, che andò a predicare a Ferrara la quaresima tre anni dopo, nel 1450. In quella stagione Guarino leggeva Terenzio nella sua scuola. Non l'avesse mai fatto! Il monaco furibondo lanciò dal pulpito i suoi fulmini contro i poeti classici e chi li leggeva, li copiava, li spiegava nelle scuole, li conservava in casa, prendendo soprattutto di mira Terenzio. La questione sul poter leggere o no i poeti pagani non era sorta allora, nè finì allora; ma la maniera come la risolse Guarino ha la sua importanza, poichè egli riteneva che la lettura dei poeti classici fosse non solo innocua, ma anzi scuola di morale.

332. Il monaco zelante dopo la predica scrisse una lettera a Guarino, cercando di condurlo sulla buona via e insinuandosi nel suo animo col protestargli quanto lo stimasse per il bene che gliene avea detto Alberto da Sarteano. Guarino gli rispose rispettosamente, pigliando le mosse giusto dall'argomento che da frate Alberto era stato trattato tre anni innanzi. Alberto avea dimostrato che la teologia è la regina di tutte le altre discipline, le quali la servono come ancelle. «Or dunque, ragiona Guarino, se sono ad essa ancelle, bisogna bene studiarle per conoscer meglio la teologia; ed è così che lo studio dei classici ridonda a profitto della religione. Altrimenti incoglierà ai ministri del culto ciò che incolse a quel tal prete, che io ho inteso qualche anno fa, il quale predicando disse che gli etnici si chiamavano così perchè venivano dal monte Etna e volendo nominare Cadmo ripetè più volte Cadino, suscitando le risate del pubblico».